"Supernatural" by FaFFa

Attenzione! Questa storia è di pura fantasia, quindi qualunque riferimento a persone realmente esistite o esistenti o a fatti accaduti che sembrino quelli qui narrati non sono nulla che abbia a che fare con questo. Le persone interessate maggiormente da questa storia sono a conoscenza della sua esistenza e non hanno avuto da ridire al riguardo. Perciò, se vi pare di trovare somiglianze con la realtà, sappiate che non è la realtà, anche perché ancora non abbiamo conosciuto alcun angelo, demone, etc. =D
Inoltre, ogni diritto per i personaggi di Supernatural, quali Dean e Sam Winchester, Bobby Singer, Castiel, etc., va a The CW. A me appartengono solo i personaggi originali, cioè Francesca e Irene, per ora.
L’autrice




Okay, ragazzi, questa è una pagina dedicata alla mia fan fiction su Supernatural.
Il tutto inizia a quasi metà della seconda stagione, prima dell'episodio 212 "Un'insolita rapina", perché su questo episodio ho intenzione di scrivere come se al posto dell'avvocato ci fossi io... piccolo cambiamento, niente di che, visto che coi fratelli Winchester spacciarsi per altre persone è d'obbligo.
Comunque, a parte l'ovvio mio personaggio, nella prima parte della fan fiction troverete la "mia" storia soprannaturale delle origini.

Beh, cos'altro dire? Mmm... ah, sì!

Dean, sei il migliore, amoruccio mio!!!

Buona lettura!
FaFFa



Capitolo 1: Mostro



«Papà, sono a casa!» chiamai appena entrata.
La mia voce riecheggiò nelle stanze intorno a me, ma non mi giunse alcuna risposta da mio padre; probabilmente era nel capanno degli attrezzi a riparare chissà cosa.
Sistemai nel frigorifero la spesa e iniziai a preparare la cena, pensando che forse mi stava evitando di proposito, per farmi sentire in colpa per non essere andata con lui, ma poi ripensai alla sua felicità nel sapere che uscivo con le amiche e capii che non era di certo arrabbiato.
Un’ora dopo, quando ormai il pollo era cotto a puntino e le patate al forno erano già in tavola, uscii per chiamare papà e farlo venire a cena; mi avvicinai al capanno e scostai la porta, stupita che la luce fosse spenta.
«Papà?» chiesi, sorpresa dalla sua mancanza. Mi voltai allora verso il giardino e chiamai più forte, ma l’unico risultato fu quello di far volare via un uccello terrorizzato da un albero.
Mi colse un presentimento: accesi tutte le luci esterne del giardino e corsi al deposito sul retro della casa, dove papà teneva i suoi fucili migliori; aprii la doppia porta e rimasi allibita: era mezzo vuoto e non c’era nemmeno l’ombra del suo preziosissimo Benelli.
«Papà!» sussurrai, terrorizzata.
Tornai in casa, indossai una giacca, presi il cellulare e una torcia e tornai sul retro, dove prelevai una pistola ben nascosta sul fondo dell’armadio e le cartucce di scorta, poi mi addentrai nel sentiero in mezzo al bosco dietro casa, chiamando a intermittenza mio padre.
All’improvviso sentii un forte ululato provenire dal fitto della foresta e ne fui terrorizzata, perché dalle nostre parti non si erano mai visti dei lupi; pregando che fossero solo cani selvatici, continuai la mia esplorazione. Feci però solo pochi passi, prima che l’ululato si ripetesse, questa volta molto più vicino a me, facendomi stringere di più la pistola e chiudendomi la bocca dello stomaco.
Camminai per un’altra decina di metri, prima di fermarmi per un terzo ululato, terribilmente vicino; qualche secondo e fu un altro il motivo della mia paura: sulla guancia mi caddero delle gocce, che mi resi conto fossero di sangue solo dopo essermi strofinata la guancia con una mano. Alzai la testa e puntai la luce verso l’albero sotto cui mi trovavo e una scena agghiacciante mi si parò davanti: papà era riverso prono su due grossi rami, con lo stomaco e la gola squarciati di netto.
Non riuscii a soffocare un urlo.

«Va bene, signorina, per ora è sufficiente. Le faremo sapere il prima possibile se ci sono novità. Mi dispiace tanto».
L’ennesimo poliziotto se ne andò con quelle parole, lasciandomi seduta sul divano del soggiorno da cui non mi ero ancora mossa dalla sera precedente. Mary uscì dalla cucina con in mano due tazze di cioccolata fumante e me ne mise in mano una, andando poi a sedersi sulla sedia davanti a me.
«Come ha potuto essere sopraffatto così?» me ne uscì a un certo punto, rompendo il silenzio.
«Io credo che abbia lottato parecchio, Fra. Lo hai visto e sai che i grizzly non gli fanno un graffio; qualunque cosa sia stata, doveva essere davvero enorme» La mia migliore amica cercò di trovare un motivo logico all’accaduto, come tutti.
Tutti tranne me.
All’improvviso, durante un nuovo, lungo silenzio, il rumore del motore di una vecchia auto ci destò entrambe dai nostri pensieri; Mary corse alla finestra e commentò: «Però… bella macchina!».
Mi decisi ad alzarmi e mi diressi accanto a lei, ritrovandomi ad osservare una Chevrolet Impala nera che aveva almeno cinquant’anni e da cui stavano giusto scendendo due giovani ragazzi sui trent’anni vestiti di tutto punto.
«E non solo quella è bella…» aggiunse poi lei, rimproverandosi subito dopo: «Commento inopportuno, sono una cretina!».
Andai alla porta ad aprire loro, chiedendo subito: «Chi siete?».
Quello che sembrava il più grande si tastò una tasca e ne estrasse un distintivo, che mi mostrò dicendo: «Io sono l’agente Winchester e lui è il mio collega Barnes; siamo qui da parte del dipartimento per la sicurezza dell’FBI e vorremmo parlare con la signorina… Pailotti, se non erro».
«Voi americani siete tutti uguali! Il mio cognome è Pilotti, si legge come si scrive: non si nota che non è di qui?» sbottai, stufa di tutta quella gente intorno. E poi quei due non mi convincevano: quali agenti vanno in giro con un’auto così appariscente?
«Le chiediamo scusa, signorina. Sappiamo che non è un bel momento e che di sicuro sarà stufa di domande, ma… la sicurezza viene prima di tutto, giusto?» aggiunse l’altro, l’agente Barnes.
«Vi risponderò solo se saprete pronunciare correttamente il mio nome» ribattei, sperando di togliermeli di torno per un po’.
«Beh, noi…» iniziò Winchester, ma Barnes lo interruppe: «Miss Francesca Pilotti, giusto?».
Lo guardai allibita, chiedendomi come fosse riuscito a pronunciarlo “Francesca” al primo tentativo, poi mi ripresi: «Ehm… o-okay. Suppongo che debba farvi entrare» e così dicendo mi voltai e tornai in salotto da Mary.
«Fra, i due bei fusti sono già andati via?» mi chiese lei, spuntando di nuovo dalla cucina e notando solo a quel punto l’errore.
Io la fulminai con lo sguardo, poi, facendo finta di niente, invitai i due agenti ad accomodarsi mentre io mi sedevo al tavolo del soggiorno. Mentre Barnes si sedeva sul divano, Winchester fece per mettersi sulla poltrona, ma io lo bloccai di colpo: «No, non lì!».
Vedendo che tutti e tre i miei ospiti mi stavano fissando stupiti, spiegai a bassa voce: «Quella è la poltrona di papà».
L’agente annuì e preferì accomodarsi accanto al collega, mentre l’atmosfera tornava a farsi tranquilla.
«Bene, signorina… Francesca…» l’uomo faticò a dire il mio nome. «So che probabilmente sarà una domanda difficile e noiosa, ma… potrebbe dirci esattamente cosa è successo ieri?».
Inspirai profondamente, osservando la poltrona vuota, poi rivolsi la mia attenzione ai due uomini e risposi: «Ieri sono andata a fare un giro con le amiche: abbiamo fatto shopping, un giro per i negozi a Buffalo[1], ci siamo divertite come fanno tutte. Mentre tornavo a casa, mi sono fermata a comprare qualcosa per la cena al supermercato in centro e poi sono venuta direttamente qui; sono entrata e ho chiamato mio padre, ma lui non c’era e io credevo che fosse nel capanno dove tiene tutti i suoi attrezzi per il giardino.
Ho preparato la cena, poi sono uscita a cercarlo per avvertirlo che era pronto, ma non l’ho trovato; ho pensato che magari aveva deciso di fare una battuta in solitaria, così sono andata a controllare nell’armadio dei fucili e infatti mancavano la maggior parte delle cartucce e il suo miglior fucile. Mi sono preoccupata ancora di più, così sono corsa in casa, ho preso una torcia, il cellulare e sono tornata di fuori; ho preso una pistola e le munizioni dall’armadio e mi sono addentrata nel bosco dietro casa.
Non sono andata molto avanti: ho sentito dei lupi ululare, tre volte, e ne sono stata letteralmente terrorizzata, perché qui i lupi non ci sono mai stati; mentre ero ferma sotto un albero mi è caduto qualcosa su una guancia e…», faticai a continuare: «era sangue. Ho sollevato lo sguardo e ho… ho visto… papà con il ventre squarciato, appeso a un albero, abbandonato a dieci metri dal suolo. Sono corsa fuori dal bosco immediatamente, ho chiamato la polizia e poi immaginerete cosa sia successo» conclusi.
I due si guardarono, poi l’agente Barnes mi chiese: «Lei negli ultimi giorni non ha notato nulla di strano? Non tanto in suo padre, quanto piuttosto nella foresta. Strani animali, altri ululati…».
Ci pensai un attimo, rendendomi conto che quella domanda era nuova e soprattutto strana: «Ve l’ho detto, qui non ci sono lupi; se avessi sentito qualche ululato me ne sarei accorta e tutto il paese con me, ma non è successo niente. Gli animali che si vedono sono sempre i soliti e sono sempre di meno: qualche cervo, un cinghiale, soprattutto grizzly. Quanto a mio padre…».
Fissai la poltrona, ripensando alla conversazione che avevamo avuto due giorni prima, riguardo al fatto che lui aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di brutto nei paraggi e che si stesse avvicinando alla cittadina.
«Beh? Nulla?» insistette l’agente Winchester.
Scossi la testa, poi specificai: «Era un cacciatore esperto, si accorgeva se gli animali si spostavano anche senza averli visti, sapeva sempre come trovarli nell’intrico dei boschi ed era la persona più forte che io abbia mai conosciuto: niente, che io sappia, poteva ridurlo così, nemmeno un grizzly. Ultimamente aveva un cattivo presentimento riguardo agli animali, ma nulla di serio secondo me, probabilmente era solo una fitta alla spalla destra che glielo faceva credere».
«Una fitta?» chiese ancora l’uomo.
«Sì, sapete, una volta è stato morso e ha ancora le cicatrici che gli sono state lasciate dall’animale che lo ha attaccato, qualunque sia stato; quando cambiava il tempo, lui se ne accorgeva, quando arrivava il freddo dell’inverno o la primavera era prematura, lui lo sapeva in anticipo… tutti piccoli dettagli che lo aiutavano nel suo hobby».
«Quindi non ci sono stati fatti fuori dall’ordinario negli ultimi giorni» concluse Barnes.
«Lei sta bene?» mi chiese Winchester.
Lo guardai stupita: nessuno mi aveva ancora chiesto come stavo, nemmeno Mary. «Non posso stare bene… Mio padre è appena stato ucciso da un mostro che nessuno sa cosa sia. Comunque, grazie per l’interessamento» aggiunsi, provando a imitare un sorriso.
«Si figuri» ricambiò lui, sorridendo tranquillamente. «Beh, credo che per ora abbiamo finito. Se ha bisogno di aiuto e se le viene in mente qualcosa, questo è il mio numero: non esiti a chiamarlo» aggiunse porgendomi un bigliettino da visita.
Lo osservai e risposi: «Lo farò. Grazie… Dean».
Lui non ribatté e continuò a sorridermi, mentre il suo collega si dirigeva verso la porta e la apriva dicendo: «Saremo a sua completa disposizione, signorina. Ci può trovare all’albergo in centro, se ha bisogno di parlarci direttamente. Arrivederci e soprattutto, condoglianze per la sua perdita».
«Grazie» sussurrai in risposta a quell’ultima frase, di nuovo triste.
«Ehi! Non si perda d’animo. Scopriremo cosa è stato e abbatteremo quell’animale, non si preoccupi» aggiunse Dean, poi anche lui seguì il collega, salì in auto e se ne andò.

