Attenzione! Questa storia è di pura fantasia, quindi qualunque
riferimento a persone realmente esistite o esistenti o a fatti accaduti che
sembrino quelli qui narrati non sono nulla che abbia a che fare con questo. Le
persone interessate maggiormente da questa storia sono a conoscenza della sua
esistenza e non hanno avuto da ridire al riguardo. Perciò, se vi pare di trovare
somiglianze con la realtà, sappiate che non è la realtà, anche perché ancora
non abbiamo conosciuto alcun angelo, demone, etc. =D
Inoltre, ogni diritto per i personaggi di Supernatural, quali Dean e
Sam Winchester, Bobby Singer, Castiel, etc., va a The CW. A me appartengono
solo i personaggi originali, cioè Francesca e Irene, per ora.
L’autrice
Il tutto inizia a quasi metà della seconda stagione, prima dell'episodio 212 "Un'insolita rapina", perché su questo episodio ho intenzione di scrivere come se al posto dell'avvocato ci fossi io... piccolo cambiamento, niente di che, visto che coi fratelli Winchester spacciarsi per altre persone è d'obbligo.
Comunque, a parte l'ovvio mio personaggio, nella prima parte della fan fiction troverete la "mia" storia soprannaturale delle origini.
Beh, cos'altro dire? Mmm... ah, sì!
Dean, sei il migliore, amoruccio mio!!!
Buona lettura!
FaFFa
Capitolo 1: Mostro
«Papà, sono a
casa!» chiamai appena entrata.
La mia voce
riecheggiò nelle stanze intorno a me, ma non mi giunse alcuna risposta da mio padre;
probabilmente era nel capanno degli attrezzi a riparare chissà cosa.
Sistemai nel
frigorifero la spesa e iniziai a preparare la cena, pensando che forse mi stava
evitando di proposito, per farmi sentire in colpa per non essere andata con
lui, ma poi ripensai alla sua felicità nel sapere che uscivo con le amiche e
capii che non era di certo arrabbiato.
Un’ora dopo,
quando ormai il pollo era cotto a puntino e le patate al forno erano già in
tavola, uscii per chiamare papà e farlo venire a cena; mi avvicinai al capanno
e scostai la porta, stupita che la luce fosse spenta.
«Papà?»
chiesi, sorpresa dalla sua mancanza. Mi voltai allora verso il giardino e
chiamai più forte, ma l’unico risultato fu quello di far volare via un uccello
terrorizzato da un albero.
Mi colse un
presentimento: accesi tutte le luci esterne del giardino e corsi al deposito
sul retro della casa, dove papà teneva i suoi fucili migliori; aprii la doppia
porta e rimasi allibita: era mezzo vuoto e non c’era nemmeno l’ombra del suo preziosissimo
Benelli.
«Papà!»
sussurrai, terrorizzata.
Tornai in
casa, indossai una giacca, presi il cellulare e una torcia e tornai sul retro,
dove prelevai una pistola ben nascosta sul fondo dell’armadio e le cartucce di
scorta, poi mi addentrai nel sentiero in mezzo al bosco dietro casa, chiamando
a intermittenza mio padre.
All’improvviso
sentii un forte ululato provenire dal fitto della foresta e ne fui
terrorizzata, perché dalle nostre parti non si erano mai visti dei lupi;
pregando che fossero solo cani selvatici, continuai la mia esplorazione. Feci
però solo pochi passi, prima che l’ululato si ripetesse, questa volta molto più
vicino a me, facendomi stringere di più la pistola e chiudendomi la bocca dello
stomaco.
Camminai per
un’altra decina di metri, prima di fermarmi per un terzo ululato, terribilmente
vicino; qualche secondo e fu un altro il motivo della mia paura: sulla guancia
mi caddero delle gocce, che mi resi conto fossero di sangue solo dopo essermi
strofinata la guancia con una mano. Alzai la testa e puntai la luce verso
l’albero sotto cui mi trovavo e una scena agghiacciante mi si parò davanti:
papà era riverso prono su due grossi rami, con lo stomaco e la gola squarciati
di netto.
Non riuscii a
soffocare un urlo.
«Va bene,
signorina, per ora è sufficiente. Le faremo sapere il prima possibile se ci
sono novità. Mi dispiace tanto».
L’ennesimo
poliziotto se ne andò con quelle parole, lasciandomi seduta sul divano del
soggiorno da cui non mi ero ancora mossa dalla sera precedente. Mary uscì dalla
cucina con in mano due tazze di cioccolata fumante e me ne mise in mano una,
andando poi a sedersi sulla sedia davanti a me.
«Come ha
potuto essere sopraffatto così?» me ne uscì a un certo punto, rompendo il
silenzio.
«Io credo che
abbia lottato parecchio, Fra. Lo hai visto e sai che i grizzly non gli fanno un
graffio; qualunque cosa sia stata, doveva essere davvero enorme» La mia
migliore amica cercò di trovare un motivo logico all’accaduto, come tutti.
Tutti tranne
me.
All’improvviso,
durante un nuovo, lungo silenzio, il rumore del motore di una vecchia auto ci
destò entrambe dai nostri pensieri; Mary corse alla finestra e commentò: «Però…
bella macchina!».
Mi decisi ad
alzarmi e mi diressi accanto a lei, ritrovandomi ad osservare una Chevrolet
Impala nera che aveva almeno cinquant’anni e da cui stavano giusto scendendo
due giovani ragazzi sui trent’anni vestiti di tutto punto.
«E non solo
quella è bella…» aggiunse poi lei, rimproverandosi subito dopo: «Commento inopportuno,
sono una cretina!».
Andai alla
porta ad aprire loro, chiedendo subito: «Chi siete?».
Quello che
sembrava il più grande si tastò una tasca e ne estrasse un distintivo, che mi
mostrò dicendo: «Io sono l’agente Winchester e lui è il mio collega Barnes;
siamo qui da parte del dipartimento per la sicurezza dell’FBI e vorremmo
parlare con la signorina… Pailotti,
se non erro».
«Voi americani
siete tutti uguali! Il mio cognome è Pilotti,
si legge come si scrive: non si nota che non è di qui?» sbottai, stufa di tutta
quella gente intorno. E poi quei due non mi convincevano: quali agenti vanno in
giro con un’auto così appariscente?
«Le chiediamo
scusa, signorina. Sappiamo che non è un bel momento e che di sicuro sarà stufa
di domande, ma… la sicurezza viene prima di tutto, giusto?» aggiunse l’altro,
l’agente Barnes.
«Vi risponderò
solo se saprete pronunciare correttamente il mio nome» ribattei, sperando di togliermeli
di torno per un po’.
«Beh, noi…»
iniziò Winchester, ma Barnes lo interruppe: «Miss Francesca Pilotti, giusto?».
Lo guardai
allibita, chiedendomi come fosse riuscito a pronunciarlo “Francesca” al primo
tentativo, poi mi ripresi: «Ehm… o-okay. Suppongo che debba farvi entrare» e
così dicendo mi voltai e tornai in salotto da Mary.
«Fra, i due
bei fusti sono già andati via?» mi chiese lei, spuntando di nuovo dalla cucina
e notando solo a quel punto l’errore.
Io la fulminai
con lo sguardo, poi, facendo finta di niente, invitai i due agenti ad
accomodarsi mentre io mi sedevo al tavolo del soggiorno. Mentre Barnes si
sedeva sul divano, Winchester fece per mettersi sulla poltrona, ma io lo
bloccai di colpo: «No, non lì!».
Vedendo che tutti
e tre i miei ospiti mi stavano fissando stupiti, spiegai a bassa voce: «Quella
è la poltrona di papà».
L’agente annuì
e preferì accomodarsi accanto al collega, mentre l’atmosfera tornava a farsi tranquilla.
«Bene,
signorina… Francesca…» l’uomo faticò a dire il mio nome. «So che probabilmente
sarà una domanda difficile e noiosa, ma… potrebbe dirci esattamente cosa è
successo ieri?».
Inspirai
profondamente, osservando la poltrona vuota, poi rivolsi la mia attenzione ai
due uomini e risposi: «Ieri sono andata a fare un giro con le amiche: abbiamo
fatto shopping, un giro per i negozi a Buffalo[1], ci
siamo divertite come fanno tutte. Mentre tornavo a casa, mi sono fermata a
comprare qualcosa per la cena al supermercato in centro e poi sono venuta
direttamente qui; sono entrata e ho chiamato mio padre, ma lui non c’era e io
credevo che fosse nel capanno dove tiene tutti i suoi attrezzi per il giardino.
Ho preparato
la cena, poi sono uscita a cercarlo per avvertirlo che era pronto, ma non l’ho
trovato; ho pensato che magari aveva deciso di fare una battuta in solitaria,
così sono andata a controllare nell’armadio dei fucili e infatti mancavano la
maggior parte delle cartucce e il suo miglior fucile. Mi sono preoccupata ancora
di più, così sono corsa in casa, ho preso una torcia, il cellulare e sono tornata
di fuori; ho preso una pistola e le munizioni dall’armadio e mi sono addentrata
nel bosco dietro casa.
Non sono
andata molto avanti: ho sentito dei lupi ululare, tre volte, e ne sono stata
letteralmente terrorizzata, perché qui i lupi non ci sono mai stati; mentre ero
ferma sotto un albero mi è caduto qualcosa su una guancia e…», faticai a
continuare: «era sangue. Ho sollevato lo sguardo e ho… ho visto… papà con il
ventre squarciato, appeso a un albero, abbandonato a dieci metri dal suolo.
Sono corsa fuori dal bosco immediatamente, ho chiamato la polizia e poi
immaginerete cosa sia successo» conclusi.
I due si
guardarono, poi l’agente Barnes mi chiese: «Lei negli ultimi giorni non ha
notato nulla di strano? Non tanto in suo padre, quanto piuttosto nella foresta.
Strani animali, altri ululati…».
Ci pensai un
attimo, rendendomi conto che quella domanda era nuova e soprattutto strana: «Ve
l’ho detto, qui non ci sono lupi; se avessi sentito qualche ululato me ne sarei
accorta e tutto il paese con me, ma non è successo niente. Gli animali che si
vedono sono sempre i soliti e sono sempre di meno: qualche cervo, un cinghiale,
soprattutto grizzly. Quanto a mio padre…».
Fissai la
poltrona, ripensando alla conversazione che avevamo avuto due giorni prima,
riguardo al fatto che lui aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di brutto
nei paraggi e che si stesse avvicinando alla cittadina.
«Beh? Nulla?»
insistette l’agente Winchester.
Scossi la
testa, poi specificai: «Era un cacciatore esperto, si accorgeva se gli animali
si spostavano anche senza averli visti, sapeva sempre come trovarli
nell’intrico dei boschi ed era la persona più forte che io abbia mai
conosciuto: niente, che io sappia, poteva ridurlo così, nemmeno un grizzly.
Ultimamente aveva un cattivo presentimento riguardo agli animali, ma nulla di
serio secondo me, probabilmente era solo una fitta alla spalla destra che
glielo faceva credere».
«Una fitta?»
chiese ancora l’uomo.
«Sì, sapete,
una volta è stato morso e ha ancora le cicatrici che gli sono state lasciate
dall’animale che lo ha attaccato, qualunque sia stato; quando cambiava il
tempo, lui se ne accorgeva, quando arrivava il freddo dell’inverno o la
primavera era prematura, lui lo sapeva in anticipo… tutti piccoli dettagli che
lo aiutavano nel suo hobby».
«Quindi non ci
sono stati fatti fuori dall’ordinario negli ultimi giorni» concluse Barnes.
«Lei sta
bene?» mi chiese Winchester.
Lo guardai
stupita: nessuno mi aveva ancora chiesto come stavo, nemmeno Mary. «Non posso
stare bene… Mio padre è appena stato ucciso da un mostro che nessuno sa cosa
sia. Comunque, grazie per l’interessamento» aggiunsi, provando a imitare un
sorriso.
«Si figuri»
ricambiò lui, sorridendo tranquillamente. «Beh, credo che per ora abbiamo finito.
Se ha bisogno di aiuto e se le viene in mente qualcosa, questo è il mio numero:
non esiti a chiamarlo» aggiunse porgendomi un bigliettino da visita.
Lo osservai e
risposi: «Lo farò. Grazie… Dean».
Lui non
ribatté e continuò a sorridermi, mentre il suo collega si dirigeva verso la
porta e la apriva dicendo: «Saremo a sua completa disposizione, signorina. Ci
può trovare all’albergo in centro, se ha bisogno di parlarci direttamente.
Arrivederci e soprattutto, condoglianze per la sua perdita».
«Grazie» sussurrai
in risposta a quell’ultima frase, di nuovo triste.
«Ehi! Non si
perda d’animo. Scopriremo cosa è stato e abbatteremo quell’animale, non si preoccupi»
aggiunse Dean, poi anche lui seguì il collega, salì in auto e se ne andò.
Uscii dalla
doccia avvolta in un morbido asciugamano blu e iniziai a indossare l’intimo, quindi
mi passai una dose abbondante di schiuma modellante sui capelli per dar loro
forma prima di asciugarli.
Indossai gli
shorts che usavo solo per girare per casa e mi misi una leggera canottiera
bianca; fu solo quando infilai la testa che notai fuori da casa un uomo che mi
stava spudoratamente fissando. Mi ci vollero solo altri due secondi per
riconoscere Dean Winchester, l’agente federale che non vedevo da due giorni, ma
che sapevo si era stabilito con il collega Sam Barnes nel centenario hotel di
Story, il Wagon Box Inn & Cabins.
Scossi
violentemente la testa, infuriata, e corsi fuori dal bagno, diretta verso la
porta d’ingresso per dirne quattro a quell’uomo, che a prima vista non mi era
parso un simile maleducato.
«Se ne vada
subito dalla mia proprietà!» sbottai appena uscii, incurante del venticello
fresco che mi entrava nei vestiti, facendomi rabbrividire.
