"Phoenix Family Tales" by FaFFa


Attenzione!
Questa storia è di pura fantasia, quindi qualunque riferimento a persone realmente esistite o esistenti o a fatti accaduti che sembrino quelli qui narrati non sono nulla che abbia a che fare con questo. Le persone interessate maggiormente da questa storia sono a conoscenza della sua esistenza e non hanno avuto da ridire al riguardo. Perciò, se vi pare di trovare somiglianze con la realtà, sappiate che non è la realtà, anche perché ancora non abbiamo conosciuto alcun angelo, demone, etc.
Inoltre, ogni diritto per i personaggi di Supernatural, quali Dean e Sam Winchester, Bobby Singer, Castiel, etc., va a The CW e alla Warner Bros. A me appartengono solo i personaggi originali, cioè Cornelia, Amber e David.
L’autrice



Visto che Supernatural continua ad animare la mia fantasia e che Castiel mi sta letteralmente facendo impazzire (colpa di Misha ai comic-cons che è l'unico di cui riesco a capire ogni singola parola o quasi quando parla e che è davvero troppo divertente), ho deciso di creare una nuovo fan-fiction su Spn. La colpa di questa robaccia è anche di mio cugino e di mia sorella che ieri pomeriggio litigavano più di Dean e Sam Winchester.
Perciò, ai miei due casinisti preferiti dedico questa storia. Chissà che magari un giorno la scoprano tutta - non come mia sorella che dà le sbirciatine ai fogli altrui quando i legittimi proprietari non sono presenti.
Spero che vi piaccia.

Buona lettura.
FaFFa


Prologo


Mi ero sempre considerata normale, ma solo perché la mia vita era sempre stata monotona, perché non era mai successo nulla degno di nota.
Di certo non avrei mai pensato che la monotonia un giorno mi sarebbe mancata così tanto, ma nemmeno avrei mai immaginato che potesse succedere qualcosa che sconvolgesse per sempre la mia vita.
Di certo ricorderò quel giorno anche dopo che sarò finita dritta dritta negli Inferi.