Uscii dalla doccia avvolta in un morbido asciugamano blu e iniziai a indossare l’intimo, quindi mi passai una dose abbondante di schiuma modellante sui capelli per dar loro forma prima di asciugarli.
Indossai gli shorts che usavo solo per girare per casa e mi misi una leggera canottiera bianca; fu solo quando infilai la testa che notai fuori da casa un uomo che mi stava spudoratamente fissando. Mi ci vollero solo altri due secondi per riconoscere Dean Winchester, l’agente federale che non vedevo da due giorni, ma che sapevo si era stabilito con il collega Sam Barnes nel centenario hotel di Story, il Wagon Box Inn & Cabins.
Scossi violentemente la testa, infuriata, e corsi fuori dal bagno, diretta verso la porta d’ingresso per dirne quattro a quell’uomo, che a prima vista non mi era parso un simile maleducato.
«Se ne vada subito dalla mia proprietà!» sbottai appena uscii, incurante del venticello fresco che mi entrava nei vestiti, facendomi rabbrividire.
«Sono qui solo per sicurezza…» provò a scusarsi lui, scatenando solamente la mia rabbia.
«Non mi interessa un bel niente della tua sicurezza. Ora prendi il tuo bel culetto e lo pianti sul sedile della tua bella macchina e te ne immediatamente da casa mia!» sbottai.
Dean restò impressionato da quella mia esplosione di grinta, ma dopo qualche secondo si riprese, si voltò, tornando in macchina, e dopo un veloce «Arrivederci» partì sgommando.

Appena sentii il campanello, andai ad aprire la porta e mi trovai davanti solamente un mazzo di rose rosse con un bigliettino.
«Sul serio?!» esclamai, sapendo che il mittente era ancora nei paraggi e di sicuro riusciva a sentirmi. «Devi avere qualche problema…».
Presi le rose e rientrai in casa, così che potessi tranquillamente leggere il biglietto senza essere osservata; infilai i fiori in un vaso pieno d’acqua e le posi al centro del tavolo, in soggiorno, poi aprii la busta e lessi il messaggio per me:


Cara Francesca,
So che questo non è il momento migliore, ma vorrei in qualche modo farmi perdonare per l’increscioso incidente di ieri.
Ti prego di accettare questo invito a passare una semplice serata con me. Non sarà nulla di speciale, solo una cena a mie spese.
Ti aspetto al Bar&Grill da Mike stasera alle otto.
Spero di vederti varcare quella porta.
Dean

Ci pensai su per una decina di minuti abbondanti, poi salii in camera mia per decidere cosa indossare. Mancavano ancora quattro ore alle otto.

Appena misi piede da Mike, tutti gli uomini mi fissarono, come se stessero vedendo un fantasma; probabilmente accettare l’invito era stato un gravissimo errore, visto che sarei dovuta andare in giro vestita da lutto ancora per diversi giorni.
Seduto a un tavolo poco distante, Dean si alzò subito e mi venne incontro, salutandomi con: «Sei bellissima!».
Sapevo che il vestito rosso che avevo indossato per il mio primo appuntamento avrebbe funzionato ancora e quindi ero andata a colpo sicuro; però, nonostante il largo anticipo, ero riuscita ad arrivare in ritardo di un quarto d’ora abbondante. Per fortuna che il ritardo è eleganza…
«Ogni appuntamento che ho avuto è cominciato così: vedi di non fare la stessa fine, per favore!» risposi, seria.
Sorridendo, Dean mi fece accomodare e poi si sedette di fronte a me, fissandomi intensamente; mi sentivo come se mi stesse spogliando con gli occhi e probabilmente stava cercando di immaginare quello che non era riuscito a vedere il giorno precedente.
Bel modo di farsi perdonare!
«Perché lo stai facendo?» gli chiesi per spezzare il silenzio.
«Perché sono stato un cretino. Con le donne a volte faccio delle cazzate incredibili che poi non riesco a sistemare e me ne pento per diverso tempo; con te però voglio poter rimediare» rispose.
«Stavi guardando la finestra del bagno mentre mi stavo cambiando: per fortuna che non hai visto nient’altro, altrimenti ti avrei denunciato. Sai che quella è proprietà privata e che non ci puoi stare anche se sei un federale, no?» ribattei.
«Beh, sì, ma volevo assicurarmi che stessi bene». Lo guardai storto, senza capire da cosa volesse proteggermi, così lui si affrettò a precisare: «Ti sei addentrata nella foresta quando era ormai buio, armata di pistola e con una pila che ti avrebbe potuta solo impacciare: non volevo che tentassi un’altra missione suicida».
«Mio padre non mi vorrebbe vedere morta, quindi non farò nulla del genere, per ora…» dopo un attimo, aggiunsi: «Ci sono novità riguardo a ciò che lo ha ucciso?».
«No, i medici sono ancora discordi; non dovrei dirtelo, ma tuo padre presenta sul collo segni di morsi simili a quelli lasciati da un lupo, solo in versione gigante, però dal torace alla vita c’è un lungo squarcio causato da artigli di grizzly. Non sanno come spiegarselo».
Un’idea mi colse all’improvviso ed io la seguii: «Ci sono per caso segni di morsi di serpenti o c’era del veleno in circolo nel suo corpo?» domandai.
Il viso di Dean si scurì: «E tu come diavolo fai a saperlo?».
«Non lo so, infatti te lo sto chiedendo; è una cosa insensata, non ci sono serpenti velenosi da queste parti, ma ero curiosa».
«In effetti, sulla caviglia sinistra è stato trovato il segno di un morso di serpente e in tutto il suo sistema venoso c’è del veleno; si suppone che quello lo abbia reso una preda più facile da uccidere, ma resta il problema dell’accoppiamento di tre specie animali completamente diverse».
«Mio padre mi raccontava spesso, quando ero bambina, di un mostro simile…» ammisi sottovoce, più a me stessa che a Dean.
«Davvero?!» lui si fece molto interessato, sul chi vive.
«Sì, certo; ricordi la cicatrice sulla spalla di cui ti ho parlato? Beh, lui diceva che era stato una creatura del genere a fargliela».
«Quando è successo?».
«Beh, allora… doveva avere circa quindici anni. Suo nonno e suo padre lo avevano addestrato fin da bambino a cacciare, è una sorte di tradizione di famiglia; a dieci anni mio padre aveva già una mira infallibile anche con bersagli in movimento e a quindici venne ritenuto pronto per la sua prima battuta di caccia. Mi raccontava di come suo nonno, suo padre, suo zio e suo fratello Michele stessero seguendo le orme di un grizzly, anomale per la loro lunghezza di quasi trenta centimetri, quando successe il peggio.
Fu questione di pochi attimi: Michele urlò una sola volta e poi non rispose più a nessuno, così che suo zio andò a controllare cosa fosse successo; anche lui lanciò un grido prima di piombare nel silenzio. Gli altri non avevano ancora visto nulla, ma si diressero tutti verso il punto dove stavano i due scomparsi; anche papà andò con loro, solo rimanendo un po’ indietro perché temeva cosa potesse essere successo.
All’improvviso però davanti a lui saltò giù da un albero quello che a prima vista sembrava un lupo enorme, ma che poi si erse fino ad assomigliare in tutto e per tutto a un grizzly. L’essere balzò addosso a suo padre e lo stese a terra, staccandogli la testa con una zampata, mentre suo nonno si voltava e provava a prendere la mira contro di lui, invano. Papà vide solo allora la coda dell’animale: era un serpente verde scuro, che scattò di colpo verso suo nonno, mordendolo a una caviglia, e poi si avvolse intorno alle sue gambe facendolo cadere a terra.
Mio padre, in preda al panico, cercò di recuperare il fucile che gli era caduto mentre il mostro sbranava suo nonno, ma quello lo sentì mentre lo caricava, si voltò di colpo e cercò prima di graffiarlo con gli artigli affilati come rasoi, poi però gli saltò addosso e lo morse al collo. A quel punto, mio padre fece partire il colpo e riuscì a liberarsi, mentre l’essere scappava via.
Nessuno gli ha mai creduto, ma forse quella storia non era pura invenzione…» conclusi.
«È una storia davvero interessante, ma non la definirei pura fantasia: ho sentito cose molto più irreali che poi si sono dimostrate vere» assentì Dean. «Tuo padre ha mandato avanti la tradizione anche con te?» mi chiese poi, incuriosito.
«Perché mai dovrei dirtelo? Vuoi controllare la licenza di caccia e il porto d’armi?» gli domandai in risposta.
«No, nulla del genere, pura curiosità» rispose ridendo.
Cercai di sorridere per la situazione, ma non mi uscì che un misero sorrisetto, in parte anche bloccata dallo sguardo di alcune vecchie conoscenze di famiglia che mi stavano criticando da quando ero entrata.
«So sparare abbastanza bene, sì. Ho partecipato a qualche battuta di caccia con mio padre e i suoi amici, ma con l’università non ero quasi mai a casa; da quando però mi sono laureata avevo più tempo da passare con lui, anche se le occasioni di caccia ormai erano sporadiche anche per papà, visto che gli animali si stanno spostando sempre più a nord» ammisi, tenendo per me la parte interessante della mia vita da cacciatrice.
«Capisco…» disse semplicemente Dean.
Per il resto della serata non parlammo più di mio padre o della caccia, ma ci concentrammo principalmente sulle nostre vite: scoprii che Dean aveva perso suo padre da pochi mesi e quindi mi sentii accomunata da quel senso di solitudine con l’agente.
Dean mi raccontò che la vita del federale non è tutta rose e fiori come sembra dai telefilm: nella vita reale ci si doveva impegnare al massimo per scovare indizi e prove e per trovare la soluzione del caso, mentre le occasioni di rilassarsi sul lavoro erano ridotte al minimo.
Io dal mio canto gli raccontai della mia esperienza di studentessa universitaria alla facoltà di economia, ammessa con una borsa di studio e con l’appoggio di un lontano parente che mi aveva a cuore fin dall’infanzia; gli rivelai che il mio vero sogno sarebbe stato fare legge, visto che così avrei potuto sfruttare il latino e il greco che avevo imparato alla scuola superiore in cui papà mi aveva mandata, ma che poi mi ero accorta che l’avvocato non sarebbe stato il mio lavoro ideale e avevo scelto di fare l’economista.
«Quindi conosci il latino?» mi domandò alla fine della mia spiegazione.
«Perfecte, Dean Winchester. Aliudne tibi facere possum?» gli chiesi in latino. La sua espressione esprimeva esattamente quello che mi aspettavo – puro stupore –, così gli tradussi: «Perfettamente, Dean Winchester. Posso fare qualcos’altro per te?».
«No, grazie, signorina, ho finito le domande» rispose a tono Dean, riuscendo a farmi sorridere veramente, anche se non al massimo delle mie possibilità.

«Grazie per avermi riaccompagnata a casa, Dean» dissi quando fui sotto il portico di casa.
«Figurati, era il minimo che potessi fare. Di certo non ti avrei fatta tornare a piedi» rispose, per poi aggiungere: «Sai, per tutta la sera ho osservato il tuo volto in cerca di un sorriso, perché immagino che ti renderebbe ancora più bella, eppure non ne ho visto neppure l’ombra».
«Dean, mio padre è morto quattro giorni fa; già il semplice fatto di essermi vestita troppo succinta e di aver accettato il tuo invito mi ha fatto passare per quella cui non interessa se il padre è morto, quindi… per ora dovrai accontentarti di questo. Non credo che ci siano molti modi per farmi tornare a sorridere così presto».
«Capisco. Allora ti lascio. Buonanotte» Dean fece per andarsene, ma io lo chiamai indietro.
«Dean, aspetta» Esitai un attimo, poi ammisi: «È stata una bella serata… una delle migliori della mia vita e… te ne sarò eternamente grata. Ci sono stati molti momenti in cui avrei voluto ridere di gusto, ma non l’ho fatto solo per non deludere ulteriormente la gente e… e mi dispiace di aver fatto questa scelta. Io…».
Non potei terminare la frase, perché Dean tornò subito sul portico, salendo i gradini in una volta sola, e mi baciò intensamente, come mai nessuno aveva fatto.
Furono attimi di passione travolgente, cui mi abbandonai all’istante, e attimi di oblio in cui ogni preoccupazione scivolò via, lasciandomi solamente felice. Poi però tornai alla realtà, quando le nostre labbra si divisero, e riuscii finalmente ad aprirmi nel tanto sperato sorriso che Dean aspettava pazientemente.
«Sapevo che ce l’avresti fatta» mi confessò, poi mi diede un altro bacio, al termine del quale, dopo avermi guardata negli occhi, sussurrò un «buonanotte» e se ne andò con la sua Impala.



[1] Buffalo: città nello Stato del Wyoming.