«Sono qui solo
per sicurezza…» provò a scusarsi lui, scatenando solamente la mia rabbia.
«Non mi
interessa un bel niente della tua sicurezza. Ora prendi il tuo bel culetto e lo
pianti sul sedile della tua bella macchina e te ne immediatamente da casa mia!»
sbottai.
Dean restò
impressionato da quella mia esplosione di grinta, ma dopo qualche secondo si
riprese, si voltò, tornando in macchina, e dopo un veloce «Arrivederci» partì
sgommando.
Appena sentii
il campanello, andai ad aprire la porta e mi trovai davanti solamente un mazzo
di rose rosse con un bigliettino.
«Sul serio?!»
esclamai, sapendo che il mittente era ancora nei paraggi e di sicuro riusciva a
sentirmi. «Devi avere qualche problema…».
Presi le rose
e rientrai in casa, così che potessi tranquillamente leggere il biglietto senza
essere osservata; infilai i fiori in un vaso pieno d’acqua e le posi al centro
del tavolo, in soggiorno, poi aprii la busta e lessi il messaggio per me:
Cara Francesca,
So che questo non è il momento
migliore, ma vorrei in qualche modo farmi perdonare per l’increscioso incidente
di ieri.
Ti prego di accettare questo invito a
passare una semplice serata con me. Non sarà nulla di speciale, solo una cena a
mie spese.
Ti aspetto al Bar&Grill da Mike
stasera alle otto.
Spero di vederti varcare quella porta.
Dean
Ci pensai su
per una decina di minuti abbondanti, poi salii in camera mia per decidere cosa
indossare. Mancavano ancora quattro ore alle otto.
Appena misi
piede da Mike, tutti gli uomini mi fissarono, come se stessero vedendo un fantasma;
probabilmente accettare l’invito era stato un gravissimo errore, visto che
sarei dovuta andare in giro vestita da lutto ancora per diversi giorni.
Seduto a un
tavolo poco distante, Dean si alzò subito e mi venne incontro, salutandomi con:
«Sei bellissima!».
Sapevo che il
vestito rosso che avevo indossato per il mio primo appuntamento avrebbe funzionato
ancora e quindi ero andata a colpo sicuro; però, nonostante il largo anticipo,
ero riuscita ad arrivare in ritardo di un quarto d’ora abbondante. Per fortuna
che il ritardo è eleganza…
«Ogni
appuntamento che ho avuto è cominciato così: vedi di non fare la stessa fine,
per favore!» risposi, seria.
Sorridendo,
Dean mi fece accomodare e poi si sedette di fronte a me, fissandomi intensamente;
mi sentivo come se mi stesse spogliando con gli occhi e probabilmente stava
cercando di immaginare quello che non era riuscito a vedere il giorno
precedente.
Bel modo di farsi perdonare!
«Perché lo
stai facendo?» gli chiesi per spezzare il silenzio.
«Perché sono
stato un cretino. Con le donne a volte faccio delle cazzate incredibili che poi
non riesco a sistemare e me ne pento per diverso tempo; con te però voglio
poter rimediare» rispose.
«Stavi
guardando la finestra del bagno mentre mi stavo cambiando: per fortuna che non
hai visto nient’altro, altrimenti ti avrei denunciato. Sai che quella è
proprietà privata e che non ci puoi stare anche se sei un federale, no?»
ribattei.
«Beh, sì, ma
volevo assicurarmi che stessi bene». Lo guardai storto, senza capire da cosa
volesse proteggermi, così lui si affrettò a precisare: «Ti sei addentrata nella
foresta quando era ormai buio, armata di pistola e con una pila che ti avrebbe
potuta solo impacciare: non volevo che tentassi un’altra missione suicida».
«Mio padre non
mi vorrebbe vedere morta, quindi non farò nulla del genere, per ora…» dopo un
attimo, aggiunsi: «Ci sono novità riguardo a ciò che lo ha ucciso?».
«No, i medici
sono ancora discordi; non dovrei dirtelo, ma tuo padre presenta sul collo segni
di morsi simili a quelli lasciati da un lupo, solo in versione gigante, però
dal torace alla vita c’è un lungo squarcio causato da artigli di grizzly. Non
sanno come spiegarselo».
Un’idea mi
colse all’improvviso ed io la seguii: «Ci sono per caso segni di morsi di serpenti
o c’era del veleno in circolo nel suo corpo?» domandai.
Il viso di
Dean si scurì: «E tu come diavolo fai a saperlo?».
«Non lo so,
infatti te lo sto chiedendo; è una cosa insensata, non ci sono serpenti
velenosi da queste parti, ma ero curiosa».
«In effetti,
sulla caviglia sinistra è stato trovato il segno di un morso di serpente e in
tutto il suo sistema venoso c’è del veleno; si suppone che quello lo abbia reso
una preda più facile da uccidere, ma resta il problema dell’accoppiamento di
tre specie animali completamente diverse».
«Mio padre mi
raccontava spesso, quando ero bambina, di un mostro simile…» ammisi sottovoce,
più a me stessa che a Dean.
«Davvero?!»
lui si fece molto interessato, sul chi vive.
«Sì, certo;
ricordi la cicatrice sulla spalla di cui ti ho parlato? Beh, lui diceva che era
stato una creatura del genere a fargliela».
«Quando è
successo?».
«Beh, allora…
doveva avere circa quindici anni. Suo nonno e suo padre lo avevano addestrato
fin da bambino a cacciare, è una sorte di tradizione di famiglia; a dieci anni
mio padre aveva già una mira infallibile anche con bersagli in movimento e a
quindici venne ritenuto pronto per la sua prima battuta di caccia. Mi
raccontava di come suo nonno, suo padre, suo zio e suo fratello Michele stessero
seguendo le orme di un grizzly, anomale per la loro lunghezza di quasi trenta
centimetri, quando successe il peggio.
Fu questione
di pochi attimi: Michele urlò una sola volta e poi non rispose più a nessuno,
così che suo zio andò a controllare cosa fosse successo; anche lui lanciò un
grido prima di piombare nel silenzio. Gli altri non avevano ancora visto nulla,
ma si diressero tutti verso il punto dove stavano i due scomparsi; anche papà
andò con loro, solo rimanendo un po’ indietro perché temeva cosa potesse essere
successo.
All’improvviso
però davanti a lui saltò giù da un albero quello che a prima vista sembrava un
lupo enorme, ma che poi si erse fino ad assomigliare in tutto e per tutto a un
grizzly. L’essere balzò addosso a suo padre e lo stese a terra, staccandogli la
testa con una zampata, mentre suo nonno si voltava e provava a prendere la mira
contro di lui, invano. Papà vide solo allora la coda dell’animale: era un
serpente verde scuro, che scattò di colpo verso suo nonno, mordendolo a una
caviglia, e poi si avvolse intorno alle sue gambe facendolo cadere a terra.
Mio padre, in
preda al panico, cercò di recuperare il fucile che gli era caduto mentre il
mostro sbranava suo nonno, ma quello lo sentì mentre lo caricava, si voltò di
colpo e cercò prima di graffiarlo con gli artigli affilati come rasoi, poi però
gli saltò addosso e lo morse al collo. A quel punto, mio padre fece partire il
colpo e riuscì a liberarsi, mentre l’essere scappava via.
Nessuno gli ha
mai creduto, ma forse quella storia non era pura invenzione…» conclusi.
«È una storia
davvero interessante, ma non la definirei pura fantasia: ho sentito cose molto
più irreali che poi si sono dimostrate vere» assentì Dean. «Tuo padre ha
mandato avanti la tradizione anche con te?» mi chiese poi, incuriosito.
«Perché mai
dovrei dirtelo? Vuoi controllare la licenza di caccia e il porto d’armi?» gli
domandai in risposta.
«No, nulla del
genere, pura curiosità» rispose ridendo.
Cercai di
sorridere per la situazione, ma non mi uscì che un misero sorrisetto, in parte
anche bloccata dallo sguardo di alcune vecchie conoscenze di famiglia che mi
stavano criticando da quando ero entrata.
«So sparare
abbastanza bene, sì. Ho partecipato a qualche battuta di caccia con mio padre e
i suoi amici, ma con l’università non ero quasi mai a casa; da quando però mi
sono laureata avevo più tempo da passare con lui, anche se le occasioni di
caccia ormai erano sporadiche anche per papà, visto che gli animali si stanno
spostando sempre più a nord» ammisi, tenendo per me la parte interessante della
mia vita da cacciatrice.
«Capisco…»
disse semplicemente Dean.
Per il resto
della serata non parlammo più di mio padre o della caccia, ma ci concentrammo
principalmente sulle nostre vite: scoprii che Dean aveva perso suo padre da
pochi mesi e quindi mi sentii accomunata da quel senso di solitudine con l’agente.
Dean mi
raccontò che la vita del federale non è tutta rose e fiori come sembra dai
telefilm: nella vita reale ci si doveva impegnare al massimo per scovare indizi
e prove e per trovare la soluzione del caso, mentre le occasioni di rilassarsi
sul lavoro erano ridotte al minimo.
Io dal mio
canto gli raccontai della mia esperienza di studentessa universitaria alla
facoltà di economia, ammessa con una borsa di studio e con l’appoggio di un
lontano parente che mi aveva a cuore fin dall’infanzia; gli rivelai che il mio
vero sogno sarebbe stato fare legge, visto che così avrei potuto sfruttare il
latino e il greco che avevo imparato alla scuola superiore in cui papà mi aveva
mandata, ma che poi mi ero accorta che l’avvocato non sarebbe stato il mio
lavoro ideale e avevo scelto di fare l’economista.
«Quindi
conosci il latino?» mi domandò alla fine della mia spiegazione.
«Perfecte,
Dean Winchester. Aliudne tibi
facere possum?» gli chiesi in latino. La sua espressione
esprimeva esattamente quello che mi aspettavo – puro stupore –, così gli tradussi:
«Perfettamente, Dean Winchester. Posso fare qualcos’altro per te?».
«No, grazie,
signorina, ho finito le domande» rispose a tono Dean, riuscendo a farmi
sorridere veramente, anche se non al massimo delle mie possibilità.
«Grazie per
avermi riaccompagnata a casa, Dean» dissi quando fui sotto il portico di casa.
«Figurati, era
il minimo che potessi fare. Di certo non ti avrei fatta tornare a piedi»
rispose, per poi aggiungere: «Sai, per tutta la sera ho osservato il tuo volto
in cerca di un sorriso, perché immagino che ti renderebbe ancora più bella,
eppure non ne ho visto neppure l’ombra».
«Dean, mio
padre è morto quattro giorni fa; già il semplice fatto di essermi vestita troppo
succinta e di aver accettato il tuo invito mi ha fatto passare per quella cui
non interessa se il padre è morto, quindi… per ora dovrai accontentarti di
questo. Non credo che ci siano molti modi per farmi tornare a sorridere così
presto».
«Capisco. Allora
ti lascio. Buonanotte» Dean fece per andarsene, ma io lo chiamai indietro.
«Dean,
aspetta» Esitai un attimo, poi ammisi: «È stata una bella serata… una delle
migliori della mia vita e… te ne sarò eternamente grata. Ci sono stati molti
momenti in cui avrei voluto ridere di gusto, ma non l’ho fatto solo per non
deludere ulteriormente la gente e… e mi dispiace di aver fatto questa scelta.
Io…».
Non potei
terminare la frase, perché Dean tornò subito sul portico, salendo i gradini in
una volta sola, e mi baciò intensamente, come mai nessuno aveva fatto.
Furono attimi
di passione travolgente, cui mi abbandonai all’istante, e attimi di oblio in
cui ogni preoccupazione scivolò via, lasciandomi solamente felice. Poi però
tornai alla realtà, quando le nostre labbra si divisero, e riuscii finalmente
ad aprirmi nel tanto sperato sorriso che Dean aspettava pazientemente.
«Sapevo che ce
l’avresti fatta» mi confessò, poi mi diede un altro bacio, al termine del
quale, dopo avermi guardata negli occhi, sussurrò un «buonanotte» e se ne andò
con la sua Impala.
[1] Buffalo: città nello Stato
del Wyoming.
Lo so, lo so. Forse mi sono fatta trascinare un po' la mano, ma quale ragazza saprebbe resistere dal baciare quello stallone di Dean/Jensen se se lo ritrovasse davanti???
Spero vi sia piaciuto.
Baci
FaFFa
_____________________________________________
ATTENZIONE!
Questo capitolo contiene materiale non esattamente adatto ai minori di 18 anni, però, visto che alla fine tutti prima dei propri 18 anni sanno come si fa a procreare e che io non ho usato linguaggi troppo espliciti, direi che fino alla camera di mamma e papà potranno leggere tutti, poi chi ha problemi con chi fa l'amore prima del matrimonio e chi è troppo delicato è pregato di non infilare il naso nel testo, saltando la parte e risparmiandosi eventuale commenti cattivi che spero non arrivino.
Grazie.
ATTENZIONE!
Questo capitolo contiene materiale non esattamente adatto ai minori di 18 anni, però, visto che alla fine tutti prima dei propri 18 anni sanno come si fa a procreare e che io non ho usato linguaggi troppo espliciti, direi che fino alla camera di mamma e papà potranno leggere tutti, poi chi ha problemi con chi fa l'amore prima del matrimonio e chi è troppo delicato è pregato di non infilare il naso nel testo, saltando la parte e risparmiandosi eventuale commenti cattivi che spero non arrivino.
Grazie.
L'autrice
Capitolo 2: Scoperte
La gente ormai
se n’era andata e mi aveva finalmente lasciata da sola con papà. Anche Dean e
Sam erano venuti a farmi le condoglianze ufficiali, al termine del funerale.
Il funerale.