Era il compleanno di mio cugino, il decimo: il giardino di casa sua era pieno di bambini che giocavano, tutti suoi compagni di classe, e non fu difficile avvicinare il festeggiato senza che se ne accorgesse.
«Indovina chi sono!» gli sussurrai all’orecchio, imitando una voce roca e altisonante per confondere David, mentre gli tenevo gli occhi chiusi con le mani.
«Cornelia!» esclamò subito lui, riconoscendomi immediatamente.
Si voltò a guardare me e mia sorella Amber, che gli porse il nostro regalo per il suo compleanno; lui, felice come suo solito, lo prese, ci ringraziò con una bacino a testa e andò a posarlo sul tavolo dove campeggiava una montagna di altri pacchetti colorati e infiocchettati.
Bastò uno sguardo d’intesa con mia sorella per prendere i fischietti che avevamo al collo e lanciare un sonoro fischio all’unisono, richiamando l’attenzione di tutti i presenti, genitori compresi. Scegliendo attentamente i bambini, li dividemmo in due squadre, così che fossero in parità, e annunciammo che avrebbero deciso loro il primo gioco. Eravamo appena diventate le coordinatrici della festa.
Loro scelsero di cominciare con una partita di football, che per fortuna terminò senza feriti, ma, dopo qualche minuto che avevano iniziato a giocare a “palla prigioniera”, proprio David, nel tentativo di evitare la palla, inciampò e si sbucciò un ginocchio.
Una cosa normale durante un gioco simile all’aperto.
«Dave!» lo chiamai, avvicinandomi di corsa. «Riesci a camminare?» Ecco, di nuovo la mammina protettiva! Dave non mi sopporta quando faccio così, neanche avesse sei anni… pensai immediatamente.
«Sì, Lia, sto bene» cercò infatti di liquidarmi lui, alzandosi con aria da offeso e zoppicando per allontanarsi da me.
Lo fermai posandogli una mano su una spalla: «Voglio almeno disinfettare quella gamba, David. Poi tornerai a giocare con gli altri, senza che faccia storie, promesso».
«Okay. Muoviamoci, però!» acconsentì lui, un po’ scocciato.
«Amber, vieni a darmi una mano. Mamma, zia: controllate voi il gioco mentre noi pensiamo a David?» chiesi mentre ci avvicinavamo tutti e tre al portone del garage.
«Certo, Cornelia» rispose subito mia madre, mentre mia zia annuiva, tranquilla per il figlio più di quanto potessi mai esserlo io.
Una volta arrivati in bagno, spiegai a mia sorella cosa dovesse prendere dall’armadietto dei medicinali e aprii l’acqua del lavandino per poter prima togliere la terra dalla ferita. Quando ci passai sopra il disinfettante, mio cugino gemette tra i denti, così lo apostrofai: «Per fortuna che non volevi fare niente!».
Passò qualche secondo soltanto, quando delle urla, provenienti dal giardino che avevamo appena lasciato, ci fecero correre alla finestra; lo spettacolo che ci si parò davanti era terrificante: tutti i bambini e anche gran parte degli adulti  giacevano a terra, esanimi, alcuni con i vestiti macchiati di sangue, altri con la testa girata di più del possibile.
La cosa peggiore, però, fu vedere mia zia Lana, la madre di David, pugnalare con un coltello il suo stesso marito, prima di voltarsi verso la madre di un bambino, la quale stava cercando di nascondersi dietro a un cespuglio di begonie; potei vedere con fin troppa chiarezza che i suoi occhi non erano normali, bensì neri, completamente neri come la pece.
«Amber, David, correte subito fuori da qui! Andate in strada, dai vicini, e ditegli che Lana è impazzita e sta uccidendo tutti! Fategli chiamare la polizia e un’ambulanza, ora!» ordinai ai due ragazzi accanto a me, spingendoli verso la porta d’ingresso della casa.
Io mi affrettai poi a prendere una pala e un rastrello dal garage e a incastrarli nelle maniglie della doppia porta che dava sul giardino, in modo tale da rallentare, se non bloccare, la donna nell’inseguirci. Poi corsi verso il tavolo da lavoro di mio zio, presi un paio di cacciaviti e un coltello a serramanico che trovai appeso al muro e mi affrettai a seguire mia sorella e mio cugino, proprio mentre mia zia iniziava a prendere a calci il portone per aprirlo.
Riuscii a correre in strada, chiudendomi alle spalle la porta, proprio mentre sentivo il suono del legno che si spaccava e un urlo mi raggiunse fin troppo distinto: «Siete morti!».
Vidi Amber e David davanti alla porta del vicino, mentre gli parlavano concitati e terrorizzati; non persi tempo e urlai: «Dentro!», proprio mentre la porta d’ingresso poco dietro di me si spalancava di botto e mia zia ne usciva brandendo il coltello.
Mi resi immediatamente conto che non sarei riuscita a infilarmi in quella porta e a chiudermela alle spalle prima che anche Lana la raggiungesse, così mi voltai verso di lei, con il coltello pronto davanti a me, nonostante non volessi farle del male.
Lei mi si fermò di fronte e mi guardò con un ghigno stampato in faccia, prima di cercare di colpirmi a un fianco; io mi scansai istintivamente, cercando di restare però davanti alla porta del vicino di David, per non lasciare campo libero alla donna.
Riuscii a respingerla per un paio di minuti, alternando scarti e colpi, che però non andavano mai a segno; all’improvviso, però, vidi comparire dalla tasca posteriore dei suoi jeans un altro coltello, che la donna usò per cercare di uccidermi con più facilità. La mia mente lasciò improvvisamente il comando del mio corpo all’istinto, che mi portò a ritrarmi il più possibile per evitare le due lame, prima di allungarmi di nuovo in avanti per affondare la mia.
Non me ne resi nemmeno conto, ma ero riuscita a infilare il coltello nel corpo di mia zia, sotto le costole; mentre la ragione riprendeva il sopravvento nella mia testa, vidi la donna abbassare il capo per osservare l’oggetto estraneo che era conficcato nella sua pancia, prima di rialzarlo per guardarmi con un sorriso veramente terrificante.
Indietreggiai immediatamente, osservandola mentre sputava per terra il sangue che le era finito in bocca e poi con entrambe le mani si levava il pugnale dal corpo, gettandolo alle sue spalle come se nulla fosse successo.
A quel punto mi resi conto che ero morta: la mia unica vera arma di difesa sembrava essersi rivelata inutile contro mia zia, che si reggeva ancora in piedi nonostante il sangue che usciva a fiotti dalla ferita, e oltretutto avevo in mano solo due miseri cacciaviti, che non sarebbero di certo riusciti a farle granché.
Fu proprio in quel momento che iniziai a sentire un fischio nelle orecchie, sempre più forte e penetrante, mentre l’intero cortile interno tra le case si faceva via via più luminoso; quando ormai credevo che quel suono mi avrebbe spaccato i timpani, la donna davanti a me lanciò un urlo, prima che dalla sua bocca uscisse un denso fumo nero, che svanì nel cielo.
A quel punto il rumore cessò e la luce scomparve così come era arrivata.
Caddi in ginocchio, lasciando andare i cacciaviti, mentre mia sorella e mio cugino correvano da me e mi abbracciavano: ero salva.