Lo so, lo so. Forse mi sono fatta trascinare un po' la mano, ma quale ragazza saprebbe resistere dal baciare quello stallone di Dean/Jensen se se lo ritrovasse davanti???
Spero vi sia piaciuto.
Baci


FaFFa


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ATTENZIONE!
Questo capitolo contiene materiale non esattamente adatto ai minori di 18 anni, però, visto che alla fine tutti prima dei propri 18 anni sanno come si fa a procreare e che io non ho usato linguaggi troppo espliciti, direi che fino alla camera di mamma e papà potranno leggere tutti, poi chi ha problemi con chi fa l'amore prima del matrimonio e chi è troppo delicato è pregato di non infilare il naso nel testo, saltando la parte e risparmiandosi eventuale commenti cattivi che spero non arrivino.
Grazie.
L'autrice

Capitolo 2: Scoperte



La gente ormai se n’era andata e mi aveva finalmente lasciata da sola con papà. Anche Dean e Sam erano venuti a farmi le condoglianze ufficiali, al termine del funerale.
Il funerale.
Il coroner aveva finalmente acconsentito a restituirmi il corpo di papà per poterlo seppellire accanto a mamma, al cimitero, e in quel momento la bara stava scendendo sempre più in profondità, mentre gli addetti delle pompe funebri la calavano nella fossa in cui avrebbe riposato per sempre.
Restai immobile davanti alla buca, finché non la riempirono di terra e se ne andarono via, dopo le ennesime condoglianze per la mia perdita, ma a quel punto ero praticamente in uno stato di trance. Mi inginocchiai per terra, e pronunciai solo cinque parole, parole semplici, ma che erano la conclusione di una lunga preghiera che avevo fatto nella mia testa: «Ti vendicherò, papà, lo giuro!».
Rimasi in quella posizione ancora per qualche minuto, poi uscii dal cimitero e tornai a casa mia, dove finalmente mi tolsi quello scomodo e orribile vestito nero, per sostituirlo con dei più pratici jeans e maglietta, su cui indossai immediatamente la grossa giacca da caccia di papà. Andai poi a prendere la mia pila, che mi infilai in tasca, e il Benelli di mio padre, che avevo potuto riporre nell’armadio sul retro dopo che la polizia lo aveva completamente esaminato.
Senza pensarci due volte, mi addentrai nella foresta, seguendo il percorso che avevo fatto cinque giorni prima, e mi diressi dove avevo trovato papà: solo a pensarci, mi salirono le lacrime agli occhi, ma mi feci forza e proseguii.
Quando ero a quasi cento metri dall’albero in questione, sentii un ramo che veniva spezzato e delle voci confuse che provenivano da poco più avanti; con maggior cautela proseguii con il fucile imbracciato, pronta per ogni evenienza, ma non ce ne fu bisogno. Arrivata all’area delimitata dalla polizia con il nastro giallo, trovai Dean e Sam, intenti ad osservare accuratamente il terreno.
«Cosa diavolo ci fate voi qui?» esclamai, stizzita. Avevano appena rovinato la mia battuta di caccia.
«Fra… Francesca?!» Dean era ancora più sorpreso di me.
«Andatevene, per favore, o rovinerete tutto!» ordinai loro.
«Tutto? Cosa ci fai qui, Fra? Non dovresti startene chiusa in casa a piangere o cose simili?».
Quella domanda, così rozza e insensibile, fece traboccare il vaso e le lacrime iniziarono a scorrere sulle mie guance, abbondanti come non mai. «Vaffanculo!» esclamai, poi corsi via, diretta verso il fitto del bosco.
«No, Fra!» Dean e Sam si misero a inseguirmi, ma la loro scarsa famigliarità con la foresta li rallentava e mi dava un grosso vantaggio.
Non mi fermai un istante, finché non sentii un ululato preoccupante arrivare da un punto troppo vicino alla mia sinistra. Mi bloccai di colpo e mi voltai, puntando il fucile e ascoltando attentamente ogni minimo suono che mi circondava: gli uccelli avevano smesso di cinguettare e tutto il bosco era immerso nel più completo silenzio.
All’improvviso lo sentì: era il pesante tonfo di zampe sul terreno e mi si stava avvicinando, ma non riuscivo a capire da quale direzione provenisse, finché non fu più vicino e potei chiaramente determinare che l’essere che aveva ucciso mio padre stava arrivando da nord-est, poco più sulla mia destra.
Mi voltai leggermente e mi preparai a fare fuoco, rilassando tutti i muscoli del mio corpo esattamente come mi aveva insegnato a fare papà e concentrandomi solo sulla bestia che stava arrivando. Stavo per stringere le dita sul grilletto, quando una parte della mia mente sentì Dean urlare qualcosa e un attimo dopo mi ritrovai stesa a terra mentre il fucile faceva fuoco.
Non riuscii veramente a capire cosa stesse succedendo, ma l’uomo che si era buttato contro di me si rialzò immediatamente e mi tirò su con sé, ordinandomi di correre più veloce che potevo fuori da lì, ed io ubbidì.
Solo quando arrivammo dietro a casa mia mi fermai e mi voltai a guardare i due agenti che mi avevano appena impedito la miglior battuta di caccia della mia vita: «Voi. Siete. Morti» scandii con cura ogni parola, perché rimanessero ben impresse nella loro mente.
«Beh, siamo contenti di essere riusciti a salvarti la vita, Fra» commentò ironico Sam.
«Salvarmi? Vi siete fottuti il cervello, per caso? Era praticamente morto! Potevo già vedere la sua sagoma e lo avreste visto a terra prima ancora di sentire lo sparo, da quanto ero pronta! Avete rovinato tutto!» li aggredì, furibonda. «E tu…» aggiunsi, indicando Dean. «Tu sei quello che ha mandato all’aria le cose in ogni senso. Hai rovinato la mia battuta di caccia e ti assicuro che l’unico che ha fatto una cosa del genere si è ritrovato la faccia coperta di lividi!».
Dean non seppe cosa ribattere, guardandomi con quei profondi occhi verdi che mi costrinsero a voltarmi per rientrare in casa.
«Francesca, aspetta!» Sam mi corse dietro, entrando poco dopo di me.
«Che cosa volete ancora da me?» gli chiesi, con le lacrime che ormai mi stavano scendendo lungo le guance, di nuovo.
«Dobbiamo dirti la verità su tuo padre» mi rispose Dean, lasciando sia me, sia il suo collega allibiti.
«Dean, stai scherzando, vero?» gli domandò quest’ultimo.
«È giusto che sappia, Sam, prima che si faccia ammazzare» aggiunse l’interpellato fissandomi.
«Che cosa diavolo sta succedendo?» chiesi loro, stizzita.

«Quindi mio padre è stato ucciso da un mostro mitologico? Una chimera?».
Dean e Sam mi avevano raccontato che la loro era stata tutta una messinscena, perché il loro mestiere di cacciatori del soprannaturale prevedeva la copertura delle proprie tracce. In realtà loro erano fratelli, cacciatori fin quasi dall’infanzia per via della morte della loro madre ad opera di un demone dagli occhi gialli.
Secondo loro, mio padre era stato ucciso da uno dei mostri che cacciavano, una chimera appunto, ma che secondo le loro informazioni si era “evoluta” per sopravvivere: «Le chimere sono solitamente rappresentate come creature con la testa e il corpo di leone, una seconda testa di capra e la coda di serpente; però ci sono anche altre visioni della chimera e noi crediamo che questa sia cambiata per adattarsi al posto, diventando un incrocio tra un lupo e un grizzly» mi spiegò Sam.
«Non dirò che è assurdo, perché a questo punto nulla mi sembra più tanto impossibile, ma voglio sapere come fare a ucciderla» chiesi.
«Non penserai di riprovarci, Francesca» si oppose Dean.
«Quell’essere ha ucciso mio padre e io ho giurato di vendicarlo. Voi non avete fatto lo stesso con vostro padre?» sapevo di aver toccato il tasto giusto, anche se dolente.
«Ascolta, Fra» cercò di persuadermi il maggiore. «Lascia che ci pensiamo noi a quel mostro: abbiamo una maggiore esperienza e quindi ci sono più probabilità di riuscire a ucciderla».
«Allora forse è il caso che vi faccia vedere una cosa» ammisi, pensando che la loro “maggiore esperienza” si poteva riferire solo al soprannaturale, perché di certo non poteva competere con la mia mira.
Li accompagnai nel capanno di papà, da cui prelevai la mia pistola e tre proiettili, quindi li portai sul retro e li invitai a tentare un colpo ciascuno, raggiungendo il tronco di un albero a circa duecento metri da noi, quello che papà mi aveva sempre fatto usare per allenarmi da bambina.
«Tu vuoi che colpiamo il centro del bersaglio pitturato su un tronco lontano più di duecento metri da qui?» chiese Sam, scettico.
«Dimostratemi la vostra “maggiore esperienza”» li sfidai, facendo il verso a Dean.
«Okay, io ci sto» raccolse la sfida il maggiore. Prese dalle mie mani la pistola e il proiettile, la caricò, prese la mira e fece fuoco. Mancò l’albero di circa un metro, restando a fissarlo con un’espressione attonita.
Lo guardai con un’aria che sottintendeva un «Te l’avevo detto», prima che Sam prendesse anche lui un proiettile e provasse come il fratello. Rimase però fermo un po’ di più per prendere la mira e riuscì in effetti a scalfire il tronco da un lato.
«Ora tocca a me» commentai a quel punto. Caricai di nuovo la pistola, osservai il tronco per qualche secondo, prima di sollevare il braccio e fare fuoco senza neanche aver prima preso la mira. Il proiettile colpì il centro esatto del bersaglio, restando conficcato nel buco che si era formato a furia di sparare, negli anni.
«Centro» esultai senza troppa gioia, guardando entrambi i fratelli, prima di aggiungere: «Sai, Dean, c’è una cosa che non ti ho detto l’altra sera sulla tradizione di famiglia».
«Aspetta, fammi indovinare: tuo padre ti ha addestrata personalmente fin da quando avevi dieci anni?» tentò lui.
«Quasi. La prima volta che ho preso in mano una pistola era il giorno del mio quinto compleanno; questa pistola» specificai, alzando il mio gioiello, «mi è stata regalata da mio padre ed apparteneva a suo nonno: è un pezzo d’epoca, risale alla metà dell’Ottocento».
«Una Colt 1851 Navy Revolver…» sussurrò Dean, guardandola.
«Una delle prime in assoluto» precisai. «Anche se probabilmente la vostra è molto più preziosa, giusto? Quante altre pistole possono uccidere i demoni?».

«Francesca, cosa ne dici di farmi vedere la mia stanza?» mi chiese a un certo punto Dean.
Alla fine avevo ceduto alla loro richiesta di aspettare e di cercare altre informazioni sulla chimera, prima di andare a cercarla per ucciderla; ci eravamo sistemati in salotto e avevo proposto ai fratelli di restare da me, così da poter essere più vicini in situazioni d’emergenza.
Dean si era mostrato entusiasta dell’idea e non dubitavo che il suo desiderio di vedere la sua stanza fosse solamente dovuto alla curiosità.
«Sì, giusto. Vieni con me» Lo accompagnai fino in fondo al corridoio del piano terra e gli mostrai le due stanze opposte che si trovavano praticamente alla fine: «In una ci dormirai tu, nell’altra Sam. Decidete voi quale preferite».
«E invece qual è camera tua?» domandò, incuriosito.
«Questa» risposi semplicemente, indicando la porta alle mie spalle, perpendicolare al corridoio.
«Di sopra invece cosa c’è?» continuò, per nulla preoccupato di porre domande.
«C’è la camera da letto dei miei genitori, il loro bagno e la grande cabina armadio in cui mettiamo un po’ di tutto. Vuole andare a vedere la stanza, agente?» scherzai alla fine.
«Lo so, sono un ficcanaso, ma questa casa mi piace. Possiamo?» chiese davvero.
«Oh, beh… se proprio ci tieni…» accettai.
Lo precedetti sulle scale che salivano dall’ingresso e gli feci fare un tour completo delle stanze: entrare in quella dei miei genitori fu difficile, ma Dean, mentre eravamo sulla soglia, mi strinse una mano in modo rassicurante ed io riuscii a entrarci.
«Wow, però!» Dean rimase colpito dallo splendido baldacchino che mia madre aveva tanto desiderato nella sua casa e che io facevo di tutto per mantenere in ottimo stato.
Non gli risposi e mi avvicinai semplicemente di qualche passo ai piedi del letto, senza però riuscire a toccarlo.
«Di sicuro i tuoi si divertivano molto qui sopra…» commentò il cacciatore, con il sorriso sulle labbra; io lo guardai male e lui si affrettò a correggersi: «Nel senso che è una camera stupenda e avranno di sicuro passato momenti molto speciali qui».
Cercando di ignorare il sottinteso della sua frase, mi avvicinai alla cassettiera con i profumi di mamma e iniziai ad annusarli a uno a uno, finché non trovai il suo preferito, ai fiori d’arancio. Ero così presa che non mi accorsi che Dean si era avvicinato finché non lo sentii poggiare le sue mani sui miei fianchi e sfiorarmi la gola con un bacio.
Lo lasciai fare, beandomi di quel momento di pace, finché lui mi costrinse a voltarmi per potermi baciare dolcemente, nell’incontro perfetto tra le sue morbide labbra e le mie, quasi inesperte. Potevo immaginare tranquillamente dove volesse andare a parare, ma non me ne preoccupai affatto.
Sentii le sue dita infilarsi sotto la mia maglietta, arrivando alla fine a togliermela, così feci lo stesso, passando immediatamente le mani sul suo bellissimo petto scolpito; intanto ci eravamo avvicinati sempre più al letto, così che per Dean, dopo avermi slacciato i pantaloni e averli fatti cadere a terra, ci volle poco per sollevarmi e adagiarmici sopra.
Lo guardai maliziosa, sentendo che in quel momento potevo fare tutto quello che avrei voluto, e gli feci cenno di raggiungermi, cosa che lui non si fece ripetere due volte: rimasto in boxer, salì sul letto, tornando a baciarmi con passione mentre cercava di far saltare il gancino del mio reggiseno.
Quando finalmente ci ritrovammo nudi, non riuscimmo a far altro che fissarci negli occhi, prima di tornare a baciarci con maggior frenesia; Dean si appoggiò su di me, mentre mi solleticava con piccoli baci ogni centimetro del collo, ed io mi ritrovai ad allacciare le gambe con le sue.
Era stato una specie di segnale per entrambi: lui continuò ancora per poco a baciarmi, poi, sfruttando quel mio momento di rilassatezza, spinse il suo bacino contro il mio, entrando in me; mi lasciai sfuggire un gridolino di dolore, che prontamente Dean soffocò con un dolce bacio, così mi calmai nuovamente, non appena il momento passò.
In pochi minuti i nostri corpi si fusero in perfetta armonia, mentre Dean mi stringeva a sé come se ne andasse della sua vita, se mi avesse persa in quel momento speciale; riuscii in qualche modo a invertire le posizioni, stendendomi a mia volta sul suo corpo e cospargendolo di baci, fino a quando lui riprese il comando, tornando a dominarmi.
Fu la notte migliore della mia vita.
In una parola, indimenticabile.