Il coroner
aveva finalmente acconsentito a restituirmi il corpo di papà per poterlo
seppellire accanto a mamma, al cimitero, e in quel momento la bara stava
scendendo sempre più in profondità, mentre gli addetti delle pompe funebri la
calavano nella fossa in cui avrebbe riposato per sempre.
Restai
immobile davanti alla buca, finché non la riempirono di terra e se ne andarono
via, dopo le ennesime condoglianze per la mia perdita, ma a quel punto ero
praticamente in uno stato di trance. Mi inginocchiai per terra, e pronunciai
solo cinque parole, parole semplici, ma che erano la conclusione di una lunga
preghiera che avevo fatto nella mia testa: «Ti vendicherò, papà, lo giuro!».
Rimasi in
quella posizione ancora per qualche minuto, poi uscii dal cimitero e tornai a
casa mia, dove finalmente mi tolsi quello scomodo e orribile vestito nero, per
sostituirlo con dei più pratici jeans e maglietta, su cui indossai
immediatamente la grossa giacca da caccia di papà. Andai poi a prendere la mia
pila, che mi infilai in tasca, e il Benelli di mio padre, che avevo potuto
riporre nell’armadio sul retro dopo che la polizia lo aveva completamente esaminato.
Senza pensarci
due volte, mi addentrai nella foresta, seguendo il percorso che avevo fatto
cinque giorni prima, e mi diressi dove avevo trovato papà: solo a pensarci, mi
salirono le lacrime agli occhi, ma mi feci forza e proseguii.
Quando ero a
quasi cento metri dall’albero in questione, sentii un ramo che veniva spezzato
e delle voci confuse che provenivano da poco più avanti; con maggior cautela
proseguii con il fucile imbracciato, pronta per ogni evenienza, ma non ce ne fu
bisogno. Arrivata all’area delimitata dalla polizia con il nastro giallo,
trovai Dean e Sam, intenti ad osservare accuratamente il terreno.
«Cosa diavolo
ci fate voi qui?» esclamai, stizzita. Avevano appena rovinato la mia battuta di
caccia.
«Fra…
Francesca?!» Dean era ancora più sorpreso di me.
«Andatevene,
per favore, o rovinerete tutto!» ordinai loro.
«Tutto? Cosa ci fai qui, Fra? Non
dovresti startene chiusa in casa a piangere o cose simili?».
Quella
domanda, così rozza e insensibile, fece traboccare il vaso e le lacrime
iniziarono a scorrere sulle mie guance, abbondanti come non mai. «Vaffanculo!»
esclamai, poi corsi via, diretta verso il fitto del bosco.
«No, Fra!»
Dean e Sam si misero a inseguirmi, ma la loro scarsa famigliarità con la
foresta li rallentava e mi dava un grosso vantaggio.
Non mi fermai
un istante, finché non sentii un ululato preoccupante arrivare da un punto
troppo vicino alla mia sinistra. Mi bloccai di colpo e mi voltai, puntando il
fucile e ascoltando attentamente ogni minimo suono che mi circondava: gli
uccelli avevano smesso di cinguettare e tutto il bosco era immerso nel più
completo silenzio.
All’improvviso
lo sentì: era il pesante tonfo di zampe sul terreno e mi si stava avvicinando,
ma non riuscivo a capire da quale direzione provenisse, finché non fu più
vicino e potei chiaramente determinare che l’essere che aveva ucciso mio padre
stava arrivando da nord-est, poco più sulla mia destra.
Mi voltai
leggermente e mi preparai a fare fuoco, rilassando tutti i muscoli del mio
corpo esattamente come mi aveva insegnato a fare papà e concentrandomi solo
sulla bestia che stava arrivando. Stavo per stringere le dita sul grilletto,
quando una parte della mia mente sentì Dean urlare qualcosa e un attimo dopo mi
ritrovai stesa a terra mentre il fucile faceva fuoco.
Non riuscii
veramente a capire cosa stesse succedendo, ma l’uomo che si era buttato contro
di me si rialzò immediatamente e mi tirò su con sé, ordinandomi di correre più
veloce che potevo fuori da lì, ed io ubbidì.
Solo quando
arrivammo dietro a casa mia mi fermai e mi voltai a guardare i due agenti che
mi avevano appena impedito la miglior battuta di caccia della mia vita: «Voi.
Siete. Morti» scandii con cura ogni parola, perché rimanessero ben impresse
nella loro mente.
«Beh, siamo
contenti di essere riusciti a salvarti la vita, Fra» commentò ironico Sam.
«Salvarmi? Vi
siete fottuti il cervello, per caso? Era praticamente morto! Potevo già vedere
la sua sagoma e lo avreste visto a terra prima ancora di sentire lo sparo, da
quanto ero pronta! Avete rovinato tutto!» li aggredì, furibonda. «E tu…»
aggiunsi, indicando Dean. «Tu sei quello che ha mandato all’aria le cose in
ogni senso. Hai rovinato la mia battuta di caccia e ti assicuro che l’unico che
ha fatto una cosa del genere si è ritrovato la faccia coperta di lividi!».
Dean non seppe
cosa ribattere, guardandomi con quei profondi occhi verdi che mi costrinsero a
voltarmi per rientrare in casa.
«Francesca,
aspetta!» Sam mi corse dietro, entrando poco dopo di me.
«Che cosa
volete ancora da me?» gli chiesi, con le lacrime che ormai mi stavano scendendo
lungo le guance, di nuovo.
«Dobbiamo
dirti la verità su tuo padre» mi rispose Dean, lasciando sia me, sia il suo
collega allibiti.
«Dean, stai
scherzando, vero?» gli domandò quest’ultimo.
«È giusto che
sappia, Sam, prima che si faccia ammazzare» aggiunse l’interpellato fissandomi.
«Che cosa
diavolo sta succedendo?» chiesi loro, stizzita.
«Quindi mio
padre è stato ucciso da un mostro mitologico? Una chimera?».
Dean e Sam mi
avevano raccontato che la loro era stata tutta una messinscena, perché il loro
mestiere di cacciatori del soprannaturale prevedeva la copertura delle proprie
tracce. In realtà loro erano fratelli, cacciatori fin quasi dall’infanzia per
via della morte della loro madre ad opera di un demone dagli occhi gialli.
Secondo loro,
mio padre era stato ucciso da uno dei mostri che cacciavano, una chimera appunto,
ma che secondo le loro informazioni si era “evoluta” per sopravvivere: «Le
chimere sono solitamente rappresentate come creature con la testa e il corpo di
leone, una seconda testa di capra e la coda di serpente; però ci sono anche
altre visioni della chimera e noi crediamo che questa sia cambiata per
adattarsi al posto, diventando un incrocio tra un lupo e un grizzly» mi spiegò
Sam.
«Non dirò che
è assurdo, perché a questo punto nulla mi sembra più tanto impossibile, ma voglio
sapere come fare a ucciderla» chiesi.
«Non penserai
di riprovarci, Francesca» si oppose Dean.
«Quell’essere
ha ucciso mio padre e io ho giurato di vendicarlo. Voi non avete fatto lo
stesso con vostro padre?» sapevo di aver toccato il tasto giusto, anche se
dolente.
«Ascolta, Fra»
cercò di persuadermi il maggiore. «Lascia che ci pensiamo noi a quel mostro:
abbiamo una maggiore esperienza e quindi ci sono più probabilità di riuscire a
ucciderla».
«Allora forse
è il caso che vi faccia vedere una cosa» ammisi, pensando che la loro “maggiore
esperienza” si poteva riferire solo al soprannaturale, perché di certo non
poteva competere con la mia mira.
Li accompagnai
nel capanno di papà, da cui prelevai la mia pistola e tre proiettili, quindi li
portai sul retro e li invitai a tentare un colpo ciascuno, raggiungendo il
tronco di un albero a circa duecento metri da noi, quello che papà mi aveva
sempre fatto usare per allenarmi da bambina.
«Tu vuoi che
colpiamo il centro del bersaglio pitturato su un tronco lontano più di duecento
metri da qui?» chiese Sam, scettico.
«Dimostratemi
la vostra “maggiore esperienza”» li sfidai, facendo il verso a Dean.
«Okay, io ci
sto» raccolse la sfida il maggiore. Prese dalle mie mani la pistola e il
proiettile, la caricò, prese la mira e fece fuoco. Mancò l’albero di circa un
metro, restando a fissarlo con un’espressione attonita.
Lo guardai con
un’aria che sottintendeva un «Te l’avevo detto», prima che Sam prendesse anche
lui un proiettile e provasse come il fratello. Rimase però fermo un po’ di più
per prendere la mira e riuscì in effetti a scalfire il tronco da un lato.
«Ora tocca a
me» commentai a quel punto. Caricai di nuovo la pistola, osservai il tronco per
qualche secondo, prima di sollevare il braccio e fare fuoco senza neanche aver
prima preso la mira. Il proiettile colpì il centro esatto del bersaglio,
restando conficcato nel buco che si era formato a furia di sparare, negli anni.
«Centro»
esultai senza troppa gioia, guardando entrambi i fratelli, prima di aggiungere:
«Sai, Dean, c’è una cosa che non ti ho detto l’altra sera sulla tradizione di
famiglia».
«Aspetta,
fammi indovinare: tuo padre ti ha addestrata personalmente fin da quando avevi
dieci anni?» tentò lui.
«Quasi. La
prima volta che ho preso in mano una pistola era il giorno del mio quinto
compleanno; questa pistola» specificai, alzando il mio gioiello, «mi è stata
regalata da mio padre ed apparteneva a suo nonno: è un pezzo d’epoca, risale
alla metà dell’Ottocento».
«Una Colt 1851
Navy Revolver…» sussurrò Dean, guardandola.
«Una delle
prime in assoluto» precisai. «Anche se probabilmente la vostra è molto più
preziosa, giusto? Quante altre pistole possono uccidere i demoni?».
«Francesca,
cosa ne dici di farmi vedere la mia stanza?» mi chiese a un certo punto Dean.
Alla fine
avevo ceduto alla loro richiesta di aspettare e di cercare altre informazioni
sulla chimera, prima di andare a cercarla per ucciderla; ci eravamo sistemati
in salotto e avevo proposto ai fratelli di restare da me, così da poter essere
più vicini in situazioni d’emergenza.
Dean si era
mostrato entusiasta dell’idea e non dubitavo che il suo desiderio di vedere la
sua stanza fosse solamente dovuto alla curiosità.
«Sì, giusto.
Vieni con me» Lo accompagnai fino in fondo al corridoio del piano terra e gli mostrai
le due stanze opposte che si trovavano praticamente alla fine: «In una ci
dormirai tu, nell’altra Sam. Decidete voi quale preferite».
«E invece qual
è camera tua?» domandò, incuriosito.
«Questa»
risposi semplicemente, indicando la porta alle mie spalle, perpendicolare al
corridoio.
«Di sopra
invece cosa c’è?» continuò, per nulla preoccupato di porre domande.
«C’è la camera
da letto dei miei genitori, il loro bagno e la grande cabina armadio in cui mettiamo
un po’ di tutto. Vuole andare a vedere la stanza, agente?» scherzai alla fine.
«Lo so, sono
un ficcanaso, ma questa casa mi piace. Possiamo?» chiese davvero.
«Oh, beh… se
proprio ci tieni…» accettai.
Lo precedetti
sulle scale che salivano dall’ingresso e gli feci fare un tour completo delle
stanze: entrare in quella dei miei genitori fu difficile, ma Dean, mentre
eravamo sulla soglia, mi strinse una mano in modo rassicurante ed io riuscii a
entrarci.
«Wow, però!»
Dean rimase colpito dallo splendido baldacchino che mia madre aveva tanto desiderato
nella sua casa e che io facevo di tutto per mantenere in ottimo stato.
Non gli
risposi e mi avvicinai semplicemente di qualche passo ai piedi del letto, senza
però riuscire a toccarlo.
«Di sicuro i
tuoi si divertivano molto qui sopra…» commentò il cacciatore, con il sorriso
sulle labbra; io lo guardai male e lui si affrettò a correggersi: «Nel senso
che è una camera stupenda e avranno di sicuro passato momenti molto speciali
qui».
Cercando di
ignorare il sottinteso della sua frase, mi avvicinai alla cassettiera con i
profumi di mamma e iniziai ad annusarli a uno a uno, finché non trovai il suo
preferito, ai fiori d’arancio. Ero così presa che non mi accorsi che Dean si
era avvicinato finché non lo sentii poggiare le sue mani sui miei fianchi e
sfiorarmi la gola con un bacio.
Lo lasciai
fare, beandomi di quel momento di pace, finché lui mi costrinse a voltarmi per
potermi baciare dolcemente, nell’incontro perfetto tra le sue morbide labbra e
le mie, quasi inesperte. Potevo immaginare tranquillamente dove volesse andare
a parare, ma non me ne preoccupai affatto.
Sentii le sue
dita infilarsi sotto la mia maglietta, arrivando alla fine a togliermela, così
feci lo stesso, passando immediatamente le mani sul suo bellissimo petto
scolpito; intanto ci eravamo avvicinati sempre più al letto, così che per Dean,
dopo avermi slacciato i pantaloni e averli fatti cadere a terra, ci volle poco
per sollevarmi e adagiarmici sopra.
Lo guardai
maliziosa, sentendo che in quel momento potevo fare tutto quello che avrei
voluto, e gli feci cenno di raggiungermi, cosa che lui non si fece ripetere due
volte: rimasto in boxer, salì sul letto, tornando a baciarmi con passione
mentre cercava di far saltare il gancino del mio reggiseno.
Quando
finalmente ci ritrovammo nudi, non riuscimmo a far altro che fissarci negli
occhi, prima di tornare a baciarci con maggior frenesia; Dean si appoggiò su di
me, mentre mi solleticava con piccoli baci ogni centimetro del collo, ed io mi
ritrovai ad allacciare le gambe con le sue.