Ovviamente non dissi nulla alla polizia del fumo nero che avevo visto, o degli occhi di mia zia. Mi tenni per me tutto ciò che era abbastanza strano da regalarmi un biglietto di sola andata per un manicomio, ma da quel giorno cominciai a fare ricerche su internet e in biblioteca, per scoprire cosa fosse realmente successo.
Non appena quella nube nera era uscita da mia zia, lei era caduta a terra, priva di vita, ma ero fin troppo scioccata per curarmi veramente del fatto che tutta la mia famiglia era stata spazzata via. Mia madre, mio padre, gli unici due nonni che mi erano rimasti, gli zii, erano tutti morti; eravamo rimasti solo noi tre: David, Amber ed io.
Loro erano la mia famiglia, ormai, solo loro.
Ben presto scoprii che il fumo era in realtà un demone, che aveva posseduto mia zia per compiere un massacro, una vera specialità demoniaca. Ormai, però, volevo sapere tutto quello che potevo trovare sul soprannaturale, un mondo che non era più solo fantasia, ma fin troppo concreta realtà.
Cercai di tenere Amber e Dave all’oscuro della verità, almeno dei dettagli peggiori, ma insegnai loro tutto ciò che avevo scoperto su come difendersi dai mostri che stavano nel mondo oltre la porta di casa.
La mia vita aveva preso una svolta irreversibile e cominciai a definirmi una cacciatrice di mostri quando riuscii finalmente a esorcizzare un demone che avevo scoperto in una città non troppo distante dalla mia, salvando una famiglia dalla morte certa.
Era passato solo un anno dal massacro, ma per me sembravano solo pochi giorni.
Più gli anni passavano, più io diventavo esperta di creature soprannaturali; iniziai a viaggiare con la bellissima Ferrari 360 Challenge rossa che mio padre possedeva dallo stesso anno in cui era morto e che mi sembrava che lui trattasse come una terza figlia.
Eravamo sempre stati una famiglia benestante, grazie al prestigioso ruolo di direttore generale di mio padre nell’azienda che lui e il suo migliore amico avevano fondato e il nostro patrimonio finanziario non calò nemmeno dopo la sua morte, in quanto le sue quote dell’azienda passarono a me e io feci del mio meglio per seguire almeno un po’ l’attività, prima di dedicarmi alla caccia per tutto il tempo.
Ma questo avvenne solo dopo tre anni dal massacro, quando mia sorella iniziò a pretendere che la portassi con me a caccia e mio cugino, ormai tredicenne, cominciò a capire meglio cosa fosse successo quel giorno in qui erano morti quasi tutti i nostri famigliari.
Anche lui voleva prender parte alle cacce, ma non glielo permisi finché compì diciassette anni, quando mia sorella ne aveva ventuno ed io ventisette. Sapevo che però non lo avrei potuto ritenere un bambino per sempre, dal momento che il mio tempo stava pian piano scemando e che i trentacinque anni si avvicinavano inesorabilmente, riducendo il tempo in cui avrei potuto insegnargli a cacciare bene come stavo già facendo con Amber.
Presto infatti sarebbe arrivato il giorno in cui avrei dovuto dire la verità ad Amber e Dave, in cui avrei dovuto rivelargli del patto che avevo stretto due anni prima con un demone per salvare mia sorella, quando il suo cuore aveva smesso di battere per sei lunghissime ore dopo che un lupo mannaro le aveva quasi strappato il cuore dal petto.
Ma loro non dovevano saperlo troppo presto; avevo ancora otto anni di tempo per dare il massimo contro quegli esseri che avevano rovinato la mia vita, i demoni. In tutto quel tempo mi ero promessa di non innamorarmi mai di nessuno, perché poi lasciarlo sarebbe stato troppo doloroso e non me la sentivo di far star male qualcun altro oltre a me stessa.
I miei piani vennero però rovinati quando finalmente trovai spiegazione alla luce e al fischio assordante a cui dovevo la vita dal giorno del massacro.

Nota dell’autrice:

Se quello che finora vi ho raccontato non vi ha ancora fatto chiudere la pagina pensando all’ennesima stupidata fantasy, né vi siete sentiti lo stomaco rivoltarsi su se stesso, allora i Phoenix vi aspettano.




Che ve ne pare come introduzione?
So che alla fine la storia del patto è un po' incasinata, ma davvero, voglio sapere cosa ne pensano gli altri (nella fattispecie, la Nene, visto che è l'unica che legge il blog oltre a me, ma vabbè).
E sempre dalla Nene ho bisogno di sapere cosa posso fare per raccontare del patto in modo più dettagliato, ma senza allungare troppo.
Help me, Nene! Please!!!
FaFFa


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