«È incredibile!».
«Che cosa?».
Dean ed io eravamo abbracciati sotto le coperte, in silenzio, finché uno dei pensieri che mi si affollavano in testa aveva deciso di usare la voce.
«Ci conosciamo da quanto? Cinque giorni? Sei?» gli spiegai. «Non avrei mai creduto di poter arrivare a fare l’amore con qualcuno che conosco da così poco, eppure… tu sei diverso».
«Che cosa intendi con “diverso”? Perché sono un cacciatore?» mi domandò lui, con un’espressione accigliata sul viso.
«No, Dean! Quello che c’è tra noi è… profondo. Normalmente una situazione del genere non dovrebbe essere… da una notte e via? Beh, a me non sembra così».
«In effetti quando conosco una donna mentre lavoro non sento mai una connessione con lei che vada oltre una bella scopata. Con te invece…» non completò la frase, limitandosi a guardarmi negli occhi con molta intensità, tanto che non mi preoccupai del suo passato da “Don Giovanni”.
«Nel mio futuro vorrei un uomo come te» ammisi. «Non tanto perché sei un uomo forte, bello e coraggioso, ma perché mi capisci al volo. Sai, da quando ti ho visto scendere dalla tua Impala, quella mattina, ho sentito che c’era qualcosa in te che mi attraeva e che al contempo mi faceva stare meglio».
Lui non commentò come mi sarei aspettata, ma restò solamente in silenzio, fissandomi come feci anch’io, finché lui spezzò la calma dicendomi: «Non ti permetterò di suicidarti contro quella chimera, Fra. Sei troppo… speciale… per me».
«Io voglio ucciderla, Dean. Seguirò i vostri ordini, non farò nulla di avventato, non rischierò per niente, ma quando verrà il momento, sarò io a premere il grilletto, non uno di voi. Sono stata chiara?» ribattei, cocciuta.
Lui cercò di combattermi con gli occhi, ma alla fine cedette: «Beh, non credo che cambierai idea, no?».
Sorrisi, scuotendo la testa, poi gli diedi un altro bacio prima di sollevarmi sopra di lui per sottolineare che avevo vinto io.

«Allora, cosa sappiamo su come uccidere questa chimera?».
Sul tavolo del soggiorno, Sam aveva installato la sua “base operativa”, con il suo e il mio portatile accesi, ognuno pronto su pagine di Internet, mentre su quello della cucina, Dean aveva piazzato ogni arma a loro disposizione, a cui io avevo aggiunto tutto quello che avevo per cacciare.
Sam aveva risposto a Dean scuotendo le spalle: «Beh, praticamente niente. C’è una leggenda che ne parla, su un certo Bellofronte che l’avrebbe uccisa ai tempi dell’antica Grecia».
«Si chiamava Bellerofonte, Sam. Sei un po’ arrugginito con i miti dell’antichità, eh? Troppi mostri moderni ti hanno fatto dimenticare i poemi epici per eccellenza» lo ripresi. «Ho tradotto la versione di Apollodoro di quella storia almeno una decina di volte a scuola. Bellerofonte, sul dorso di Pegaso, scaglia la sua lancia nella bocca della Chimera, che fa fondere, con il fuoco che sputava, il piombo della punta e così facendo si uccide da sola. Ma questo non ci aiuta di certo».
«Infatti ho cercato altri metodi per risolvere il problema, ma non ho trovato altro che rimandi al piombo fuso dal calore delle fiamme di quel mostro».
«E allora vorrà dire che proveremo a impallinarlo con del piombo. Visto che non abbiamo altra scelta, a quanto sembra, no?» commentò Dean.
«Questo è vero, però possiamo sempre provare a contattare qualche altro cacciatore…» tentò Sam.
«Ma certo, magari Bobby sa darci un qualche aiuto, magari ha il libro “Creature mitiche spuntate fuori dall’antica Grecia” e ci sa dire come uccidere la chimera!» ribatté Dean. Evidentemente, non avere una soluzione rapida lo faceva impazzire di rabbia.
«Calmati, Dean!» intervenni. «Possiamo provare come ha fatto Bellerofonte: gli ficchiamo in gola del piombo e aspettiamo che lo fonda, sempre che questa chimera sputi fuoco».
«Beh, sugli alberi intorno al luogo dove hai trovato tuo padre c’erano delle bruciature e tu non sei stata all’obitorio come noi, la sua schiena era ustionata» Sam era stato un po’ indelicato, anche perché quel dettaglio non volevo di certo venire a saperlo.
«Fantastico!» commentai, cercando di trattenere le lacrime.
«Okay, Fra, tranquilla! Troveremo il modo» Dean mi abbracciò dolcemente, fulminando il fratello con un’occhiataccia.
«Scusami, Fra. Non volevo essere così esplicito» si scusò infatti lui, senza riuscire a guardarmi negli occhi per il senso di colpa. [To be continued…]


Allora, finalmente i nostri eroi hanno fatto il grande passo. Per chi non lo avesse capito, Francesca era vergine, quindi la sua prima volta è stata veramente stupenda, direi!
Hope you liked it.

FaFFa

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ATTENZIONE!
Questo capitolo non è la continuazione di quelli scritto sopra, ma si tratta di un capitolo ambientato tra la terza e la quarta stagione fino all'episodio 401 'Lazzaro risorge'.
Non leggete se non volete rovinarvi la sorpresa (non per te, NeNe, che sai già tutto).
E informo che l'incantesimo è un marchio registrato con tanto di copyright "Made by FaFFa", in quanto io stessa mi sono messa a sfogliare il mio "tanto adorato" dizionario di latino per tirarne fuori quell'orrendo incantesimo. Perché diciamocelo: non ci vedo proprio nessuno a leggersi una simile invocazione, specialmente con tutti quei nomi con "ael" dentro che non so se pronunciarli alla latina o all'italiana. Ma vabbè, i sette arcangeli (secondo gli ortodossi, mi pare) ci stavano, in una cosa così, no?
L'autrice

Stagione 4: Angeli



Rilessi per l’ultima volta l’incantesimo, per essere sicura di non sbagliare, e sperai che funzionasse veramente; quel libro era l’unica copia esistente di un volume di magia di almeno due millenni, se non addirittura di tre, e quell’incantesimo non veniva citato da nessun’altra parte, quindi mi stavo solo fidando di chi lo aveva scritto.
Presi la ciotola contenente sangue d’agnello impastato con foglie sminuzzate di ulivo e del cosiddetto “albero di Giuda” e tracciai sul pavimento un pentacolo, al cui interno disegnai una serie di rune che non ero riuscita a decifrare; presi un profondo respiro ed entrai nel simbolo, poi cominciai a recitare l’incantesimo in latino.
«Michael, Gabriel, Raphael, Uriel, Sealtiel, Jehudiel et Barachiel, ego vos invoco. Animam sine pace eius caris, qui diutissime eum quaesiverunt, redire permittite. Michael, Gabriel, Raphael, Uriel, Sealtiel, Jehudiel et Barachiel, in vivorum orbe eum redire permittite. Anima desperata vos intervenire petit: vos oro, eam adiuvate. Michael…».
Non feci in tempo a terminare l’invocazione che il cerchio sotto di me e poi tutti i simboli che avevo tracciato iniziarono a brillare di una luce bianca accecante, che mi avvolse completamente, costringendomi a chiudere gli occhi. Quando la luce si affievolì, dopo qualche decina di secondi, li riaprii e mi trovai davanti uno spettacolo da mozzare il fiato: ero sopra le nuvole, davanti a un enorme castello d’oro che rifletteva il sole. Potevo vedere diverse persone andare verso quella reggia, ma la cosa più strana di tutti loro erano le enormi ali nere che avevano, tanto che molti volavano senza problemi.
«Oh, mio Dio! Non è possibile!» sussurrai, sconvolta.
«Tu non credi in noi?» mi domandò qualcuno alle mie spalle.
Mi voltai di scatto, ritrovandomi davanti a uno degli angeli che popolavano quel posto impossibile, diverso da tutti quelli che riuscivo a vedere solo per le ali, candide, che erano aggraziatamente riposte dietro la schiena.
«Chi diavolo sei tu?» gli chiesi, stizzita.
Immediatamente capii di aver fatto un’enorme cazzata: le ali dell’angelo divennero improvvisamente nere e il suo sguardo sembrò lanciare fiamme: «Non devi mai nominarlo qui, nemmeno per scherzo! Di lui non si può parlare così liberamente: più lo si nomina, più lui si fortifica. Quindi, non chiamarlo più!».
Quell’angelo mi stava letteralmente facendo morire di paura e probabilmente la mia espressione glielo lasciò capire piuttosto bene, visto che il suo volto tornò sereno quasi subito e mi tranquillizzò dicendomi: «Il mio nome è Michele; mi scuso per l’atteggiamento di poco fa, ma anche se sono il tuo custode è mio compito tutelare la sicurezza dei miei fratelli e del tuo mondo, come lo è per tutti noi».
Smisi di ascoltare a metà frase, cercando di capire se aveva davvero pronunciato quelle parole: «Sono il tuo custode».
«Mi stai prendendo in giro?!» esclamai. «Come puoi essere il mio custode? Tu… non sei il… capo degli angeli? L’arcangelo Michele?».
«Sono io, Francesca, e ti sono stato assegnato come custode fin dalla tua nascita» mi assicurò lui, tranquillamente.
«Ma allora…» Un lampo di rabbia mi balenò nello sguardo, quando mi resi conto di cosa Michele non avesse fatto: «Dov’eri tu quando avevo bisogno di te? Quando ho rischiato di morire e mi sono dovuta salvare da sola o altri hanno rischiato la loro vita per farlo? Dov’eri tu quando io ero a terra, mentre soffrivo? Dov’era il mio angelo custode quando ho perso tutto ciò a cui tenevo di più? Dov’eri tu, Michele? Eh?! Dov’eri?!» urlai alla fine, sfogandomi su di lui con tutta la rabbia che si era accumulata negli ultimi mesi.
L’angelo non rispose, sul suo volto si era dipinta un’espressione a metà tra il sorpreso e il colpevole; vedendo la sua reazione, sospirai e nascosi la faccia tra le mani, commentando a bassa voce: «Se non siete nemmeno capaci di proteggere quelli di cui siete i custodi, non credo che potrete mai aiutarmi. Venire qui è stato lo sbaglio peggiore della mia vita!» Poi aggiunsi, sussurrando: «Oh, Dean! Mi dispiace!».
«Ehi! Qualcuno ha nominato il mio protetto?» domandò qualcuno che si stava avvicinando. Spalancai gli occhi e sollevai la testa, osservando l’angelo appena arrivato.
«Castiel, non ora, per favore» lo ammonì Michele.
«Tu saresti il custode di…», faticai a pronunciare ad alta voce il suo nome: «Dean?».
«Ma certo. Il mio nome è Castiel. Tu chi saresti?» rispose calmo lui, guardandomi intensamente mentre piegava la testa di lato.
«Lei è la mia protetta, Francesca; Francesca, questo è mio fratello Castiel» ci presentò Michele, con uno sguardo che sottintendeva un «Ti prego, non arrabbiarti!».
Peccato che non avevo alcuna voglia di accontentarlo; quando Castiel commentò: «Aspetta, quella Francesca? La fidanzata di Dean?», la mia rabbia raggiunse il vero apice.
«Non. Posso. Crederci» scandii le parole, cercando di contenermi. «Siete tutti uguali!».
«Beh, non esattamente. Ci sono alcune suddivisioni tra noi angeli come tra voi esseri umani e…» Castiel non poté finire la frase, perché gli tirai una sberla con tutta la forza che avevo.
Lo vidi massaggiarsi la guancia rossa e protestare: «Caspita, mi hai rotto un labbro!», prima che stringessi i pugni lungo i fianchi, iniziando a tremare come già era successo con Lilith due mesi e mezzo prima.
L’angelo cominciò a boccheggiare, poi crollò in ginocchio, mentre la sua testa veniva bombardata da fitte allucinanti che solo la mia furia e il mio dolore riuscivano a generare. Vedendo il fratello che stava quasi per venire sopraffatto, Michele mi costrinse a voltarmi dall’altra parte e mi scosse violentemente per le spalle, riuscendo a interrompere il flusso di energia che aveva colpito Castiel.
Riuscii a guardarlo in faccia solo per qualche secondo prima di svenire.