Era stato una
specie di segnale per entrambi: lui continuò ancora per poco a baciarmi, poi,
sfruttando quel mio momento di rilassatezza, spinse il suo bacino contro il
mio, entrando in me; mi lasciai sfuggire un gridolino di dolore, che
prontamente Dean soffocò con un dolce bacio, così mi calmai nuovamente, non
appena il momento passò.
In pochi
minuti i nostri corpi si fusero in perfetta armonia, mentre Dean mi stringeva a
sé come se ne andasse della sua vita, se mi avesse persa in quel momento
speciale; riuscii in qualche modo a invertire le posizioni, stendendomi a mia
volta sul suo corpo e cospargendolo di baci, fino a quando lui riprese il
comando, tornando a dominarmi.
Fu la notte
migliore della mia vita.
In una parola,
indimenticabile.
«È
incredibile!».
«Che cosa?».
Dean ed io
eravamo abbracciati sotto le coperte, in silenzio, finché uno dei pensieri che
mi si affollavano in testa aveva deciso di usare la voce.
«Ci conosciamo
da quanto? Cinque giorni? Sei?» gli spiegai. «Non avrei mai creduto di poter
arrivare a fare l’amore con qualcuno che conosco da così poco, eppure… tu sei
diverso».
«Che cosa
intendi con “diverso”? Perché sono un cacciatore?» mi domandò lui, con
un’espressione accigliata sul viso.
«No, Dean!
Quello che c’è tra noi è… profondo. Normalmente una situazione del genere non
dovrebbe essere… da una notte e via? Beh, a me non sembra così».
«In effetti
quando conosco una donna mentre lavoro non sento mai una connessione con lei
che vada oltre una bella scopata. Con te invece…» non completò la frase,
limitandosi a guardarmi negli occhi con molta intensità, tanto che non mi
preoccupai del suo passato da “Don Giovanni”.
«Nel mio
futuro vorrei un uomo come te» ammisi. «Non tanto perché sei un uomo forte,
bello e coraggioso, ma perché mi capisci al volo. Sai, da quando ti ho visto
scendere dalla tua Impala, quella mattina, ho sentito che c’era qualcosa in te
che mi attraeva e che al contempo mi faceva stare meglio».
Lui non
commentò come mi sarei aspettata, ma restò solamente in silenzio, fissandomi
come feci anch’io, finché lui spezzò la calma dicendomi: «Non ti permetterò di
suicidarti contro quella chimera, Fra. Sei troppo… speciale… per me».
«Io voglio
ucciderla, Dean. Seguirò i vostri ordini, non farò nulla di avventato, non
rischierò per niente, ma quando verrà il momento, sarò io a premere il
grilletto, non uno di voi. Sono stata chiara?» ribattei, cocciuta.
Lui cercò di
combattermi con gli occhi, ma alla fine cedette: «Beh, non credo che cambierai idea,
no?».
Sorrisi,
scuotendo la testa, poi gli diedi un altro bacio prima di sollevarmi sopra di
lui per sottolineare che avevo vinto io.
«Allora, cosa
sappiamo su come uccidere questa chimera?».
Sul tavolo del
soggiorno, Sam aveva installato la sua “base operativa”, con il suo e il mio
portatile accesi, ognuno pronto su pagine di Internet, mentre su quello della
cucina, Dean aveva piazzato ogni arma a loro disposizione, a cui io avevo
aggiunto tutto quello che avevo per cacciare.
Sam aveva
risposto a Dean scuotendo le spalle: «Beh, praticamente niente. C’è una
leggenda che ne parla, su un certo Bellofronte
che l’avrebbe uccisa ai tempi dell’antica Grecia».
«Si chiamava
Bellerofonte, Sam. Sei un po’ arrugginito con i miti dell’antichità, eh? Troppi
mostri moderni ti hanno fatto dimenticare i poemi epici per eccellenza» lo
ripresi. «Ho tradotto la versione di Apollodoro di quella storia almeno una
decina di volte a scuola. Bellerofonte, sul dorso di Pegaso, scaglia la sua
lancia nella bocca della Chimera, che fa fondere, con il fuoco che sputava, il
piombo della punta e così facendo si uccide da sola. Ma questo non ci aiuta di
certo».
«Infatti ho
cercato altri metodi per risolvere il problema, ma non ho trovato altro che
rimandi al piombo fuso dal calore delle fiamme di quel mostro».
«E allora
vorrà dire che proveremo a impallinarlo con del piombo. Visto che non abbiamo
altra scelta, a quanto sembra, no?» commentò Dean.
«Questo è
vero, però possiamo sempre provare a contattare qualche altro cacciatore…»
tentò Sam.
«Ma certo,
magari Bobby sa darci un qualche aiuto, magari ha il libro “Creature mitiche
spuntate fuori dall’antica Grecia” e ci sa dire come uccidere la chimera!»
ribatté Dean. Evidentemente, non avere una soluzione rapida lo faceva impazzire
di rabbia.
«Calmati,
Dean!» intervenni. «Possiamo provare come ha fatto Bellerofonte: gli ficchiamo
in gola del piombo e aspettiamo che lo fonda, sempre che questa chimera sputi
fuoco».
«Beh, sugli
alberi intorno al luogo dove hai trovato tuo padre c’erano delle bruciature e
tu non sei stata all’obitorio come noi, la sua schiena era ustionata» Sam era
stato un po’ indelicato, anche perché quel dettaglio non volevo di certo venire
a saperlo.
«Fantastico!»
commentai, cercando di trattenere le lacrime.
«Okay, Fra,
tranquilla! Troveremo il modo» Dean mi abbracciò dolcemente, fulminando il fratello
con un’occhiataccia.
«Scusami, Fra. Non volevo essere così esplicito» si scusò infatti lui,
senza riuscire a guardarmi negli occhi per il senso di colpa. [To be
continued…]
Allora, finalmente i nostri eroi hanno fatto il grande passo. Per chi non lo avesse capito, Francesca era vergine, quindi la sua prima volta è stata veramente stupenda, direi!
Hope you liked it.
FaFFa
_____________________________________________
ATTENZIONE!
Questo capitolo non è la continuazione di quelli scritto sopra, ma si tratta di un capitolo ambientato tra la terza e la quarta stagione fino all'episodio 401 'Lazzaro risorge'.
Non leggete se non volete rovinarvi la sorpresa (non per te, NeNe, che sai già tutto).
E informo che l'incantesimo è un marchio registrato con tanto di copyright "Made by FaFFa", in quanto io stessa mi sono messa a sfogliare il mio "tanto adorato" dizionario di latino per tirarne fuori quell'orrendo incantesimo. Perché diciamocelo: non ci vedo proprio nessuno a leggersi una simile invocazione, specialmente con tutti quei nomi con "ael" dentro che non so se pronunciarli alla latina o all'italiana. Ma vabbè, i sette arcangeli (secondo gli ortodossi, mi pare) ci stavano, in una cosa così, no?
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ATTENZIONE!
Questo capitolo non è la continuazione di quelli scritto sopra, ma si tratta di un capitolo ambientato tra la terza e la quarta stagione fino all'episodio 401 'Lazzaro risorge'.
Non leggete se non volete rovinarvi la sorpresa (non per te, NeNe, che sai già tutto).
E informo che l'incantesimo è un marchio registrato con tanto di copyright "Made by FaFFa", in quanto io stessa mi sono messa a sfogliare il mio "tanto adorato" dizionario di latino per tirarne fuori quell'orrendo incantesimo. Perché diciamocelo: non ci vedo proprio nessuno a leggersi una simile invocazione, specialmente con tutti quei nomi con "ael" dentro che non so se pronunciarli alla latina o all'italiana. Ma vabbè, i sette arcangeli (secondo gli ortodossi, mi pare) ci stavano, in una cosa così, no?
L'autrice
Stagione 4: Angeli
Rilessi per
l’ultima volta l’incantesimo, per essere sicura di non sbagliare, e sperai che
funzionasse veramente; quel libro era l’unica copia esistente di un volume di
magia di almeno due millenni, se non addirittura di tre, e quell’incantesimo
non veniva citato da nessun’altra parte, quindi mi stavo solo fidando di chi lo
aveva scritto.
Presi la
ciotola contenente sangue d’agnello impastato con foglie sminuzzate di ulivo e
del cosiddetto “albero di Giuda” e tracciai sul pavimento un pentacolo, al cui
interno disegnai una serie di rune che non ero riuscita a decifrare; presi un
profondo respiro ed entrai nel simbolo, poi cominciai a recitare l’incantesimo
in latino.
«Michael,
Gabriel, Raphael, Uriel, Sealtiel, Jehudiel et Barachiel, ego vos invoco.
Animam sine pace eius caris, qui diutissime eum quaesiverunt, redire
permittite. Michael, Gabriel, Raphael, Uriel, Sealtiel, Jehudiel et Barachiel,
in vivorum orbe eum redire permittite. Anima desperata vos intervenire petit:
vos oro, eam adiuvate. Michael…».
Non feci in
tempo a terminare l’invocazione che il cerchio sotto di me e poi tutti i
simboli che avevo tracciato iniziarono a brillare di una luce bianca accecante,
che mi avvolse completamente, costringendomi a chiudere gli occhi. Quando la
luce si affievolì, dopo qualche decina di secondi, li riaprii e mi trovai
davanti uno spettacolo da mozzare il fiato: ero sopra le nuvole, davanti a un enorme
castello d’oro che rifletteva il sole. Potevo vedere diverse persone andare
verso quella reggia, ma la cosa più strana di tutti loro erano le enormi ali
nere che avevano, tanto che molti volavano senza problemi.
«Oh, mio Dio!
Non è possibile!» sussurrai, sconvolta.
«Tu non credi
in noi?» mi domandò qualcuno alle mie spalle.
Mi voltai di
scatto, ritrovandomi davanti a uno degli angeli che popolavano quel posto
impossibile, diverso da tutti quelli che riuscivo a vedere solo per le ali,
candide, che erano aggraziatamente riposte dietro la schiena.
«Chi diavolo
sei tu?» gli chiesi, stizzita.
Immediatamente
capii di aver fatto un’enorme cazzata: le ali dell’angelo divennero improvvisamente
nere e il suo sguardo sembrò lanciare fiamme: «Non devi mai nominarlo qui,
nemmeno per scherzo! Di lui non si può parlare così liberamente: più lo si
nomina, più lui si fortifica. Quindi, non chiamarlo più!».
Quell’angelo
mi stava letteralmente facendo morire di paura e probabilmente la mia
espressione glielo lasciò capire piuttosto bene, visto che il suo volto tornò
sereno quasi subito e mi tranquillizzò dicendomi: «Il mio nome è Michele; mi
scuso per l’atteggiamento di poco fa, ma anche se sono il tuo custode è mio
compito tutelare la sicurezza dei miei fratelli e del tuo mondo, come lo è per
tutti noi».
Smisi di
ascoltare a metà frase, cercando di capire se aveva davvero pronunciato quelle
parole: «Sono il tuo custode».
«Mi stai prendendo
in giro?!» esclamai. «Come puoi essere il mio custode? Tu… non sei il… capo
degli angeli? L’arcangelo Michele?».
«Sono io,
Francesca, e ti sono stato assegnato come custode fin dalla tua nascita» mi
assicurò lui, tranquillamente.
«Ma allora…»
Un lampo di rabbia mi balenò nello sguardo, quando mi resi conto di cosa Michele
non avesse fatto: «Dov’eri tu quando
avevo bisogno di te? Quando ho rischiato di morire e mi sono dovuta salvare da
sola o altri hanno rischiato la loro vita per farlo? Dov’eri tu quando io ero a
terra, mentre soffrivo? Dov’era il mio angelo custode quando ho perso tutto ciò
a cui tenevo di più? Dov’eri tu, Michele? Eh?! Dov’eri?!» urlai alla fine,
sfogandomi su di lui con tutta la rabbia che si era accumulata negli ultimi
mesi.
L’angelo non
rispose, sul suo volto si era dipinta un’espressione a metà tra il sorpreso e
il colpevole; vedendo la sua reazione, sospirai e nascosi la faccia tra le
mani, commentando a bassa voce: «Se non siete nemmeno capaci di proteggere
quelli di cui siete i custodi, non credo che potrete mai aiutarmi. Venire qui è
stato lo sbaglio peggiore della mia vita!» Poi aggiunsi, sussurrando: «Oh,
Dean! Mi dispiace!».
«Ehi! Qualcuno
ha nominato il mio protetto?» domandò qualcuno che si stava avvicinando. Spalancai
gli occhi e sollevai la testa, osservando l’angelo appena arrivato.
«Castiel, non
ora, per favore» lo ammonì Michele.
«Tu saresti il
custode di…», faticai a pronunciare ad alta voce il suo nome: «Dean?».
«Ma certo. Il
mio nome è Castiel. Tu chi saresti?» rispose calmo lui, guardandomi
intensamente mentre piegava la testa di lato.
«Lei è la mia
protetta, Francesca; Francesca, questo è mio fratello Castiel» ci presentò
Michele, con uno sguardo che sottintendeva un «Ti prego, non arrabbiarti!».
Peccato che
non avevo alcuna voglia di accontentarlo; quando Castiel commentò: «Aspetta,
quella Francesca? La fidanzata di Dean?», la mia rabbia raggiunse il vero
apice.
«Non. Posso.
Crederci» scandii le parole, cercando di contenermi. «Siete tutti uguali!».
«Beh, non
esattamente. Ci sono alcune suddivisioni tra noi angeli come tra voi esseri
umani e…» Castiel non poté finire la frase, perché gli tirai una sberla con
tutta la forza che avevo.
Lo vidi
massaggiarsi la guancia rossa e protestare: «Caspita, mi hai rotto un labbro!»,
prima che stringessi i pugni lungo i fianchi, iniziando a tremare come già era
successo con Lilith due mesi e mezzo prima.
L’angelo
cominciò a boccheggiare, poi crollò in ginocchio, mentre la sua testa veniva
bombardata da fitte allucinanti che solo la mia furia e il mio dolore
riuscivano a generare. Vedendo il fratello che stava quasi per venire
sopraffatto, Michele mi costrinse a voltarmi dall’altra parte e mi scosse
violentemente per le spalle, riuscendo a interrompere il flusso di energia che
aveva colpito Castiel.
Riuscii a
guardarlo in faccia solo per qualche secondo prima di svenire.
Quando mi
risvegliai, ero sdraiata su un morbido divano in pelle nera, in quello che
sembrava un comunissimo salotto come tanti altri. Per poco mi illusi che era
stato tutto un sogno, ma dopo qualche minuto dalla porta entrò un angelo e
capii che purtroppo era stato tutto vero.
La delusione
tornò a farsi sentire, mentre il nuovo venuto mi chiedeva: «Posso fare qualcosa
per te, Francesca?».
«Dov’è
Michele?» chiesi subito, guardandomi meglio intorno.
«Sta
discutendo con gli altri arcangeli. Sono tutti preoccupati per la tua presenza;
d’altronde, come ci si può spiegare che sei qui? Nessun essere umano è mai
potuto salire fin qui da vivo e tu sei fin troppo vivente» mi rivelò lui.
«E questo è un
problema?» Immaginavo già la risposta.
«È un grosso
problema, Francesca. Se tu sei riuscita a salire qui così facilmente, allora i
demoni potrebbero sfruttarti per fare altrettanto. Non oso immaginare quale
guerra ne nascerebbe: a quel punto tu diventeresti l’obiettivo primario e
dubito che Michele potrebbe proteggerti».
Le sue parole
mi sconvolsero e rimasi ferma immobile sul divano per tutti i dieci minuti
successivi, fino a quando Michele entrò nel salotto e l’angelo se ne andò.
Michele mi si
sedette accanto, mentre io non mi muovevo di un millimetro se non per respirare:
dopo un lungo silenzio, finalmente si decise a parlare: «So quanto stai
soffrendo, Francesca, e questo giustifica il tuo atto contro Castiel. Il nostro
Gran Consiglio però non è troppo contento della tua presenza: immagino che
Derek ti abbia informata di cosa potresti aver causato».
Bene, conosco un angelo in più, yuppy!
pensai, sarcastica.
«Sì, me l’ha
detto, ma io non volevo venire qui! L’incantesimo era un’invocazione, non mi
sarei dovuta trasferire qui in questo modo!» mi difesi.
«Oltre
all’invocazione, si sarebbe dovuto verificare uno spostamento, come infatti è
accaduto. E poi non potevamo di certo apparirti così tranquillamente tutti e
sette, noi arcangeli, ti pare? Soprattutto in una cosa con le pareti ricoperte
di simboli contro gli angeli!».
Lo guardai
come se avesse appena detto un’assurdità, perché, per quanto ne sapevo io, quei
simboli erano protettivi, contro i demoni, non contro gli angeli.
Quasi mi
avesse letto nel pensiero, Michele aggiunse: «Servivano per proteggerti dai
demoni e da altre creature soprannaturali, solo che non sapevi che noi angeli
eravamo compresi».
Rimasi in
silenzio, attendendo la sentenza che non tardò ad arrivare: «Abbiamo preso una
decisione di cui speriamo di non doverci pentire: sei salva, a patto che non
proverai mai più a usare quell’incantesimo per salire qui. Siamo d’accordo?».
Lo guardai,
stupita, e annuii più volte, poi gli dissi: «C’è una cosa che vorrei chiederti,
Michele».
«Sono a tua
completa disposizione».
Presi un
profondo respiro e mi buttai: «Tu puoi riportare indietro Dean dall’Inferno?».
L’arcangelo mi
guardò per qualche minuto, prima di chiedermi: «Tu lo ami?».
«Sì, con tutta
me stessa» gli assicurai.
Lui mi fissò
negli occhi, controllando probabilmente la mia reazione, ma io sostenni il suo
sguardo, sicura della mia sincerità.
«Io non posso
fare nulla per lui» ammise alla fine. Avevo già chinato la testa, sospirando
per l’ennesimo fallimento, ma, mentre ero ormai sull’orlo della rassegnazione e
della disperazione assoluta, aggiunse: «C’è però qualcosa che Castiel può
fare».
La mia testa
scattò verso l’altro di colpo: «Sul serio?» chiesi, di nuovo piena di speranza.
«Perché mai
dovrei farle un favore, visto quello che mi ha fatto prima?».
Avevo previsto
che Castiel non sarebbe stato d’accordo a soddisfare la mia richiesta, ma non sarei
mai riuscita a credere a quello che sentii dopo quell’esclamazione stizzita.
«Io le devo
tanto, Castiel! Non le ho salvato la vita quando era in pericolo ed è quello
che anche tu non hai fatto con Dean! Ora, potresti essere così gentile da fare
un favore a tuo fratello maggiore e a te stesso e riportarlo indietro dagli
Inferi?».
Ci volle
ancora qualche minuto di totale silenzio prima che Castiel acconsentisse: «Ricordati
che non lo faccio per te, Francesca, ma per mio fratello».
Sospirai,
sollevata da quella notizia meravigliosa, e sussurrai: «Grazie, Castiel. Non lo
dimenticherò mai».
«Oh, io non
dimenticherò mai la tua sberla, Fra. Nessun essere umano può farci del male semplicemente
a mani nude, ma tu… sei addirittura riuscita a rompermi un labbro e giurerei di
aver sentito la mandibola scricchiolare. Sei forte, ragazzina, lo ammetto».
«E questo che
significa?».
«Beh, fattelo
dire da lui» Castiel indicò Michele.
«Cass, chiudi
quella boccaccia, okay?» ribatté quest’ultimo.
«Che mi
nascondi, Michele?» gli domandai io.
«Non so ancora
perché tu sia in grado di vederci per come siamo realmente, né come tu possa
essere qui senza essere morta, però adesso sono ancora più stupito da te,
Francesca: non so cosa pensare del tuo caso. Sei… strana».
«Nel senso che
sono un mostro?».
«No. Nel senso
che sei speciale, però credo che sia un bene» concluse il discorso.
[Buco momentaneo perché ancora non ho scritto il pezzo seguente, su cui la Nene sa già qualcosa]
Era il sogno
migliore che avessi mai fatto negli ultimi quattro mesi.
Io e Dean
stavamo passeggiando tranquillamente mano nella mano in un piccolo parco,
felici.
A un certo
punto Dean mi aveva fermata, si era messo in ginocchio davanti a me e aveva
detto: «Francesca Pilotti, vuoi diventare mia moglie?».
Io mi ero
messa a piangere e ridere insieme e avevo sussurrato un «sì» pieno di lacrime e
sorrisi, lasciando che Dean mi infilasse l’anello all’anulare.
Stavamo per
baciarci, quando il sogno si infranse ed io fui riportata alla realtà da quella
che mi era parsa un’onda d’urto impressionante, tanto che sentivo ancora
traballare i bicchieri di cristallo del servizio buono di mamma nella credenza.
Mi misi a
sedere si scatto, preoccupata da un possibile attacco demoniaco, ma poi la mia
testa elaborò un’alternativa: «Dean!».
Probabilmente
Castiel era finalmente riuscito a riportarlo indietro dall’Inferno, ma dopo nemmeno
un secondo mi ritrovai a pensare a tutt’altro: magari non era stato Cass a
tirarlo fuori, magari Sam era riuscito a fare un patto con un demone oppure un
demone si stava servendo di Dean come comodo contenitore prêt-à-porter.
Mi alzai dal
letto, mi infilai sotto la doccia e iniziai a pensare a cosa convenisse fare;
alla fine decisi di mettermi a dare una pulita alla casa, giusto per non far
pensare a Dean che mi fossi sentita distrutta alla sua morte, come se fossi
morta anch’io.
Dopo due ore
di pulizia, i pavimenti brillavano come uno specchio, bagno e cucina sembravano
come nuovi ed ero persino riuscita a cambiare tutte le lenzuola di casa,
scegliendo le migliori che avessi per il grande letto dei miei genitori, che
non toccavo da quando Dean se n’era andato.
Avevo appena
finito di pulire il secondo bagno, al piano di sopra, quando sentii uno
scricchiolio dal piano di sotto, quello della porta della veranda sul davanti
della casa. Presi immediatamente la pistola che nascondevo sotto il lavandino e
con cautela mi avvicinai alle scale, scendendo uno scalino alla volta per evitare
che scricchiolassero anch’essi.
Quando mi
affacciai in cucina, mi ritrovai davanti Dean, intento a sbirciare nel
frigorifero in cerca di qualcosa da mangiare. Fui costretta a recitare la mia
parte, mostrando una sorpresa che dentro di me invece era minima, seppur fino
ad allora non fossi stata sicura che era tornato dall’Inferno.
«Non è
possibile!» esclamai, tenendo puntata la pistola.
Dean si voltò
di scatto, poi esclamò: «Francesca!», prima di avvicinarsi.
«Non fare un
altro passo! Che cosa hai fatto a Dean?» gli chiesi, fingendomi sconvolta.
«Fra, sono
io!» protestò lui, alzando le mani in segno di resa. «Sono tornato!».
«Cosa hai
fatto a Dean?» ripetei.
«Non sono un
demone, Francesca, te lo giuro. Non so come ho fatto a tornare, mi sono semplicemente
svegliato in mezzo al nulla, sotto terra, e ho cercato di capire dove diavolo
fossi!».
«Non puoi
essere tornato così, per puro miracolo!» protestai. Certo, Castiel i miracoli non li fa, mi pare… commentai tra me e
me.
«Sono io!»
ripeté Dean.
«Ma davvero?»
domandai, retorica, prima di lanciargli in faccia l’acqua santa che avevo preso
dal ripiano della cucina, dove la tenevo per sicurezza.
Dean si beccò
in pieno viso la cascata gelida, poi esclamò: «Contenta?».
«No.
Dimostrami che sei Dean, provamelo!».
«Okay, va
bene. Ricordi la prima notte, quando eravamo abbracciati sotto le coperte? Beh,
mi ricordo come se fosse ieri che mi hai detto che non avresti mai creduto di
poterti innamorare di una persona in nemmeno tre giorni, ma che io ero
esattamente ciò che avresti voluto per il tuo futuro, perché ti riuscivo a
capire anche senza che tu parlassi»
Con tutti i
ricordi che Dean poteva andare a scegliere come prova, aveva preso il migliore
in assoluto. «Dean…» sussurrai, lasciando cadere la pistola a terra.
«Già» commentò
semplicemente lui, avvicinandosi e prendendomi il volto tra le mani.
«Oh, Dean!»
esclamai, prima di baciarlo con tutta la passione che mi si era radunata dentro
in quei mesi da incubo, nell’attesa che tornasse da me.
Seminando
vestiti in giro per tutta la casa, riuscimmo ad arrivare al piano di sopra,
senza smettere di baciarci, e finimmo sdraiati sul letto in un vortice di lenzuola
e cuscini, baci e carezze.
Quando ci
fummo “scaricati” a dovere, Dean mi abbracciò come aveva fatto la prima volta e
mi sussurrò all’orecchio: «Potrei restare qui con te, in questo letto, per
sempre. Sei tutto ciò che mi serve per vivere, Fra».
«Per me vale
lo stesso» risposi, respirando a pieni polmoni il suo profumo, rimasto
invariato, nonostante tutto.
«Come avete
fatto a tirarmi fuori?» mi chiese a un certo punto.
Sospirai,
sapendo di essere costretta a mentirgli, almeno finché non avessi capito che
cosa avessi di speciale per essere riuscita ad arrivare in Paradiso e a vedere
la vera forma degli angeli. «Io e Sam ci abbiamo provato per circa un mese,
insieme: abbiamo cercato di stringere patti con i demoni, abbiamo seguito
Lilith per poterla uccidere, abbiamo tentato con ogni incantesimo che abbiamo
trovato, ma senza risultati positivi. I demoni non volevano darci una mano,
addirittura uno di loro ci ha detto che non potevano tirarti fuori dall’Inferno
perché ci eri finito con un patto. Abbiamo trovato Lilith parecchie volte, ma
lei è sempre riuscita a sfuggirci; avrei dovuto ucciderla quando ha lasciato
che il cerbero ti attaccasse, avrei dovuto lasciare che quelle fitte la
uccidessero, ma non…».
«Aspetta,
quali fitte?» mi interruppe lui, guardandomi quasi sconvolto.
«Oh, giusto.
Tu non… non lo sai» ricordai solo allora.
«Che cosa non
so? Fra, che è successo? Sam ha ricominciato a usare i suoi poteri?» Dean era
passato in modalità “fratello maggiore contro il soprannaturale”.
«No, Dean, non
è stato Sam: sono stata io. Non so come sia successo, so solo che nel momento
stesso in cui lei ci ha bloccati al muro, impedendoci di aiutarti, mi sono
sentita invadere da una grande, grandissima rabbia e quando non ti ho più visto
muoverti quella rabbia si è riversata su Lilith, che è caduta in ginocchio
tenendosi la testa con le mani, prima che cercasse di ucciderci con una luce
bianca incandescente».
«E come siete
sopravvissuti?».
«Beh, non lo
so. So solo che quando lei ha alzato la mano contro di noi, ne è uscita quella
luce e Sam si è messo davanti a me per proteggermi; quando la luce si è
affievolita, eravamo come prima e Lilith ci ha guardati con terrore,
specialmente Sam. Quando tuo fratello si è alzato, prendendo il coltello di
Ruby, Lilith gli ha intimato di starle lontana ed è scappata, in forma di demone»
terminai la spiegazione.
«Ora sono
ufficialmente scioccato» commentò Dean. «E tu non hai più rifatto una cosa del
genere?».
A quella
domanda, per poco risposi con la verità, ma poi mi ricordai che non potevo
raccontargli di Castiel e negai: «No, non è più successo, probabilmente perché
non avevo un buon motivo per arrabbiarmi così tanto».