Quando mi risvegliai, ero sdraiata su un morbido divano in pelle nera, in quello che sembrava un comunissimo salotto come tanti altri. Per poco mi illusi che era stato tutto un sogno, ma dopo qualche minuto dalla porta entrò un angelo e capii che purtroppo era stato tutto vero.
La delusione tornò a farsi sentire, mentre il nuovo venuto mi chiedeva: «Posso fare qualcosa per te, Francesca?».
«Dov’è Michele?» chiesi subito, guardandomi meglio intorno.
«Sta discutendo con gli altri arcangeli. Sono tutti preoccupati per la tua presenza; d’altronde, come ci si può spiegare che sei qui? Nessun essere umano è mai potuto salire fin qui da vivo e tu sei fin troppo vivente» mi rivelò lui.
«E questo è un problema?» Immaginavo già la risposta.
«È un grosso problema, Francesca. Se tu sei riuscita a salire qui così facilmente, allora i demoni potrebbero sfruttarti per fare altrettanto. Non oso immaginare quale guerra ne nascerebbe: a quel punto tu diventeresti l’obiettivo primario e dubito che Michele potrebbe proteggerti».
Le sue parole mi sconvolsero e rimasi ferma immobile sul divano per tutti i dieci minuti successivi, fino a quando Michele entrò nel salotto e l’angelo se ne andò.
Michele mi si sedette accanto, mentre io non mi muovevo di un millimetro se non per respirare: dopo un lungo silenzio, finalmente si decise a parlare: «So quanto stai soffrendo, Francesca, e questo giustifica il tuo atto contro Castiel. Il nostro Gran Consiglio però non è troppo contento della tua presenza: immagino che Derek ti abbia informata di cosa potresti aver causato».
Bene, conosco un angelo in più, yuppy! pensai, sarcastica.
«Sì, me l’ha detto, ma io non volevo venire qui! L’incantesimo era un’invocazione, non mi sarei dovuta trasferire qui in questo modo!» mi difesi.
«Oltre all’invocazione, si sarebbe dovuto verificare uno spostamento, come infatti è accaduto. E poi non potevamo di certo apparirti così tranquillamente tutti e sette, noi arcangeli, ti pare? Soprattutto in una cosa con le pareti ricoperte di simboli contro gli angeli!».
Lo guardai come se avesse appena detto un’assurdità, perché, per quanto ne sapevo io, quei simboli erano protettivi, contro i demoni, non contro gli angeli.
Quasi mi avesse letto nel pensiero, Michele aggiunse: «Servivano per proteggerti dai demoni e da altre creature soprannaturali, solo che non sapevi che noi angeli eravamo compresi».
Rimasi in silenzio, attendendo la sentenza che non tardò ad arrivare: «Abbiamo preso una decisione di cui speriamo di non doverci pentire: sei salva, a patto che non proverai mai più a usare quell’incantesimo per salire qui. Siamo d’accordo?».
Lo guardai, stupita, e annuii più volte, poi gli dissi: «C’è una cosa che vorrei chiederti, Michele».
«Sono a tua completa disposizione».
Presi un profondo respiro e mi buttai: «Tu puoi riportare indietro Dean dall’Inferno?».
L’arcangelo mi guardò per qualche minuto, prima di chiedermi: «Tu lo ami?».
«Sì, con tutta me stessa» gli assicurai.
Lui mi fissò negli occhi, controllando probabilmente la mia reazione, ma io sostenni il suo sguardo, sicura della mia sincerità.
«Io non posso fare nulla per lui» ammise alla fine. Avevo già chinato la testa, sospirando per l’ennesimo fallimento, ma, mentre ero ormai sull’orlo della rassegnazione e della disperazione assoluta, aggiunse: «C’è però qualcosa che Castiel può fare».
La mia testa scattò verso l’altro di colpo: «Sul serio?» chiesi, di nuovo piena di speranza.

«Perché mai dovrei farle un favore, visto quello che mi ha fatto prima?».
Avevo previsto che Castiel non sarebbe stato d’accordo a soddisfare la mia richiesta, ma non sarei mai riuscita a credere a quello che sentii dopo quell’esclamazione stizzita.
«Io le devo tanto, Castiel! Non le ho salvato la vita quando era in pericolo ed è quello che anche tu non hai fatto con Dean! Ora, potresti essere così gentile da fare un favore a tuo fratello maggiore e a te stesso e riportarlo indietro dagli Inferi?».
Ci volle ancora qualche minuto di totale silenzio prima che Castiel acconsentisse: «Ricordati che non lo faccio per te, Francesca, ma per mio fratello».
Sospirai, sollevata da quella notizia meravigliosa, e sussurrai: «Grazie, Castiel. Non lo dimenticherò mai».
«Oh, io non dimenticherò mai la tua sberla, Fra. Nessun essere umano può farci del male semplicemente a mani nude, ma tu… sei addirittura riuscita a rompermi un labbro e giurerei di aver sentito la mandibola scricchiolare. Sei forte, ragazzina, lo ammetto».
«E questo che significa?».
«Beh, fattelo dire da lui» Castiel indicò Michele.
«Cass, chiudi quella boccaccia, okay?» ribatté quest’ultimo.
«Che mi nascondi, Michele?» gli domandai io.
«Non so ancora perché tu sia in grado di vederci per come siamo realmente, né come tu possa essere qui senza essere morta, però adesso sono ancora più stupito da te, Francesca: non so cosa pensare del tuo caso. Sei… strana».
«Nel senso che sono un mostro?».
«No. Nel senso che sei speciale, però credo che sia un bene» concluse il discorso.

[Buco momentaneo perché ancora non ho scritto il pezzo seguente, su cui la Nene sa già qualcosa]

Era il sogno migliore che avessi mai fatto negli ultimi quattro mesi.
Io e Dean stavamo passeggiando tranquillamente mano nella mano in un piccolo parco, felici.
A un certo punto Dean mi aveva fermata, si era messo in ginocchio davanti a me e aveva detto: «Francesca Pilotti, vuoi diventare mia moglie?».
Io mi ero messa a piangere e ridere insieme e avevo sussurrato un «sì» pieno di lacrime e sorrisi, lasciando che Dean mi infilasse l’anello all’anulare.
Stavamo per baciarci, quando il sogno si infranse ed io fui riportata alla realtà da quella che mi era parsa un’onda d’urto impressionante, tanto che sentivo ancora traballare i bicchieri di cristallo del servizio buono di mamma nella credenza.
Mi misi a sedere si scatto, preoccupata da un possibile attacco demoniaco, ma poi la mia testa elaborò un’alternativa: «Dean!».
Probabilmente Castiel era finalmente riuscito a riportarlo indietro dall’Inferno, ma dopo nemmeno un secondo mi ritrovai a pensare a tutt’altro: magari non era stato Cass a tirarlo fuori, magari Sam era riuscito a fare un patto con un demone oppure un demone si stava servendo di Dean come comodo contenitore prêt-à-porter.
Mi alzai dal letto, mi infilai sotto la doccia e iniziai a pensare a cosa convenisse fare; alla fine decisi di mettermi a dare una pulita alla casa, giusto per non far pensare a Dean che mi fossi sentita distrutta alla sua morte, come se fossi morta anch’io.
Dopo due ore di pulizia, i pavimenti brillavano come uno specchio, bagno e cucina sembravano come nuovi ed ero persino riuscita a cambiare tutte le lenzuola di casa, scegliendo le migliori che avessi per il grande letto dei miei genitori, che non toccavo da quando Dean se n’era andato.
Avevo appena finito di pulire il secondo bagno, al piano di sopra, quando sentii uno scricchiolio dal piano di sotto, quello della porta della veranda sul davanti della casa. Presi immediatamente la pistola che nascondevo sotto il lavandino e con cautela mi avvicinai alle scale, scendendo uno scalino alla volta per evitare che scricchiolassero anch’essi.
Quando mi affacciai in cucina, mi ritrovai davanti Dean, intento a sbirciare nel frigorifero in cerca di qualcosa da mangiare. Fui costretta a recitare la mia parte, mostrando una sorpresa che dentro di me invece era minima, seppur fino ad allora non fossi stata sicura che era tornato dall’Inferno.
«Non è possibile!» esclamai, tenendo puntata la pistola.
Dean si voltò di scatto, poi esclamò: «Francesca!», prima di avvicinarsi.
«Non fare un altro passo! Che cosa hai fatto a Dean?» gli chiesi, fingendomi sconvolta.
«Fra, sono io!» protestò lui, alzando le mani in segno di resa. «Sono tornato!».
«Cosa hai fatto a Dean?» ripetei.
«Non sono un demone, Francesca, te lo giuro. Non so come ho fatto a tornare, mi sono semplicemente svegliato in mezzo al nulla, sotto terra, e ho cercato di capire dove diavolo fossi!».
«Non puoi essere tornato così, per puro miracolo!» protestai. Certo, Castiel i miracoli non li fa, mi pare… commentai tra me e me.
«Sono io!» ripeté Dean.
«Ma davvero?» domandai, retorica, prima di lanciargli in faccia l’acqua santa che avevo preso dal ripiano della cucina, dove la tenevo per sicurezza.
Dean si beccò in pieno viso la cascata gelida, poi esclamò: «Contenta?».
«No. Dimostrami che sei Dean, provamelo!».
«Okay, va bene. Ricordi la prima notte, quando eravamo abbracciati sotto le coperte? Beh, mi ricordo come se fosse ieri che mi hai detto che non avresti mai creduto di poterti innamorare di una persona in nemmeno tre giorni, ma che io ero esattamente ciò che avresti voluto per il tuo futuro, perché ti riuscivo a capire anche senza che tu parlassi»
Con tutti i ricordi che Dean poteva andare a scegliere come prova, aveva preso il migliore in assoluto. «Dean…» sussurrai, lasciando cadere la pistola a terra.
«Già» commentò semplicemente lui, avvicinandosi e prendendomi il volto tra le mani.
«Oh, Dean!» esclamai, prima di baciarlo con tutta la passione che mi si era radunata dentro in quei mesi da incubo, nell’attesa che tornasse da me.
Seminando vestiti in giro per tutta la casa, riuscimmo ad arrivare al piano di sopra, senza smettere di baciarci, e finimmo sdraiati sul letto in un vortice di lenzuola e cuscini, baci e carezze.
Quando ci fummo “scaricati” a dovere, Dean mi abbracciò come aveva fatto la prima volta e mi sussurrò all’orecchio: «Potrei restare qui con te, in questo letto, per sempre. Sei tutto ciò che mi serve per vivere, Fra».
«Per me vale lo stesso» risposi, respirando a pieni polmoni il suo profumo, rimasto invariato, nonostante tutto.
«Come avete fatto a tirarmi fuori?» mi chiese a un certo punto.
Sospirai, sapendo di essere costretta a mentirgli, almeno finché non avessi capito che cosa avessi di speciale per essere riuscita ad arrivare in Paradiso e a vedere la vera forma degli angeli. «Io e Sam ci abbiamo provato per circa un mese, insieme: abbiamo cercato di stringere patti con i demoni, abbiamo seguito Lilith per poterla uccidere, abbiamo tentato con ogni incantesimo che abbiamo trovato, ma senza risultati positivi. I demoni non volevano darci una mano, addirittura uno di loro ci ha detto che non potevano tirarti fuori dall’Inferno perché ci eri finito con un patto. Abbiamo trovato Lilith parecchie volte, ma lei è sempre riuscita a sfuggirci; avrei dovuto ucciderla quando ha lasciato che il cerbero ti attaccasse, avrei dovuto lasciare che quelle fitte la uccidessero, ma non…».
«Aspetta, quali fitte?» mi interruppe lui, guardandomi quasi sconvolto.
«Oh, giusto. Tu non… non lo sai» ricordai solo allora.
«Che cosa non so? Fra, che è successo? Sam ha ricominciato a usare i suoi poteri?» Dean era passato in modalità “fratello maggiore contro il soprannaturale”.
«No, Dean, non è stato Sam: sono stata io. Non so come sia successo, so solo che nel momento stesso in cui lei ci ha bloccati al muro, impedendoci di aiutarti, mi sono sentita invadere da una grande, grandissima rabbia e quando non ti ho più visto muoverti quella rabbia si è riversata su Lilith, che è caduta in ginocchio tenendosi la testa con le mani, prima che cercasse di ucciderci con una luce bianca incandescente».
«E come siete sopravvissuti?».
«Beh, non lo so. So solo che quando lei ha alzato la mano contro di noi, ne è uscita quella luce e Sam si è messo davanti a me per proteggermi; quando la luce si è affievolita, eravamo come prima e Lilith ci ha guardati con terrore, specialmente Sam. Quando tuo fratello si è alzato, prendendo il coltello di Ruby, Lilith gli ha intimato di starle lontana ed è scappata, in forma di demone» terminai la spiegazione.
«Ora sono ufficialmente scioccato» commentò Dean. «E tu non hai più rifatto una cosa del genere?».
A quella domanda, per poco risposi con la verità, ma poi mi ricordai che non potevo raccontargli di Castiel e negai: «No, non è più successo, probabilmente perché non avevo un buon motivo per arrabbiarmi così tanto».
«Meno male. Ora dov’è Sammy?» mi chiese, un po’ più sollevato.
«Non ne ho idea, Dean. Non lo vedo da tre mesi, perché ci siamo divisi a quel punto delle ricerche. Lui stava gettando la spugna, ma io non volevo abbandonare la speranza».
«Che cosa?! Io gli avevo chiesto di proteggerti sempre, come se fossi una sorella per lui, e invece che fa? Ti abbandona?».
«No, Dean, tu non capisci! Stavamo entrambi malissimo perché non riuscivamo a portarti indietro, ma a quel punto Sam ha cominciato a dire che dovevamo andare avanti, cercare Lilith e ucciderla, ma io invece volevo provare ancora con i demoni e c’erano anche una marea di incantesimi che non avevamo provato. La convivenza stava diventando insostenibile, Dean, e così ci siamo separati».
«Avete litigato per decidere se tirarmi fuori oppure no?» Dean era incredulo.
«Qualcosa del genere, sì. Io ho fatto i bagagli e me ne sono andata, sono tornata qui e ho provato tutti gli incantesimi che avevo trovato».
«Allora sei stata tu?».
«No, Dean, non ci sono riuscita. Non ne funzionava nemmeno uno, anche durante le sedute spiritiche i fantasmi mi dicevano che erano inutili, che non potevo tirarti fuori dall’Inferno con uno di quegli incantesimi. Mi dispiace».
«Non dirlo, Fra. Non hai perso la speranza subito, come ha fatto Sam. Non è una cosa che si può ignorare» mi consolò lui.
Non ribattei, sapevo di non aver mai perso la speranza di poterlo rivedere, ma non avevo più fatto nulla da quando ero stata in Paradiso per due settimane.
«Ehm… Fra?» mi chiamò Dean a un certo punto.
«Che c’è?» gli domandai, alzando la testa per guardarlo.
«Non è che avresti qualcosa da mangiare? Ho una fame da lupi, potrei svuotarti il frigorifero».
«Oh, tesoro, tutto quello che vuoi!» esclamai, ridendo.