«Meno male.
Ora dov’è Sammy?» mi chiese, un po’ più sollevato.
«Non ne ho
idea, Dean. Non lo vedo da tre mesi, perché ci siamo divisi a quel punto delle
ricerche. Lui stava gettando la spugna, ma io non volevo abbandonare la
speranza».
«Che cosa?! Io
gli avevo chiesto di proteggerti sempre, come se fossi una sorella per lui, e
invece che fa? Ti abbandona?».
«No, Dean, tu
non capisci! Stavamo entrambi malissimo perché non riuscivamo a portarti indietro,
ma a quel punto Sam ha cominciato a dire che dovevamo andare avanti, cercare
Lilith e ucciderla, ma io invece volevo provare ancora con i demoni e c’erano anche
una marea di incantesimi che non avevamo provato. La convivenza stava
diventando insostenibile, Dean, e così ci siamo separati».
«Avete
litigato per decidere se tirarmi fuori oppure no?» Dean era incredulo.
«Qualcosa del
genere, sì. Io ho fatto i bagagli e me ne sono andata, sono tornata qui e ho
provato tutti gli incantesimi che avevo trovato».
«Allora sei
stata tu?».
«No, Dean, non
ci sono riuscita. Non ne funzionava nemmeno uno, anche durante le sedute spiritiche
i fantasmi mi dicevano che erano inutili, che non potevo tirarti fuori
dall’Inferno con uno di quegli incantesimi. Mi dispiace».
«Non dirlo,
Fra. Non hai perso la speranza subito, come ha fatto Sam. Non è una cosa che si
può ignorare» mi consolò lui.
Non ribattei,
sapevo di non aver mai perso la speranza di poterlo rivedere, ma non avevo più
fatto nulla da quando ero stata in Paradiso per due settimane.
«Ehm… Fra?» mi
chiamò Dean a un certo punto.
«Che c’è?» gli
domandai, alzando la testa per guardarlo.
«Non è che
avresti qualcosa da mangiare? Ho una fame da lupi, potrei svuotarti il
frigorifero».
«Oh, tesoro,
tutto quello che vuoi!» esclamai, ridendo.
«Non lo hai
chiamato, vero?».
Dopo un’intera
nottata di auto, Dean ed io eravamo arrivati nel South Dakota, a casa di Bobby,
da cui speravamo di ottenere qualche informazione in più su Sam, che non
riuscivamo a contattare.
«Non gli ho
detto niente, come mi hai chiesto. Sei pronto?».
«Assolutamente
sì» mi assicurò, prima di scendere dalla macchina.
Arrivati
davanti alla porta di casa, Dean bussò più volte, finché il vecchio cacciatore
venne ad aprirci; ci fu un lungo scambio di sguardi tra i due uomini, prima che
Dean sorridesse ed esclamasse: «Sorpresa!».
Bobby
indietreggiò un po’, dicendo: «No. Non ci credo» con un tono neutro.
Dean entrò in
casa e gli disse: «Sì, lo so. Ma eccomi qui, sono tornato».
Io restai
sulla soglia, aspettando un abbraccio che non arrivò: Bobby prese un pugnale
dal comodino che aveva alle spalle, cercando di colpire Dean.
«Bobby, no!»
esclamai, ma il mio ragazzo lo aveva prontamente evitato e stava cercando di toglierglielo
dalla mano.
«Bobby…»
ritentò Dean, ma gli arrivò un pugno sul naso, che lo costrinse ad arretrare in
salotto. «Bobby, sono io!» provò a convincerlo.
«Col cavolo!»
rispose il vecchio cacciatore, avvicinandosi con il pugnale in mano.
Stavo per
intervenire, quando il ragazzo mi fermò: «No, aspetta!» Poi si rivolse a Bobby:
«Il tuo nome è Robert Singer e tua moglie è stata posseduta da un demone. Ti
voglio bene e sei come un padre per me. Bobby… sono io!».
Dopo quel discorso,
il cacciatore si avvicinò a Dean, spostando la sedia che il ragazzo aveva usato
come scudo, e gli mise una mano sulla spalla, incredulo. Dean sorrise, pensando
che gli credesse, ma proprio quando anche io stavo pensando che Bobby avesse
capito, l’uomo cercò di colpirlo ancora col pugnale.
Dean gli torse
la mano dietro la schiena, togliendoglielo, mentre esclamava: «Non sono un mutaforma!».
«Allora sei un
morto vivente!» ribatté Bobby, liberandosi e allontanandosi.
«Bobby!»
esclamai io, ma Dean aveva già preso una decisione.
«Va bene, ma
se fossi uno di loro non potrei fare questo con un coltello d’argento» disse,
prima di sollevare una delle maniche della camicia e di tagliarsi poco sopra il
gomito.
Lo guardai
mentre stringeva i denti per il dolore, come Bobby, che alla fine esclamò:
«Dean?!».
«È quello che
cerco di dirti» rispose lui, avvicinandosi e abbracciando il vecchio, che
ricambiò con le lacrime agli occhi.
«È bello
rivederti, ragazzo!» esclamò.
«Sì, anche per
me».
«Ma… come hai
fatto a ritornare?».
«Non lo so.
Nemmeno Francesca ha saputo spiegarselo» aggiunse, guardandomi, poi si voltò
per posare il pugnale. «So soltanto che mi sono svegliato in una cassa…».
In quel
momento Bobby gli tirò in faccia dell’acqua benedetta, che Dean prese in pieno
mentre stava parlando.
Ne sputò un
po’ per terrà, poi commentò: «E come vedi non sono un demone».
«Scusa… meglio
essere prudenti» si scusò l’altro, sollevando la fiaschetta.
Dean lo guardò
a bocca aperta poi si girò verso di me per cercare un sostegno, ma io sollevai
semplicemente le spalle: dopotutto, io avevo fatto lo stesso.
«Comunque,
questa storia non ha alcun senso» disse Bobby, dopo aver dato a Dean un asciugamano.
«Eh, non dirlo
a me, amico!» gli assicurò l’altro.
Il vecchio lo
guardò ed esclamò: «Dean, avevi il petto squarciato, le budella ridotte in
poltiglia e sei stato sepolto più di quattro mesi fa. Anche se fossi uscito
dall’Inferno per tornare in carne e ossa…».
«Lo so, dovrei
avere l’aspetto di uno zombie come in Thriller» completò la frase il mio
ragazzo.
Fino a quel
momento non avevo pensato che Castiel doveva aver fatto qualcosa di bello
grosso a Dean prima di tirarlo fuori dagli Inferi.
«Che cosa
ricordi?» continuò Bobby con l’interrogatorio.
«Non molto.
Soltanto che un cane demoniaco giocherellava con me e dopo… il buio» ammise. «E
poi sono finito due metri sotto terra».
Bobby si
sedette sulla sua sedia, dietro la scrivania, mentre Dean gli chiese: «Il
numero di Sam non è più attivo. Lui è…».
«No, è vivo.
Per quel che ne so» si affrettò a tranquillizzarlo, ma l’ultima parte mi lasciò
allibita: io e Bobby ci eravamo sempre tenuti in contatto, anche dopo che avevo
lasciato Sam da solo, ma mi sembrava strano che il minore dei Winchester non
avesse fatto altrettanto.
Dean sembrò
non aver sentito l’ultima frase, così che disse: «Bene» con un sorriso, prima
di tornare improvvisamente serio: «Che significa “per quel che ne so”?».
«Non parlo con
lui da mesi».
«Non l’avrai
lasciato andare per conto suo?» Mi sentii in colpa anch’io per averlo abbandonato.
«È stato
irremovibile a riguardo».
«Avresti
dovuto tenerlo d’occhio, Bobby!» Dean stava diventando come una mammina terrorizzata
per quello che potrebbe essere successo a suo figlio.
«Ci ho
provato. Questi ultimi mesi non sono stati facili né per lui, né per me. Ti
avevamo appena seppellito» Bobby mi guardò per cercare il mio sostegno come
prima aveva fatto Dean.
«Come mai
avete fatto questa scelta?» Dean non mi aveva chiesto nulla a riguardo.
«Io volevo
ricoprirti di sale e bruciarti, la solita procedura, ma la signorina qui
presente si è opposta con una tale convinzione che per poco non trafugava il
tuo corpo».
Mi sentii
improvvisamente osservata da entrambi gli uomini, così fui costretta ad
ammettere: «È vero, l’ho fatto, ma sapevo che avreste fatto uno sbaglio, tutto
qui!».
«Beh, per
fortuna hai vinto tu, allora!» Dean mi strinse un braccio intorno alle spalle e
mi diede un bacio sulla fronte.
«Anche Sam si
è opposto, comunque. “Se ce la faccio a riportarlo indietro avrà bisogno di un
corpo”, ha detto soltanto questo» Ricordavo come Sam si era schierato con me.
«Che vuoi
dire?» Dean tornò a fare la “mammina”.
«Era
silenzioso, molto silenzioso. Poi Francesca è partita e anche lui se n’è andato
via. Almeno lei usava il cellulare, ma lui non ha mai risposto alle mie
chiamate: io l’ho cercato, ma lui mi sfuggiva».
«Ah,
maledizione, Sammy!».
«Che c’è?».
«È lui che mi
ha riportato e qualsiasi cosa abbia fatto è magia nera».
«Come fai a
saperlo?» Bobby ed io avevamo la stessa espressione stupita.
«Dovevi vedere
la mia tomba, sembrava l’avessero bombardata! E poi c’è stata… una strana
forza, una presenza che mi ha travolto e si è abbattuta su di me, alla stazione
di servizio» Alla fine guardò verso di me, dal momento che io avevo visto
insieme a lui come era ridotto quel posto.
Castiel aveva
di sicuro cercato di parlargli, ma il risultato era stato quello di far
fischiare le orecchie del mio ragazzo, visto che non poteva sentire la sua vera
voce come facevo io.
«E guardate»
Dean si sfilò la manica destra della camicia e sollevò quella della maglietta,
mostrando l’impronta di mano che avevo notato mentre eravamo a letto, ma di cui
non gli avevo chiesto nulla.
Bobby si alzò
di scatto e si avvicinò, esclamando: «Ma che diavolo è?».
«A quanto pare
un demone mi ha afferrato e mi ha tirato fuori».
«E perché?».
«Forse per
rispettare un patto».
Lo guardai
scuotendo la testa, ma Dean lo prese come una conseguenza della mia parte di racconto,
quando gli avevo detto che, secondo un demone, loro non potevano tirarlo fuori.
«Sam ha fatto
un patto?» domandò però Bobby.
«È quello che
avrei fatto io» ammise Dean.
«Non è
possibile, okay? Hanno detto che non potevano perché eri già vincolato da un
patto all’eternità negli Inferi, non credo che abbiamo improvvisamente cambiato
idea, nemmeno con la Colt puntata alla tempia» intervenni io, dopo averli
lasciati discutere in pace.
«Beh,
scopriamo dov’è Sam e scopriremo se ha o non ha fatto un patto» concluse Dean,
prima di prendere il telefono di Bobby per chiamare la compagnia telefonica di
Sam. Quando ottenne la conferma dell’attivazione del GPS, Dean si mise al
computer per trovarlo.
«Ehi, Bobby,
hai svaligiato il negozio di liquori?» commentò, vedendo la bottiglia vuota sul
tavolo accanto a sé. «Mi sembra che tu abbia esagerato».
«Come ti ho
detto, questi mesi purtroppo non sono stati facili».
Dean guardò da
sotto in su l’amico, poi spostò lo sguardo su di me, abbozzando un «Certo» poco
convinto.
In quel
momento il portatile completò la ricerca e Dean fissò lo schermo stupito: «Sam
è a Buffalo, Wyoming».
«È la città
più vicina a Story, dove ti abbiamo sepolto» esclamai, mentre Bobby annuiva.
«Sì, ma è
anche dove sono risorto. Una bella coincidenza, no?».
Non potevo
certo dar torto a Dean, nonostante sapessi la verità, perché dopotutto quella
non poteva essere una coincidenza. La cosa che più mi aveva colpito era che Sam
era a pochi chilometri da me e non era neanche passato a vedere come stavo.
«Okay,
ragazzi. Andiamo?» chiesi. Avrei dovuto affrontare Sam prima o poi e tanto
valeva farlo in quell’occasione, con Dean e Bobby al mio fianco.
«Sì, tutti in
macchina!» esclamò Dean.
Arrivammo
all’Hotel Astoria, a Buffalo, intorno alle nove di sera. Dean ottenne dalla
donna alla reception il numero di stanza di Sam facendole moine e complimenti che
non mi piacquero per niente.
«Non
riprovarci un’altra volta!» lo ammonì mentre salivamo al terzo piano.
«Cosa dovevo
fare, altrimenti? Puntarle una pistola in testa e minacciarla?» ribatté lui,
così lasciai correre e mi concentrai sui numeri delle stanze.
«Eccola, è
questa» mi fermai davanti alla stanza 207 e lasciai che fosse il mio ragazzo a
bussare con fin troppa violenza.
La ragazza che
si presentò ad aprire domandò: «Allora, dov’è?».
Dean la guardò
come se fosse un fantasma, probabilmente perché non credeva possibile che suo
fratello si stesse divertendo con una donna mentre lui sarebbe potuto essere
all’Inferno. Si voltò verso me e Bobby, poi chiese: «Dov’è cosa?».
«La pizza! Ci
volevano tre fattorini per portarla?» rispose lei per le rime.
«Forse abbiamo
sbagliato stanza» commentò Dean con un sorriso.
«È arrivata
la…?» Nello spazio di camera che potevamo vedere spuntò Sam, che fissò Dean per
qualche secondo, prima di passare a me e Bobby, scrutandoci come se fossimo
fantasmi.
«Ciao, Sammy»
lo salutò Dean. Entrò nella stanza, mentre la ragazza di faceva da parte, ma
Sam lo attaccò con un coltello sbattendolo contro il muro. Bobby li divise
prima che potessero farsi del male a vicenda.
«Chi sei tu?»
domandò rabbioso Sam.
«Eppure
dovresti saperlo» ribatté Dean.
«Sapere
cosa?!».
«È lui! È lui,
Sam!» gli disse Bobby, senza allentare la presa.
«Lasciami
andare, Bobby!».
«Lo so che è
incredibile, ma ti assicuro che è proprio lui!».
Sam si calmò,
mentre Bobby lo lasciava libero.
Dean si
avvicinò, poi disse: «Lo so: ho un aspetto fantastico, eh?» specificò,
sorridendo.
I due si
abbracciarono, quasi piangendo, ma il bel momento fu interrotto dalla ragazza,
che chiese: «Scusate, ma voi due… state insieme?».
«Cosa?!»
esclamò Sam. «No! No. Lui è mio fratello».
«Oh! Ho
capito. Credo che… che forse… forse è il caso che vada…».
«Sì, sì, mi
sembra una buona idea. Scusa» concordò il minore.
La ragazza si
rivestì e, raccolte le sue cose, uscì dalla stanza, non prima di aver detto a
Sam: «Chiamami tu».
«Sì, sì,
contaci, Katie» rispose lui.
«Kristie» gli
ricordò, mentre il suo sorriso spariva, poi se ne andò via.
«Allora quanto
ti è costato?» chiese Dean mentre il fratello si sedeva sul letto per
rimettersi le scarpe.
«La ragazza?
No, io non pago» si affrettò a negare Sam, fraintendendo la domanda.
«Non è
divertente, Sam. Riportarmi indietro: quanto ti è costato? Solo la tua anima o
qualcosa di peggio?».
«Credi che
abbia fatto un patto?».
«È quello che
noi pensiamo» sottolineò Bobby.
«Beh, non l’ho
fatto» Sam mi guardò di sfuggita, non riuscendo a sostenere il mio sguardo.
«Non mentirmi»
insisté Dean.
«Ti assicuro
che è così».
«Ti sei fatto
incastrare solo per tirarmi fuori dai guai e hai venduto l’anima a qualche
demone. Non volevo salvarmi a tue spese!».
Sam scattò in
piedi, fronteggiando il fratello: «Mi dispiace, ma non è andata così!».
Dean lo prese
per la camicia: «Io lo so che hai fatto questo: dimmi la verità!».
«Ho provato di
tutto, se vuoi saperlo: ad aprire le porte dell’Inferno e anche a negoziare con
i demoni, ma nessuno di loro voleva fare patti!» Sam aveva ripetuto a Dean
quello che io gli avevo già detto. «Sei stato all’Inferno per mesi, molti mesi,
e io non ho potuto evitarlo! Mi dispiace, ma non sono stato io. Mi dispiace
davvero!».
Dean capì di
aver esagerato: «Va tutto bene, Sammy. Non devi scusarti, io ti credo»
«Non
fraintendetemi, sono felice che l’anima di Sam sia rimasta intatta, ma… questo
solleva un dubbio atroce» intervenne Bobby.
«Se non mi ha
tirato fuori lui, allora chi è stato?» concluse Dean.
Evitai di
guardarlo, sapendo che presto Castiel avrebbe dovuto fare qualcosa se non
voleva che si scatenasse il putiferio in famiglia perché non riuscivano a
trovarlo.
Sam offrì a
tutti una birra, poi, una volta seduti sul divano, spiegò che si trovava a
Buffalo perché stava dando la caccia a Lilith, per vendicarsi, come quando lo
avevo lasciato tre mesi prima. Quando Bobby gli fece notare che non si era
fatto vivo, Sam si scusò sia con lui, sia con me, dicendo che era troppo
sconvolto.
«Sì, certo! Eri
molto addolorato!» gli fece notare
Dean, sollevando in aria il reggiseno della ragazza che ci aveva aperto,
Christie.
Quando passò a
raccontare del recente spostamento di alcuni demoni dal Tennessee fin lì, Dean
gli chiese: «Quando?».
«Ieri mattina»
rispose Sam.
Dean mi
guardò: «Quando sono risorto».
«Credi che
siano venuti qui a causa tua?» gli domandò Bobby.
«Ma perché?»
chiese invece Sam.
«Non lo so, ma
se un superdemone è venuto fin qui a tirarmi fuori ci deve pur essere una connessione».
«Come stai,
comunque?» lo interrogò il vecchio cacciatore.
«Sono un po’
affamato» ammise Dean. Dopo che aveva svuotato la cucina, aveva ancora fame!
«No, voglio
dire, ti senti te stesso? Ti senti… strano… o diverso?».
«O demoniaco?
Quante volte devo provarti che sono proprio io?».
«E va bene,
ascolta: nessun demone ti lascia andare per bontà d’animo. Devono avere in
mente qualcosa di malvagio».
«Beh, io mi
sento bene, anzi, più che bene. Vero, Fra?» ovviamente si stava riferendo alla
nostra giornata di sesso che tanto mi era mancata.
«Sì, Bobby,
sta fin troppo bene» assicurai al vecchio cacciatore con un sorriso.
«Sentite,
abbiamo molte domande e non sappiamo da dove partire. Ci serve aiuto» disse
Sam.
«Conosco una
sensitiva, a poche ore da qui. Forse può aiutarci, magari ha sentito qualcosa».
«Vale la pena
provare» acconsentì Dean.
«Meglio
andare».
Mentre tutti
ci alzavamo, Sam riconsegnò al fratello la sua collana e poi gli chiese com’era
l’Inferno, ma Dean rispose che lo aveva rimosso.
Quando fummo
nel parcheggio, Sam lanciò le chiavi dell’Impala al fratello, che fu entusiasta
di poter riprendere possesso della sua macchina. Io decisi di andare con Bobby,
così da lasciare loro un po’ di privacy e di tempo per stare da soli.
In auto, Bobby
mi domandò: «Tu non ne sai niente?» con un ovvio riferimento alla risurrezione
di Dean.
«No, Bobby. Ho
provato tutti gli incantesimi che avevo trovato, ma li ho esauriti circa due settimane
fa; dubito che ci siamo magie a scoppio ritardato» gli risposi, in parte
mentendo.
Non sollevammo
più l’argomento, né parlammo d’altro durante tutto il viaggio, anche perché a
un certo punto mi appisolai con la testa appoggiata al finestrino dell’auto,
stanca di quei continui spostamenti.
Quando mi
svegliai era l’alba e ancora non eravamo arrivati; ci volle un’altra ora prima
che Bobby svoltasse finalmente in una delle vie della città dove eravamo
arrivati, fermandosi poi davanti alla casa di Pamela Barnes.
Quando
bussammo alla sua porta, ci venne ad aprire una giovane donna sui trent’anni,
con un sorriso: «Ah! Bobby!» esclamò, abbracciando l’uomo e sollevandolo da
terra.
«Pam! Sei
sempre più bella, lo sai?» la elogiò lui, quando fu di nuovo a terra.
«Allora, sono
questi i ragazzi?» domandò la donna, guardandoci tutti e quattro.
«Sam, Dean,
Francesca, vi presento Pamela Barnes, la migliore sensitiva dello Stato» fece
le presentazioni Bobby.
Mentre Dean le
diceva: «Ciao», Sam ed io optammo per un più formale: «Salve».
Lei si fermò
con lo sguardo su Dean, commentando: «Dean Winchester: scampato alla brace e
tornato alla padella, eh? Sei una creatura rara».
«Se lo dici
tu» rispose il ragazzo.
«Entrate» ci
invitò lei, facendosi da parte per permetterci di passare.
Non appena fu
entrato, Bobby le chiese: «Hai scoperto qualcosa?».
Temevo la sua
risposta, ma per fortuna non fu nulla di cui mi dovessi seriamente preoccupare:
«Beh, finora ho contattato una dozzina di spiriti, ma nessuno di loro sa chi ha
salvato Dean e perché».
«Che possiamo
fare?» domandò l’uomo.
«Una seduta
spiritica e cerchiamo di scoprire chi è stato».
«Non vorrai
evocare quell’essere qui?» Bobby sembrava sconvolto.
«No! Voglio
solo dare un’occhiata, come con la sfera di cristallo, ma senza sfera».
«Io ci sto»
acconsentì Dean, guardando Bobby tranquillamente.
Pam stese sul
tavolo rotondo della cucina un telo nero, su cui era disegnato un pentacolo con
diverse rune, poi ci invitò a sederci tutti attorno ad esso, uno per ogni punta
della stella, mentre lei prendeva candele e fiammiferi, dopo aver chiuso le
tende.
«Bene,
prendetevi per mano» ci ordinò quando si fu seduta a sua volta. «Ho bisogno di
toccare qualcosa che ha toccato quell’essere misterioso».
Dean, accanto
a lei, sollevò la manica della maglietta e la faccia di Sam esprimeva
esattamente quello che io prima e Bobby poi avevamo pensato: quello era il
segno che solo qualcosa di grosso poteva lasciare, soprattutto quando si
trattava di risurrezione.
Pam,
delicatamente, appoggiò sull’impronta della mano di Castiel la sua, poi iniziò
a recitare: «Ti invoco, ti reclamo e comando: mostrati a me davanti a questo
cerchio. Ti invoco, ti reclamo e comando: mostrati a me davanti a questo
cerchio. Ti invoco, ti reclamo e comando: mostrati a me davanti a questo
cerchio. Ti invoco, ti reclamo e comando… Castiel?» esclamò all’improvviso.
Sperai
vivamente che l’angelo non le si mostrasse per come era veramente, ma che
semplicemente le spiegasse cos’era, ma Pam era fin troppo testarda per lasciar
stare.
«No, non
preoccuparti, non mi spavento facilmente».
«Castiel?!» le
chiese Dean.
«Sì, questo è
il suo nome. Mi sta consigliando di fermarmi» rispose lei.
«Forse è il
caso di ascoltarlo…» cercai di convincerla io.
Lei continuò
lo stesso, ripetendo più volte: «Ti invoco e comando: mostrami il tuo volto!».
Quando il
tavolo cominciò a muoversi, Bobby le disse: «È meglio fermarsi».
«Ce l’ho quasi
fatta!» protestò Pam. «Ti comando di mostrarmi il tuo volto! Mostrami il tuo volto
ora!».
Le fiammelle
delle candele si alzarono di parecchi centimetri, mentre Pam iniziò a urlare
per il dolore agli occhi dovuto alla vista di Castiel, prima di svenire.
Bobby ordinò:
«Chiama il 911!» e mentre Sam ubbidiva, si abbassò su Pamela, che quando venne
presa in braccio spalancò gli occhi, diventati neri come la pece: bruciati.
«Non vedo
niente! Non vedo niente! Oddio! Oddio no!» esclamò, piangendo.
«Bobby, fammi
provare a guarirla» intervenni io, spostando Dean e posando sugli occhi della
donna le mani. Mi concentrai su di essi, immaginando che tornassero normali, ma
per quanto mi sforzassi non accadde nulla. «Ma cosa…?» iniziai la frase, ma poi
capii che si trattava del potere di Castiel.
«Francesca…»
provò a fermarmi Dean, ma io lo interruppi: «Fammi provare di nuovo».
Inspirai
profondamente, mentre posavo di nuovo i palmi sugli occhi martoriati di Pam, ma
anche questa volta non successe nulla; provai a concentrarmi unicamente sulle
mie mani e cominciai a tremare, sempre più forte, finché il mio potere curativo
venne nuovamente respinto ed io fui sbalzata dall’altra parte della stanza.
«Fra! Stai
bene?» mi chiese Dean, aiutandomi ad alzarmi.
«Io… credo di
sì. Non ha funzionato, Dean, ma non capisco come sia possibile: sono riuscita a
curare te quando eri praticamente morto, quindi perché adesso non ci riesco?».
«Che hai
sentito?».
«Non lo so. Il
mio potere è stato… respinto» non trovai parola migliore per esprimere
l’accaduto, maledicendo dentro di me il potere angelico di Castiel e la sua
trovata di mostrarsi davvero a Pamela nonostante potesse opporsi senza
problemi.
«Come stai,
ragazzo?».
Bobby ed io
eravamo appena usciti con un Dean praticamente svenuto dall’hotel, dove Castiel
aveva di nuovo tentato di parlargli, rischiando invece di ucciderlo. Ero
furibonda.
«A parte le
orecchie che mi fischiano ancora, benissimo» rispose lui, con una punta di
sarcasmo.
«Io lo
uccido!» sbottai a quel punto, esternando la rabbia.
«Francesca,
non sappiamo neanche che cosa sia» protestò Bobby.
«Non mi
interessa! Prima ti salva la vita e poi cerca di ucciderti? Due volte? No,
signori, io non permetto a nessuno di fare una cosa del genere a qualcun’altro,
specialmente quando si tratta di persone a me care come il mio ragazzo!»
ribattei, sapendo che Castiel stava senza dubbio ascoltando.
Dean scosse la
testa, poi chiamò Sam per sapere dove fosse e gli disse che era uscito con me e
Bobby per una birra, prima di riattaccare.
«Perché non
glielo hai detto?» gli domandò Bobby.
«Perché ce lo
avrebbe impedito».
«Di fare
cosa?!» domandammo stupiti Bobby ed io.
«Di evocare
questo spirito. Dobbiamo stanarlo e affrontarlo» Dean era fin troppo serio.
«Stai
scherzando, vero?» gli chiesi, sperando di riuscire a non farlo.
«Non scherzo
affatto. È “mezzogiorno di fuoco”, baby!» esclamò lui, guardandomi dal sedile
anteriore con un sorriso.
«Ma non
sappiamo niente di lui! Potrebbe essere un demone o chissà cosa» protestò
Bobby.