«Non lo hai chiamato, vero?».
Dopo un’intera nottata di auto, Dean ed io eravamo arrivati nel South Dakota, a casa di Bobby, da cui speravamo di ottenere qualche informazione in più su Sam, che non riuscivamo a contattare.
«Non gli ho detto niente, come mi hai chiesto. Sei pronto?».
«Assolutamente sì» mi assicurò, prima di scendere dalla macchina.
Arrivati davanti alla porta di casa, Dean bussò più volte, finché il vecchio cacciatore venne ad aprirci; ci fu un lungo scambio di sguardi tra i due uomini, prima che Dean sorridesse ed esclamasse: «Sorpresa!».
Bobby indietreggiò un po’, dicendo: «No. Non ci credo» con un tono neutro.
Dean entrò in casa e gli disse: «Sì, lo so. Ma eccomi qui, sono tornato».
Io restai sulla soglia, aspettando un abbraccio che non arrivò: Bobby prese un pugnale dal comodino che aveva alle spalle, cercando di colpire Dean.
«Bobby, no!» esclamai, ma il mio ragazzo lo aveva prontamente evitato e stava cercando di toglierglielo dalla mano.
«Bobby…» ritentò Dean, ma gli arrivò un pugno sul naso, che lo costrinse ad arretrare in salotto. «Bobby, sono io!» provò a convincerlo.
«Col cavolo!» rispose il vecchio cacciatore, avvicinandosi con il pugnale in mano.
Stavo per intervenire, quando il ragazzo mi fermò: «No, aspetta!» Poi si rivolse a Bobby: «Il tuo nome è Robert Singer e tua moglie è stata posseduta da un demone. Ti voglio bene e sei come un padre per me. Bobby… sono io!».
Dopo quel discorso, il cacciatore si avvicinò a Dean, spostando la sedia che il ragazzo aveva usato come scudo, e gli mise una mano sulla spalla, incredulo. Dean sorrise, pensando che gli credesse, ma proprio quando anche io stavo pensando che Bobby avesse capito, l’uomo cercò di colpirlo ancora col pugnale.
Dean gli torse la mano dietro la schiena, togliendoglielo, mentre esclamava: «Non sono un mutaforma!».
«Allora sei un morto vivente!» ribatté Bobby, liberandosi e allontanandosi.
«Bobby!» esclamai io, ma Dean aveva già preso una decisione.
«Va bene, ma se fossi uno di loro non potrei fare questo con un coltello d’argento» disse, prima di sollevare una delle maniche della camicia e di tagliarsi poco sopra il gomito.
Lo guardai mentre stringeva i denti per il dolore, come Bobby, che alla fine esclamò: «Dean?!».
«È quello che cerco di dirti» rispose lui, avvicinandosi e abbracciando il vecchio, che ricambiò con le lacrime agli occhi.
«È bello rivederti, ragazzo!» esclamò.
«Sì, anche per me».
«Ma… come hai fatto a ritornare?».
«Non lo so. Nemmeno Francesca ha saputo spiegarselo» aggiunse, guardandomi, poi si voltò per posare il pugnale. «So soltanto che mi sono svegliato in una cassa…».
In quel momento Bobby gli tirò in faccia dell’acqua benedetta, che Dean prese in pieno mentre stava parlando.
Ne sputò un po’ per terrà, poi commentò: «E come vedi non sono un demone».
«Scusa… meglio essere prudenti» si scusò l’altro, sollevando la fiaschetta.
Dean lo guardò a bocca aperta poi si girò verso di me per cercare un sostegno, ma io sollevai semplicemente le spalle: dopotutto, io avevo fatto lo stesso.
«Comunque, questa storia non ha alcun senso» disse Bobby, dopo aver dato a Dean un asciugamano.
«Eh, non dirlo a me, amico!» gli assicurò l’altro.
Il vecchio lo guardò ed esclamò: «Dean, avevi il petto squarciato, le budella ridotte in poltiglia e sei stato sepolto più di quattro mesi fa. Anche se fossi uscito dall’Inferno per tornare in carne e ossa…».
«Lo so, dovrei avere l’aspetto di uno zombie come in Thriller» completò la frase il mio ragazzo.
Fino a quel momento non avevo pensato che Castiel doveva aver fatto qualcosa di bello grosso a Dean prima di tirarlo fuori dagli Inferi.
«Che cosa ricordi?» continuò Bobby con l’interrogatorio.
«Non molto. Soltanto che un cane demoniaco giocherellava con me e dopo… il buio» ammise. «E poi sono finito due metri sotto terra».
Bobby si sedette sulla sua sedia, dietro la scrivania, mentre Dean gli chiese: «Il numero di Sam non è più attivo. Lui è…».
«No, è vivo. Per quel che ne so» si affrettò a tranquillizzarlo, ma l’ultima parte mi lasciò allibita: io e Bobby ci eravamo sempre tenuti in contatto, anche dopo che avevo lasciato Sam da solo, ma mi sembrava strano che il minore dei Winchester non avesse fatto altrettanto.
Dean sembrò non aver sentito l’ultima frase, così che disse: «Bene» con un sorriso, prima di tornare improvvisamente serio: «Che significa “per quel che ne so”?».
«Non parlo con lui da mesi».
«Non l’avrai lasciato andare per conto suo?» Mi sentii in colpa anch’io per averlo abbandonato.
«È stato irremovibile a riguardo».
«Avresti dovuto tenerlo d’occhio, Bobby!» Dean stava diventando come una mammina terrorizzata per quello che potrebbe essere successo a suo figlio.
«Ci ho provato. Questi ultimi mesi non sono stati facili né per lui, né per me. Ti avevamo appena seppellito» Bobby mi guardò per cercare il mio sostegno come prima aveva fatto Dean.
«Come mai avete fatto questa scelta?» Dean non mi aveva chiesto nulla a riguardo.
«Io volevo ricoprirti di sale e bruciarti, la solita procedura, ma la signorina qui presente si è opposta con una tale convinzione che per poco non trafugava il tuo corpo».
Mi sentii improvvisamente osservata da entrambi gli uomini, così fui costretta ad ammettere: «È vero, l’ho fatto, ma sapevo che avreste fatto uno sbaglio, tutto qui!».
«Beh, per fortuna hai vinto tu, allora!» Dean mi strinse un braccio intorno alle spalle e mi diede un bacio sulla fronte.
«Anche Sam si è opposto, comunque. “Se ce la faccio a riportarlo indietro avrà bisogno di un corpo”, ha detto soltanto questo» Ricordavo come Sam si era schierato con me.
«Che vuoi dire?» Dean tornò a fare la “mammina”.
«Era silenzioso, molto silenzioso. Poi Francesca è partita e anche lui se n’è andato via. Almeno lei usava il cellulare, ma lui non ha mai risposto alle mie chiamate: io l’ho cercato, ma lui mi sfuggiva».
«Ah, maledizione, Sammy!».
«Che c’è?».
«È lui che mi ha riportato e qualsiasi cosa abbia fatto è magia nera».
«Come fai a saperlo?» Bobby ed io avevamo la stessa espressione stupita.
«Dovevi vedere la mia tomba, sembrava l’avessero bombardata! E poi c’è stata… una strana forza, una presenza che mi ha travolto e si è abbattuta su di me, alla stazione di servizio» Alla fine guardò verso di me, dal momento che io avevo visto insieme a lui come era ridotto quel posto.
Castiel aveva di sicuro cercato di parlargli, ma il risultato era stato quello di far fischiare le orecchie del mio ragazzo, visto che non poteva sentire la sua vera voce come facevo io.
«E guardate» Dean si sfilò la manica destra della camicia e sollevò quella della maglietta, mostrando l’impronta di mano che avevo notato mentre eravamo a letto, ma di cui non gli avevo chiesto nulla.
Bobby si alzò di scatto e si avvicinò, esclamando: «Ma che diavolo è?».
«A quanto pare un demone mi ha afferrato e mi ha tirato fuori».
«E perché?».
«Forse per rispettare un patto».
Lo guardai scuotendo la testa, ma Dean lo prese come una conseguenza della mia parte di racconto, quando gli avevo detto che, secondo un demone, loro non potevano tirarlo fuori.
«Sam ha fatto un patto?» domandò però Bobby.
«È quello che avrei fatto io» ammise Dean.
«Non è possibile, okay? Hanno detto che non potevano perché eri già vincolato da un patto all’eternità negli Inferi, non credo che abbiamo improvvisamente cambiato idea, nemmeno con la Colt puntata alla tempia» intervenni io, dopo averli lasciati discutere in pace.
«Beh, scopriamo dov’è Sam e scopriremo se ha o non ha fatto un patto» concluse Dean, prima di prendere il telefono di Bobby per chiamare la compagnia telefonica di Sam. Quando ottenne la conferma dell’attivazione del GPS, Dean si mise al computer per trovarlo.
«Ehi, Bobby, hai svaligiato il negozio di liquori?» commentò, vedendo la bottiglia vuota sul tavolo accanto a sé. «Mi sembra che tu abbia esagerato».
«Come ti ho detto, questi mesi purtroppo non sono stati facili».
Dean guardò da sotto in su l’amico, poi spostò lo sguardo su di me, abbozzando un «Certo» poco convinto.
In quel momento il portatile completò la ricerca e Dean fissò lo schermo stupito: «Sam è a Buffalo, Wyoming».
«È la città più vicina a Story, dove ti abbiamo sepolto» esclamai, mentre Bobby annuiva.
«Sì, ma è anche dove sono risorto. Una bella coincidenza, no?».
Non potevo certo dar torto a Dean, nonostante sapessi la verità, perché dopotutto quella non poteva essere una coincidenza. La cosa che più mi aveva colpito era che Sam era a pochi chilometri da me e non era neanche passato a vedere come stavo.
«Okay, ragazzi. Andiamo?» chiesi. Avrei dovuto affrontare Sam prima o poi e tanto valeva farlo in quell’occasione, con Dean e Bobby al mio fianco.
«Sì, tutti in macchina!» esclamò Dean.

Arrivammo all’Hotel Astoria, a Buffalo, intorno alle nove di sera. Dean ottenne dalla donna alla reception il numero di stanza di Sam facendole moine e complimenti che non mi piacquero per niente.
«Non riprovarci un’altra volta!» lo ammonì mentre salivamo al terzo piano.
«Cosa dovevo fare, altrimenti? Puntarle una pistola in testa e minacciarla?» ribatté lui, così lasciai correre e mi concentrai sui numeri delle stanze.
«Eccola, è questa» mi fermai davanti alla stanza 207 e lasciai che fosse il mio ragazzo a bussare con fin troppa violenza.
La ragazza che si presentò ad aprire domandò: «Allora, dov’è?».
Dean la guardò come se fosse un fantasma, probabilmente perché non credeva possibile che suo fratello si stesse divertendo con una donna mentre lui sarebbe potuto essere all’Inferno. Si voltò verso me e Bobby, poi chiese: «Dov’è cosa?».
«La pizza! Ci volevano tre fattorini per portarla?» rispose lei per le rime.
«Forse abbiamo sbagliato stanza» commentò Dean con un sorriso.
«È arrivata la…?» Nello spazio di camera che potevamo vedere spuntò Sam, che fissò Dean per qualche secondo, prima di passare a me e Bobby, scrutandoci come se fossimo fantasmi.
«Ciao, Sammy» lo salutò Dean. Entrò nella stanza, mentre la ragazza di faceva da parte, ma Sam lo attaccò con un coltello sbattendolo contro il muro. Bobby li divise prima che potessero farsi del male a vicenda.
«Chi sei tu?» domandò rabbioso Sam.
«Eppure dovresti saperlo» ribatté Dean.
«Sapere cosa?!».
«È lui! È lui, Sam!» gli disse Bobby, senza allentare la presa.
«Lasciami andare, Bobby!».
«Lo so che è incredibile, ma ti assicuro che è proprio lui!».
Sam si calmò, mentre Bobby lo lasciava libero.
Dean si avvicinò, poi disse: «Lo so: ho un aspetto fantastico, eh?» specificò, sorridendo.
I due si abbracciarono, quasi piangendo, ma il bel momento fu interrotto dalla ragazza, che chiese: «Scusate, ma voi due… state insieme?».
«Cosa?!» esclamò Sam. «No! No. Lui è mio fratello».
«Oh! Ho capito. Credo che… che forse… forse è il caso che vada…».
«Sì, sì, mi sembra una buona idea. Scusa» concordò il minore.
La ragazza si rivestì e, raccolte le sue cose, uscì dalla stanza, non prima di aver detto a Sam: «Chiamami tu».
«Sì, sì, contaci, Katie» rispose lui.
«Kristie» gli ricordò, mentre il suo sorriso spariva, poi se ne andò via.
«Allora quanto ti è costato?» chiese Dean mentre il fratello si sedeva sul letto per rimettersi le scarpe.
«La ragazza? No, io non pago» si affrettò a negare Sam, fraintendendo la domanda.
«Non è divertente, Sam. Riportarmi indietro: quanto ti è costato? Solo la tua anima o qualcosa di peggio?».
«Credi che abbia fatto un patto?».
«È quello che noi pensiamo» sottolineò Bobby.
«Beh, non l’ho fatto» Sam mi guardò di sfuggita, non riuscendo a sostenere il mio sguardo.
«Non mentirmi» insisté Dean.
«Ti assicuro che è così».
«Ti sei fatto incastrare solo per tirarmi fuori dai guai e hai venduto l’anima a qualche demone. Non volevo salvarmi a tue spese!».
Sam scattò in piedi, fronteggiando il fratello: «Mi dispiace, ma non è andata così!».
Dean lo prese per la camicia: «Io lo so che hai fatto questo: dimmi la verità!».
«Ho provato di tutto, se vuoi saperlo: ad aprire le porte dell’Inferno e anche a negoziare con i demoni, ma nessuno di loro voleva fare patti!» Sam aveva ripetuto a Dean quello che io gli avevo già detto. «Sei stato all’Inferno per mesi, molti mesi, e io non ho potuto evitarlo! Mi dispiace, ma non sono stato io. Mi dispiace davvero!».
Dean capì di aver esagerato: «Va tutto bene, Sammy. Non devi scusarti, io ti credo»
«Non fraintendetemi, sono felice che l’anima di Sam sia rimasta intatta, ma… questo solleva un dubbio atroce» intervenne Bobby.
«Se non mi ha tirato fuori lui, allora chi è stato?» concluse Dean.
Evitai di guardarlo, sapendo che presto Castiel avrebbe dovuto fare qualcosa se non voleva che si scatenasse il putiferio in famiglia perché non riuscivano a trovarlo.
Sam offrì a tutti una birra, poi, una volta seduti sul divano, spiegò che si trovava a Buffalo perché stava dando la caccia a Lilith, per vendicarsi, come quando lo avevo lasciato tre mesi prima. Quando Bobby gli fece notare che non si era fatto vivo, Sam si scusò sia con lui, sia con me, dicendo che era troppo sconvolto.
«Sì, certo! Eri molto addolorato!» gli fece notare Dean, sollevando in aria il reggiseno della ragazza che ci aveva aperto, Christie.
Quando passò a raccontare del recente spostamento di alcuni demoni dal Tennessee fin lì, Dean gli chiese: «Quando?».
«Ieri mattina» rispose Sam.
Dean mi guardò: «Quando sono risorto».
«Credi che siano venuti qui a causa tua?» gli domandò Bobby.
«Ma perché?» chiese invece Sam.
«Non lo so, ma se un superdemone è venuto fin qui a tirarmi fuori ci deve pur essere una connessione».
«Come stai, comunque?» lo interrogò il vecchio cacciatore.
«Sono un po’ affamato» ammise Dean. Dopo che aveva svuotato la cucina, aveva ancora fame!
«No, voglio dire, ti senti te stesso? Ti senti… strano… o diverso?».
«O demoniaco? Quante volte devo provarti che sono proprio io?».
«E va bene, ascolta: nessun demone ti lascia andare per bontà d’animo. Devono avere in mente qualcosa di malvagio».
«Beh, io mi sento bene, anzi, più che bene. Vero, Fra?» ovviamente si stava riferendo alla nostra giornata di sesso che tanto mi era mancata.
«Sì, Bobby, sta fin troppo bene» assicurai al vecchio cacciatore con un sorriso.
«Sentite, abbiamo molte domande e non sappiamo da dove partire. Ci serve aiuto» disse Sam.
«Conosco una sensitiva, a poche ore da qui. Forse può aiutarci, magari ha sentito qualcosa».
«Vale la pena provare» acconsentì Dean.
«Meglio andare».
Mentre tutti ci alzavamo, Sam riconsegnò al fratello la sua collana e poi gli chiese com’era l’Inferno, ma Dean rispose che lo aveva rimosso.
Quando fummo nel parcheggio, Sam lanciò le chiavi dell’Impala al fratello, che fu entusiasta di poter riprendere possesso della sua macchina. Io decisi di andare con Bobby, così da lasciare loro un po’ di privacy e di tempo per stare da soli.
In auto, Bobby mi domandò: «Tu non ne sai niente?» con un ovvio riferimento alla risurrezione di Dean.
«No, Bobby. Ho provato tutti gli incantesimi che avevo trovato, ma li ho esauriti circa due settimane fa; dubito che ci siamo magie a scoppio ritardato» gli risposi, in parte mentendo.
Non sollevammo più l’argomento, né parlammo d’altro durante tutto il viaggio, anche perché a un certo punto mi appisolai con la testa appoggiata al finestrino dell’auto, stanca di quei continui spostamenti.
Quando mi svegliai era l’alba e ancora non eravamo arrivati; ci volle un’altra ora prima che Bobby svoltasse finalmente in una delle vie della città dove eravamo arrivati, fermandosi poi davanti alla casa di Pamela Barnes.
Quando bussammo alla sua porta, ci venne ad aprire una giovane donna sui trent’anni, con un sorriso: «Ah! Bobby!» esclamò, abbracciando l’uomo e sollevandolo da terra.
«Pam! Sei sempre più bella, lo sai?» la elogiò lui, quando fu di nuovo a terra.
«Allora, sono questi i ragazzi?» domandò la donna, guardandoci tutti e quattro.
«Sam, Dean, Francesca, vi presento Pamela Barnes, la migliore sensitiva dello Stato» fece le presentazioni Bobby.
Mentre Dean le diceva: «Ciao», Sam ed io optammo per un più formale: «Salve».
Lei si fermò con lo sguardo su Dean, commentando: «Dean Winchester: scampato alla brace e tornato alla padella, eh? Sei una creatura rara».
«Se lo dici tu» rispose il ragazzo.
«Entrate» ci invitò lei, facendosi da parte per permetterci di passare.
Non appena fu entrato, Bobby le chiese: «Hai scoperto qualcosa?».
Temevo la sua risposta, ma per fortuna non fu nulla di cui mi dovessi seriamente preoccupare: «Beh, finora ho contattato una dozzina di spiriti, ma nessuno di loro sa chi ha salvato Dean e perché».
«Che possiamo fare?» domandò l’uomo.
«Una seduta spiritica e cerchiamo di scoprire chi è stato».
«Non vorrai evocare quell’essere qui?» Bobby sembrava sconvolto.
«No! Voglio solo dare un’occhiata, come con la sfera di cristallo, ma senza sfera».
«Io ci sto» acconsentì Dean, guardando Bobby tranquillamente.
Pam stese sul tavolo rotondo della cucina un telo nero, su cui era disegnato un pentacolo con diverse rune, poi ci invitò a sederci tutti attorno ad esso, uno per ogni punta della stella, mentre lei prendeva candele e fiammiferi, dopo aver chiuso le tende.
«Bene, prendetevi per mano» ci ordinò quando si fu seduta a sua volta. «Ho bisogno di toccare qualcosa che ha toccato quell’essere misterioso».
Dean, accanto a lei, sollevò la manica della maglietta e la faccia di Sam esprimeva esattamente quello che io prima e Bobby poi avevamo pensato: quello era il segno che solo qualcosa di grosso poteva lasciare, soprattutto quando si trattava di risurrezione.
Pam, delicatamente, appoggiò sull’impronta della mano di Castiel la sua, poi iniziò a recitare: «Ti invoco, ti reclamo e comando: mostrati a me davanti a questo cerchio. Ti invoco, ti reclamo e comando: mostrati a me davanti a questo cerchio. Ti invoco, ti reclamo e comando: mostrati a me davanti a questo cerchio. Ti invoco, ti reclamo e comando… Castiel?» esclamò all’improvviso.
Sperai vivamente che l’angelo non le si mostrasse per come era veramente, ma che semplicemente le spiegasse cos’era, ma Pam era fin troppo testarda per lasciar stare.
«No, non preoccuparti, non mi spavento facilmente».
«Castiel?!» le chiese Dean.
«Sì, questo è il suo nome. Mi sta consigliando di fermarmi» rispose lei.
«Forse è il caso di ascoltarlo…» cercai di convincerla io.
Lei continuò lo stesso, ripetendo più volte: «Ti invoco e comando: mostrami il tuo volto!».
Quando il tavolo cominciò a muoversi, Bobby le disse: «È meglio fermarsi».
«Ce l’ho quasi fatta!» protestò Pam. «Ti comando di mostrarmi il tuo volto! Mostrami il tuo volto ora!».
Le fiammelle delle candele si alzarono di parecchi centimetri, mentre Pam iniziò a urlare per il dolore agli occhi dovuto alla vista di Castiel, prima di svenire.
Bobby ordinò: «Chiama il 911!» e mentre Sam ubbidiva, si abbassò su Pamela, che quando venne presa in braccio spalancò gli occhi, diventati neri come la pece: bruciati.
«Non vedo niente! Non vedo niente! Oddio! Oddio no!» esclamò, piangendo.
«Bobby, fammi provare a guarirla» intervenni io, spostando Dean e posando sugli occhi della donna le mani. Mi concentrai su di essi, immaginando che tornassero normali, ma per quanto mi sforzassi non accadde nulla. «Ma cosa…?» iniziai la frase, ma poi capii che si trattava del potere di Castiel.
«Francesca…» provò a fermarmi Dean, ma io lo interruppi: «Fammi provare di nuovo».
Inspirai profondamente, mentre posavo di nuovo i palmi sugli occhi martoriati di Pam, ma anche questa volta non successe nulla; provai a concentrarmi unicamente sulle mie mani e cominciai a tremare, sempre più forte, finché il mio potere curativo venne nuovamente respinto ed io fui sbalzata dall’altra parte della stanza.
«Fra! Stai bene?» mi chiese Dean, aiutandomi ad alzarmi.
«Io… credo di sì. Non ha funzionato, Dean, ma non capisco come sia possibile: sono riuscita a curare te quando eri praticamente morto, quindi perché adesso non ci riesco?».
«Che hai sentito?».
«Non lo so. Il mio potere è stato… respinto» non trovai parola migliore per esprimere l’accaduto, maledicendo dentro di me il potere angelico di Castiel e la sua trovata di mostrarsi davvero a Pamela nonostante potesse opporsi senza problemi.