«Perciò
dobbiamo essere pronti a tutto» Dopo aver estratto il coltello di Ruby,
commentò: «Abbiamo il supercoltello magico e un arsenale nel tuo bagagliaio».
«A me sembra
una cattiva idea!» ribatté il vecchio cacciatore.
«Sono
d’accordo!» concordai io.
«Forse avete
ragione, ma quale altra scelta abbiamo?».
«Potremmo
scegliere di vivere» rispose ironicamente l’altro.
«Bobby,
qualunque cosa sia di sicuro continuerà a darmi la caccia, giusto? Quindi… o mi
faccio beccare di nuovo con i pantaloni calati oppure cerco di anticiparlo».
«Sì, ma… Sam
potrebbe esserci utile».
«No, non
voglio coinvolgerlo» rifiutò Dean.
«Fra?» mi
interpellò Bobby.
«Tanto
continuerà comunque a insistere finché non gliela daremo vinta. Tanto vale
accontentarlo» accettai, lanciando un’occhiataccia al mio ragazzo, che ricambiò
con i suoi migliori “occhi da cucciolo”.
Arrivammo fino
a un enorme capannone per il deposito del grano, poco fuori città, e lì dentro
cominciammo a dipingere ovunque tutti i simboli protettivi che conoscevamo,
oltre ad alcuni nuovi che Bobby aveva ricavato da alcuni suoi libri.
Dopo circa
mezzora, il capannone, già usato da altri cacciatori, era costellato di tutti
quei disegni ancor più di quando ci eravamo entrati.
«Sembra una
bella opera d’arte, non trovi?» commentò ironico Dean, mentre Bobby gli si avvicinava,
terminata una “trappola del diavolo”, ed io gli portavo una pistola appena
caricata a proiettili di sale.
«Abbiamo messo
trappole e talismani di ogni religione. Cosa abbiamo qui?» chiese il vecchio
cacciatore.
«Paletti,
ferro, argento, sale, il coltello: siamo più o meno pronti a uccidere
quest’essere misterioso» tirò le somme Dean.
«Secondo me è
una cattiva idea».
«Sì, me l’hai
già detto una decina di volte almeno».
Pur sapendo
che tutta quella roba era inutile, dissi: «Che ne dite di cominciare?».
«Ottimo!»
approvò Dean, così mi avvicinai alla ciotola in cui avevamo mischiato polvere
di quarzo e sangue d’agnello e iniziai a recitare la formula di evocazione,
mentre versavo dei granelli di ferro.
Al termine
dell’incantesimo, restai in attesa che comparisse Castiel come aveva fatto
Michele un paio di settimane prima in casa mia, con un caratteristico fruscio
di ali, ma non successe nulla.
Restammo ad
aspettare, sempre più impazienti, per circa un’ora, finché Dean ruppe il
silenzio chiedendomi: «Hai eseguito bene il rituale?».
Lo guardai
alzando un sopracciglio, poi gli risposi: «La prossima volta ti metti tu a
parlare il latino più arcaico che esista, d’accordo?».
«Non fare la
permalosa! Non sembra aver funzionato, tutto qui!» ribatté.
A quel punto
persi anch’io la pazienza: presi il libro dove si trovava l’incantesimo di
evocazione, lo sfogliai fino alla sezione che parlava di evocazioni generali e
trovai quello che speravo. Si potevano evocare le creature sconosciute anche
semplicemente chiamandole, rivolgendo loro quasi una preghiera.
Richiusi il
libro e lo posai dove era prima, poi alzai lo sguardo verso il soffitto del
capannone e dissi ad alta voce: «Castiel, mi senti? Che ne dici di venire a
farci un salutino così almeno poi possiamo andare a dormire?».
«Ma sei
impazzita?!» mi chiese Dean.
«Non sappiamo
di cosa si tratta e abbiamo usato un rituale per spiriti. Magari questo
funziona» gli spiegai.
Infatti dopo
pochi secondi il tetto di lamiere del capanno iniziò a tremare, come se ci
fosse un forte vento, e tutti e tre saltammo in piedi.
«Dovremmo
esserci, non credo che sia il vento» ammise il ragazzo, guardandomi con negli occhi
delle scuse.
Stavo per
rispondergli, quando all’improvviso le luci cominciarono a esplodere una dopo
l’altra e il portone d’ingresso si spalancò,
rivelando una figura umana che si avvicinava tra le scintille: Castiel.
Dean e Bobby
presero subito la mira e lo colpirono più volte, mentre io finsi solamente di
farlo, sapendo che era inutile qualunque arma che avevamo a nostra
disposizione; vedendo che l’uomo non si fermava, Dean prese il pugnale e gli
chiese: «Chi sei tu?».
«Sono quello
che ti ha afferrato e salvato dalla perdizione» rispose tranquillo l’angelo.
«Ah, sì? Ti
ringrazio tanto» esclamò il ragazzo prima di ficcargli la lama dritta nel
cuore.
Per un attimo
temetti che potesse avergli fatto veramente del male, ma Castiel continuò a
sorridere e si sfilò il pugnale dal petto, gettandolo a terra con noncuranza.
A quel punto
Bobby cercò di colpirlo alle spalle con una mazza di ferro, ma l’angelo lo
bloccò prima ancora che lo sfiorasse e gli posò due dita sulla fronte: il
cacciatore cadde a terra, privo di sensi.
Castiel si
girò verso il ragazzo, che era rimasto scioccato quanto me: «Dobbiamo parlare,
Dean. Da soli» e così dicendo si voltò verso di me e immaginai che volesse
ridurmi allo stato in cui si trovava Bobby, nonostante già ci conoscessimo.
Lo fissai
quasi spaventata, mentre la sua mano si avvicinava alla mia fronte; quando le
sue dita però mi toccarono, l’unico effetto che produssero su di me fu di farmi
sussultare. L’angelo le ritrasse e chinò la testa su una spalla, con
un’espressione stupita, poi commentò: «Vorrà dire che tu dovrai assistere,
Francesca».
Non appena
Castiel si allontanò, Dean mi strinse in un abbraccio, chiedendomi: «Stai
bene?».
«Sì» risposi
con la verità. «Sono solo un po’… scossa».
Mi liberai dal
suo abbraccio e mi chinai su Bobby, sentendogli le pulsazioni, prima di provare
a farlo rinvenire con i miei poteri curativi.
«Non
funzioneranno» interruppe i miei sforzi l’angelo, beccandosi un’occhiataccia
sia da me che da Dean. «Non sei abbastanza forte per contrastarmi».
«Che cosa gli
hai fatto?» gli domandò il ragazzo.
«Il vostro
amico è vivo» rispose l’angelo.
«Chi sei tu?».
«Castiel»
disse semplicemente l’altro.
«Sì, questo
l’avevo capito, ma che cosa sei?».
Castiel
sollevò lo sguardo dal libro che avevo usato per evocarlo e rispose: «Sono un
angelo del Signore».
Dean si alzò
da terra e disse, con un tono quasi infuriato: «Ma sta’ zitto! Chi credi di
prendere in giro?».
In effetti,
quel corpo, che era il naturale tramite di Castiel, non rendeva bene con
indosso quel trench beige quanto con la tunica che indossava in Paradiso e
glielo feci intendere sollevando le sopracciglia in segno di accordo con le
parole del ragazzo.
Lui però non
vi badò, se non per il leggero sorriso che gli velava le labbra: «È questo il
problema, Dean: tu non hai fede».
Non avrei mai
immaginato che Castiel potesse farlo, ma all’improvviso l’interno del capannone
fu illuminato come da fulmini e sulla parete d’ingresso, alle sue spalle, si
proiettò l’ombra delle sue ali, che io riuscivo a vedere comunque.
«Sei davvero
un bell’angelo!» esclamò sarcasticamente Dean. «Hai bruciato gli occhi di
quella povera donna».
«Io l’avevo
avvertita di non cercare di vedermi: è sconvolgente per voi comuni mortali»
Cass posò per un attimo lo sguardo su di me; «come udire la mia voce, ma tu
questo già lo sai» aggiunse tornando a guardare Dean.
«Alla stazione
di servizio e al motel: eri tu allora» L’angelo annuì e il ragazzo continuò:
«La prossima volta non esagerare così».
Il volto di
Cass si fece colpevole: «Lo so, è stato un errore: alcune persone molto
speciali possono vedermi e pensavo che tu fossi una di loro, ma mi sbagliavo».
Mi sentii
implicitamente nominare con quel “persone molto speciali”, ma non alzai lo
sguardo su di lui, fingendo di occuparmi di Bobby.
«E quello
sarebbe il tuo vero aspetto, eh? Quello di un esattore delle tasse?».
«Ti riferisci
a questo? È solo un contenitore».
«Ti sei
impossessato di un povero disgraziato?» Dean sembrava preoccupato.
«È un uomo
devoto: è stato lui a offrirsi».
«Smettila di
raccontarmi stronzate: chi sei realmente?» il ragazzo non era ancora convinto.
Castiel ne fu
deluso: «Te l’ho già detto».
«Certo. E
perché un angelo mi avrebbe salvato dall’Inferno?».
Era la domanda
che stavo aspettando: sollevai lo sguardo per fissare Castiel, che cercò però
di eluderla: «Accadono delle cose belle, Dean».
«Non nella mia
esperienza» ribatté l’altro.
«Che ti
succede? Credi di non meritare di essere salvato?».
Dean ripeté:
«Perché l’hai fatto?».
L’angelo
allora rispose senza esitazione, dicendo qualcosa che mai avrei creduto
possibile di sentire: «Perché è Dio che me l’ha ordinato. Abbiamo del lavoro
per te» e detto questo scomparve sotto i nostri occhi.
Quando, il
giorno dopo, mi ritrovai finalmente da sola, a casa di Bobby, il mio primo
pensiero andò a Castiel, da cui volevo delle spiegazioni per la sua risposta
tanto ufficiosa alla motivazione del salvataggio di Dean.
I Winchester e
Bobby erano andati a vedere cosa era successo a un’altra cacciatrice, una certa
Olivia Lowry che da giorni non rispondeva al telefono, così ne approfittai per
fare un po’ di pulizia tra cucina e salotto, prima di decidermi.
Mi appoggiai
al tavolo della cucina e dissi: «Castiel, porta le tue chiappe piumate subito
qui».
Un battito
d’ali e davanti a me si materializzò l’angelo, con indosso gli stessi abiti del
giorno precedente, solo privi di fori di proiettile e di sangue.
«Allora?» gli
chiesi.
«“Allora”
cosa?» ripeté lui.
«Si può sapere
da dove ti è uscita quella frase su Dio che ti avrebbe ordinato di salvare
Dean?».
«Non puoi
saperlo, Francesca».
«Beh, allora
trova una balla convincente, perché voglio una spiegazione».
«Ho dovuto
attendere così a lungo per poter riportare indietro Dean dagli Inferi perché
dovevo avere il suo permesso; quando l’ho avuto, mi è stato anche detto che lui
ci serve per combattere i demoni e in particolare Lilith, che vuole spezzare i
sessantasei Sigilli che tengono chiuso Lucifero nella sua gabbia».
«Perciò era
vero…» sussurrai,
sconvolta.
«Ogni singola
parola».
«Perché non mi
hai addormentata come hai fatto con Bobby? Perché hai finto di non riuscirci?».
«Non stavo
fingendo, Francesca. Non sono davvero riuscito a influenzarti, non è stata una
messinscena» ammise.
«Come è
possibile, Cass?».
«Tu sei molto
speciale, lo sapevamo già, ma questo aggiunge nuovi interrogativi al tuo caso
ed io non sono in grado di risolverli».
«Quindi sono
una specie di mostro?» Era la stessa domanda che avevo posto a Michele in Paradiso.
«No, Francesca, assolutamente! Tu sei una specie di miracolo!» esclamò
Castiel, prima di svanire e di lasciarmi lì da sola, stupita dalle sue parole.
Forse avrete notato che ci sono dei dettagli che ancora vi sono sconosciuti, come ad esempio i poteri curativi della protagonista (top secret come sono comparsi e perché) o cosa è successo dalla fine della terza stagione al momento in cui ho iniziato a raccontare (nella fattispecie con Sam, anche se qualche accenno già lo avete avuto).
Aspettate e sperate. Presto scriverò la mia rivisitazione dell'episodio 316, solo per voi!
Baciuzzi! <3
Aspettate e sperate. Presto scriverò la mia rivisitazione dell'episodio 316, solo per voi!
Baciuzzi! <3
FaFFa
P.S.: Fan di Cass, per favore, se mai leggerete questo capitolo, non odiatemi per come ho reso il nostro adorabile angioletto in trench beige, perché mi serviva un buon pretesto per arrabbiarmi così tanto, avevo bisogno di sfogarmi per tutti i casini che ha combinato in tre stagioni e passa di Spn e per tutti quelli che ha sostenuto/contribuito a creare. Aggiungerei un bell' "I'm sorry", ma poi mi ritroverei a pensare a Dean che ripete "Sorry?!" prima di far fare "bling!" alla testa di Cass (episodio 422 'Lucifero risorge') xD.
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P.S.: Fan di Cass, per favore, se mai leggerete questo capitolo, non odiatemi per come ho reso il nostro adorabile angioletto in trench beige, perché mi serviva un buon pretesto per arrabbiarmi così tanto, avevo bisogno di sfogarmi per tutti i casini che ha combinato in tre stagioni e passa di Spn e per tutti quelli che ha sostenuto/contribuito a creare. Aggiungerei un bell' "I'm sorry", ma poi mi ritroverei a pensare a Dean che ripete "Sorry?!" prima di far fare "bling!" alla testa di Cass (episodio 422 'Lucifero risorge') xD.
by unafedelissimafandiCassedellasuaingenuità(ecastitàxD)
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Te lo avevo già detto e te lo ripeto: è davvero bellissima! u.u <3 Voglio il continuo però, lo esigo u.u
RispondiEliminaNene <3