«Come stai, ragazzo?».
Bobby ed io eravamo appena usciti con un Dean praticamente svenuto dall’hotel, dove Castiel aveva di nuovo tentato di parlargli, rischiando invece di ucciderlo. Ero furibonda.
«A parte le orecchie che mi fischiano ancora, benissimo» rispose lui, con una punta di sarcasmo.
«Io lo uccido!» sbottai a quel punto, esternando la rabbia.
«Francesca, non sappiamo neanche che cosa sia» protestò Bobby.
«Non mi interessa! Prima ti salva la vita e poi cerca di ucciderti? Due volte? No, signori, io non permetto a nessuno di fare una cosa del genere a qualcun’altro, specialmente quando si tratta di persone a me care come il mio ragazzo!» ribattei, sapendo che Castiel stava senza dubbio ascoltando.
Dean scosse la testa, poi chiamò Sam per sapere dove fosse e gli disse che era uscito con me e Bobby per una birra, prima di riattaccare.
«Perché non glielo hai detto?» gli domandò Bobby.
«Perché ce lo avrebbe impedito».
«Di fare cosa?!» domandammo stupiti Bobby ed io.
«Di evocare questo spirito. Dobbiamo stanarlo e affrontarlo» Dean era fin troppo serio.
«Stai scherzando, vero?» gli chiesi, sperando di riuscire a non farlo.
«Non scherzo affatto. È “mezzogiorno di fuoco”, baby!» esclamò lui, guardandomi dal sedile anteriore con un sorriso.
«Ma non sappiamo niente di lui! Potrebbe essere un demone o chissà cosa» protestò Bobby.
«Perciò dobbiamo essere pronti a tutto» Dopo aver estratto il coltello di Ruby, commentò: «Abbiamo il supercoltello magico e un arsenale nel tuo bagagliaio».
«A me sembra una cattiva idea!» ribatté il vecchio cacciatore.
«Sono d’accordo!» concordai io.
«Forse avete ragione, ma quale altra scelta abbiamo?».
«Potremmo scegliere di vivere» rispose ironicamente l’altro.
«Bobby, qualunque cosa sia di sicuro continuerà a darmi la caccia, giusto? Quindi… o mi faccio beccare di nuovo con i pantaloni calati oppure cerco di anticiparlo».
«Sì, ma… Sam potrebbe esserci utile».
«No, non voglio coinvolgerlo» rifiutò Dean.
«Fra?» mi interpellò Bobby.
«Tanto continuerà comunque a insistere finché non gliela daremo vinta. Tanto vale accontentarlo» accettai, lanciando un’occhiataccia al mio ragazzo, che ricambiò con i suoi migliori “occhi da cucciolo”.
Arrivammo fino a un enorme capannone per il deposito del grano, poco fuori città, e lì dentro cominciammo a dipingere ovunque tutti i simboli protettivi che conoscevamo, oltre ad alcuni nuovi che Bobby aveva ricavato da alcuni suoi libri.
Dopo circa mezzora, il capannone, già usato da altri cacciatori, era costellato di tutti quei disegni ancor più di quando ci eravamo entrati.
«Sembra una bella opera d’arte, non trovi?» commentò ironico Dean, mentre Bobby gli si avvicinava, terminata una “trappola del diavolo”, ed io gli portavo una pistola appena caricata a proiettili di sale.
«Abbiamo messo trappole e talismani di ogni religione. Cosa abbiamo qui?» chiese il vecchio cacciatore.
«Paletti, ferro, argento, sale, il coltello: siamo più o meno pronti a uccidere quest’essere misterioso» tirò le somme Dean.
«Secondo me è una cattiva idea».
«Sì, me l’hai già detto una decina di volte almeno».
Pur sapendo che tutta quella roba era inutile, dissi: «Che ne dite di cominciare?».
«Ottimo!» approvò Dean, così mi avvicinai alla ciotola in cui avevamo mischiato polvere di quarzo e sangue d’agnello e iniziai a recitare la formula di evocazione, mentre versavo dei granelli di ferro.
Al termine dell’incantesimo, restai in attesa che comparisse Castiel come aveva fatto Michele un paio di settimane prima in casa mia, con un caratteristico fruscio di ali, ma non successe nulla.
Restammo ad aspettare, sempre più impazienti, per circa un’ora, finché Dean ruppe il silenzio chiedendomi: «Hai eseguito bene il rituale?».
Lo guardai alzando un sopracciglio, poi gli risposi: «La prossima volta ti metti tu a parlare il latino più arcaico che esista, d’accordo?».
«Non fare la permalosa! Non sembra aver funzionato, tutto qui!» ribatté.
A quel punto persi anch’io la pazienza: presi il libro dove si trovava l’incantesimo di evocazione, lo sfogliai fino alla sezione che parlava di evocazioni generali e trovai quello che speravo. Si potevano evocare le creature sconosciute anche semplicemente chiamandole, rivolgendo loro quasi una preghiera.
Richiusi il libro e lo posai dove era prima, poi alzai lo sguardo verso il soffitto del capannone e dissi ad alta voce: «Castiel, mi senti? Che ne dici di venire a farci un salutino così almeno poi possiamo andare a dormire?».
«Ma sei impazzita?!» mi chiese Dean.
«Non sappiamo di cosa si tratta e abbiamo usato un rituale per spiriti. Magari questo funziona» gli spiegai.
Infatti dopo pochi secondi il tetto di lamiere del capanno iniziò a tremare, come se ci fosse un forte vento, e tutti e tre saltammo in piedi.
«Dovremmo esserci, non credo che sia il vento» ammise il ragazzo, guardandomi con negli occhi delle scuse.
Stavo per rispondergli, quando all’improvviso le luci cominciarono a esplodere una dopo l’altra e il portone d’ingresso si spalancò,  rivelando una figura umana che si avvicinava tra le scintille: Castiel.
Dean e Bobby presero subito la mira e lo colpirono più volte, mentre io finsi solamente di farlo, sapendo che era inutile qualunque arma che avevamo a nostra disposizione; vedendo che l’uomo non si fermava, Dean prese il pugnale e gli chiese: «Chi sei tu?».
«Sono quello che ti ha afferrato e salvato dalla perdizione» rispose tranquillo l’angelo.
«Ah, sì? Ti ringrazio tanto» esclamò il ragazzo prima di ficcargli la lama dritta nel cuore.
Per un attimo temetti che potesse avergli fatto veramente del male, ma Castiel continuò a sorridere e si sfilò il pugnale dal petto, gettandolo a terra con noncuranza.
A quel punto Bobby cercò di colpirlo alle spalle con una mazza di ferro, ma l’angelo lo bloccò prima ancora che lo sfiorasse e gli posò due dita sulla fronte: il cacciatore cadde a terra, privo di sensi.
Castiel si girò verso il ragazzo, che era rimasto scioccato quanto me: «Dobbiamo parlare, Dean. Da soli» e così dicendo si voltò verso di me e immaginai che volesse ridurmi allo stato in cui si trovava Bobby, nonostante già ci conoscessimo.
Lo fissai quasi spaventata, mentre la sua mano si avvicinava alla mia fronte; quando le sue dita però mi toccarono, l’unico effetto che produssero su di me fu di farmi sussultare. L’angelo le ritrasse e chinò la testa su una spalla, con un’espressione stupita, poi commentò: «Vorrà dire che tu dovrai assistere, Francesca».
Non appena Castiel si allontanò, Dean mi strinse in un abbraccio, chiedendomi: «Stai bene?».
«Sì» risposi con la verità. «Sono solo un po’… scossa».
Mi liberai dal suo abbraccio e mi chinai su Bobby, sentendogli le pulsazioni, prima di provare a farlo rinvenire con i miei poteri curativi.
«Non funzioneranno» interruppe i miei sforzi l’angelo, beccandosi un’occhiataccia sia da me che da Dean. «Non sei abbastanza forte per contrastarmi».
«Che cosa gli hai fatto?» gli domandò il ragazzo.
«Il vostro amico è vivo» rispose l’angelo.
«Chi sei tu?».
«Castiel» disse semplicemente l’altro.
«Sì, questo l’avevo capito, ma che cosa sei?».
Castiel sollevò lo sguardo dal libro che avevo usato per evocarlo e rispose: «Sono un angelo del Signore».
Dean si alzò da terra e disse, con un tono quasi infuriato: «Ma sta’ zitto! Chi credi di prendere in giro?».
In effetti, quel corpo, che era il naturale tramite di Castiel, non rendeva bene con indosso quel trench beige quanto con la tunica che indossava in Paradiso e glielo feci intendere sollevando le sopracciglia in segno di accordo con le parole del ragazzo.
Lui però non vi badò, se non per il leggero sorriso che gli velava le labbra: «È questo il problema, Dean: tu non hai fede».
Non avrei mai immaginato che Castiel potesse farlo, ma all’improvviso l’interno del capannone fu illuminato come da fulmini e sulla parete d’ingresso, alle sue spalle, si proiettò l’ombra delle sue ali, che io riuscivo a vedere comunque.
«Sei davvero un bell’angelo!» esclamò sarcasticamente Dean. «Hai bruciato gli occhi di quella povera donna».
«Io l’avevo avvertita di non cercare di vedermi: è sconvolgente per voi comuni mortali» Cass posò per un attimo lo sguardo su di me; «come udire la mia voce, ma tu questo già lo sai» aggiunse tornando a guardare Dean.
«Alla stazione di servizio e al motel: eri tu allora» L’angelo annuì e il ragazzo continuò: «La prossima volta non esagerare così».
Il volto di Cass si fece colpevole: «Lo so, è stato un errore: alcune persone molto speciali possono vedermi e pensavo che tu fossi una di loro, ma mi sbagliavo».
Mi sentii implicitamente nominare con quel “persone molto speciali”, ma non alzai lo sguardo su di lui, fingendo di occuparmi di Bobby.
«E quello sarebbe il tuo vero aspetto, eh? Quello di un esattore delle tasse?».
«Ti riferisci a questo? È solo un contenitore».
«Ti sei impossessato di un povero disgraziato?» Dean sembrava preoccupato.
«È un uomo devoto: è stato lui a offrirsi».
«Smettila di raccontarmi stronzate: chi sei realmente?» il ragazzo non era ancora convinto.
Castiel ne fu deluso: «Te l’ho già detto».
«Certo. E perché un angelo mi avrebbe salvato dall’Inferno?».
Era la domanda che stavo aspettando: sollevai lo sguardo per fissare Castiel, che cercò però di eluderla: «Accadono delle cose belle, Dean».
«Non nella mia esperienza» ribatté l’altro.
«Che ti succede? Credi di non meritare di essere salvato?».
Dean ripeté: «Perché l’hai fatto?».
L’angelo allora rispose senza esitazione, dicendo qualcosa che mai avrei creduto possibile di sentire: «Perché è Dio che me l’ha ordinato. Abbiamo del lavoro per te» e detto questo scomparve sotto i nostri occhi.

Quando, il giorno dopo, mi ritrovai finalmente da sola, a casa di Bobby, il mio primo pensiero andò a Castiel, da cui volevo delle spiegazioni per la sua risposta tanto ufficiosa alla motivazione del salvataggio di Dean.
I Winchester e Bobby erano andati a vedere cosa era successo a un’altra cacciatrice, una certa Olivia Lowry che da giorni non rispondeva al telefono, così ne approfittai per fare un po’ di pulizia tra cucina e salotto, prima di decidermi.
Mi appoggiai al tavolo della cucina e dissi: «Castiel, porta le tue chiappe piumate subito qui».
Un battito d’ali e davanti a me si materializzò l’angelo, con indosso gli stessi abiti del giorno precedente, solo privi di fori di proiettile e di sangue.
«Allora?» gli chiesi.
«“Allora” cosa?» ripeté lui.
«Si può sapere da dove ti è uscita quella frase su Dio che ti avrebbe ordinato di salvare Dean?».
«Non puoi saperlo, Francesca».
«Beh, allora trova una balla convincente, perché voglio una spiegazione».
«Ho dovuto attendere così a lungo per poter riportare indietro Dean dagli Inferi perché dovevo avere il suo permesso; quando l’ho avuto, mi è stato anche detto che lui ci serve per combattere i demoni e in particolare Lilith, che vuole spezzare i sessantasei Sigilli che tengono chiuso Lucifero nella sua gabbia».
«Perciò era vero…» sussurrai, sconvolta.
«Ogni singola parola».
«Perché non mi hai addormentata come hai fatto con Bobby? Perché hai finto di non riuscirci?».
«Non stavo fingendo, Francesca. Non sono davvero riuscito a influenzarti, non è stata una messinscena» ammise.
«Come è possibile, Cass?».
«Tu sei molto speciale, lo sapevamo già, ma questo aggiunge nuovi interrogativi al tuo caso ed io non sono in grado di risolverli».
«Quindi sono una specie di mostro?» Era la stessa domanda che avevo posto a Michele in Paradiso.
«No, Francesca, assolutamente! Tu sei una specie di miracolo!» esclamò Castiel, prima di svanire e di lasciarmi lì da sola, stupita dalle sue parole.


Forse avrete notato che ci sono dei dettagli che ancora vi sono sconosciuti, come ad esempio i poteri curativi della protagonista (top secret come sono comparsi e perché) o cosa è successo dalla fine della terza stagione al momento in cui ho iniziato a raccontare (nella fattispecie con Sam, anche se qualche accenno già lo avete avuto).
Aspettate e sperate. Presto scriverò la mia rivisitazione dell'episodio 316, solo per voi!
Baciuzzi! <3

FaFFa

P.S.: Fan di Cass, per favore, se mai leggerete questo capitolo, non odiatemi per come ho reso il nostro adorabile angioletto in trench beige, perché mi serviva un buon pretesto per arrabbiarmi così tanto, avevo bisogno di sfogarmi per tutti i casini che ha combinato in tre stagioni e passa di Spn e per tutti quelli che ha sostenuto/contribuito a creare. Aggiungerei un bell' "I'm sorry", ma poi mi ritroverei a pensare a Dean che ripete "Sorry?!" prima di far fare "bling!" alla testa di Cass (episodio 422 'Lucifero risorge') xD.
by unafedelissimafandiCassedellasuaingenuità(ecastitàxD)

 


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1 commento:

  1. Te lo avevo già detto e te lo ripeto: è davvero bellissima! u.u <3 Voglio il continuo però, lo esigo u.u
    Nene <3

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