"Fantasia 4.0" by FaFFa

Attenzione! Questa storia è di pura fantasia, quindi qualunque riferimento a persone realmente esistite o esistenti o a fatti accaduti che sembrino quelli qui narrati non sono nulla che abbia a che fare con questo. Le persone interessate maggiormente da questa storia sono a conoscenza della sua esistenza e non hanno avuto da ridire al riguardo. Perciò, se vi pare di trovare somiglianze con la realtà, sappiate che non è la realtà, anche perché ancora non abbiamo conosciuto alcun vampiro, lupo mannaro, strega, fata, etc. =D


Questa pagina è dedicata alla quarta parte, il quarto anno, della mia storia Fantasia.
Qui metterò delle parti della mia storia senza un motivo universale.
Buona lettura.
FaFFa



Primo capitolo, o meglio, parte di esso...

Mercoledì 29.06.2011 ore 22.45

Capitolo 1: Conoscenza


Milano, capoluogo della Lombardia.
Shopping a tutto spiano. Giri per negozi. Borse, sacchetti e portafogli che ti riempiono le mani.
E alla fine tutti al ristorante più famoso, lussuoso e costoso della città!


«Ehi, tesoro, pensi che abbiano preparato anche una torta per festeggiarti?».
«Mi auguro di no: Alice dà di matto quando si tratta di feste!».
Per il mio compleanno, Luca ed io avevamo deciso di dedicare una giornata intera allo shopping in centro a Milano, ignorando le proteste di Alice, che voleva venire con noi a tutti i costi. Accettammo solo la presenza extra di Renesmee, cui volevo far visitare da cima a fondo il centro, oltre ai negozi più cool e alla moda che c’erano nelle vie.
Partimmo da casa verso le otto del mattino con la mia Ferrari e arrivammo in nemmeno mezz’ora al grande capoluogo, dove ci lanciammo in una corsa sfrenata di acquisti a tutto spiano. Infatti, già verso le dieci Luca aveva le braccia stracariche di borse piene, tanto che alla fine Nessie ed io dovemmo accettare di portarne qualcuna anche noi.
Avevamo scelto il ristorante più costoso della città per pranzare con comodo e avevamo prenotato un tavolo solo un mese prima, perché tanto bastò nominare qualche piccola somma di denaro in più che quello si era materializzato dal nulla. Verso mezzogiorno ci recammo al ristorante, ma proprio quando ci stavamo per entrare mi squillò il cellulare, così risposi mentre gli altri due andavano a sedersi al nostro tavolo.
Era Sofia, che mi chiedeva spiegazione per l’sms che aveva ricevuto quella mattina, lo stesso che avevo mandato a tutte le mie amiche e compagne di classe perché mi sentivo particolarmente in vena di fare regali.
«Ciao Sofy!» esclamai, appena accettata la chiamata.
«Ciao Fra. Mi spieghi che vuol dire la tua frase: “Dimmi cosa vorresti che ti regalassi”? Sbaglio o è il tuo compleanno?» mi rispose la voce dolce della mia amica dall’altro capo del telefono.
«Beh, quello che ho scritto: un regalo che desideri ti sia fatto lo avrai pure, no? Non mi sembra così difficile da capire…».
«Non è quello il punto! Tu sai benissimo qual è l’unica cosa che mi farebbe davvero felice!».
«So che far tornare insieme i tuoi sarebbe l’ideale, ma non posso farlo io… devono farcela da soli!».
«Lo so, purtroppo! Comunque non voglio un regalo, Fra; sono io che devo farne uno a te, visto che compi diciannove anni, quindi non me lo chiedere di nuovo!».
Ci pensai su qualche secondo. «È la tua risposta definitiva? Vorresti che i tuoi tornassero ad andare d’amore e d’accordo?» le chiesi alla fine.
«Sì!» rispose lei, decisa come non mai.
«Okay, ci farò su un pensierino e poi ti farò sapere!» sorrisi.
«Qualsiasi idea buona è la benvenuta!».
«Naturalmente! Ci vediamo a scuola, okay? Baci! Ciao!» la salutai.
«Ciao!» mi rispose, poi riattaccò.
Riposi il cellulare nella borsetta e feci per entrare nel ristorante, quando vidi due persone che mi fecero venire la pelle d’oca, in contemporanea con un brivido indefinibile che mi scese lungo la spina dorsale.
Fissai i due uomini che mi stavano passando accanto: Non uomini… pensai subito, vampiri!
Quello dai capelli castano scuro alzò lo sguardo in quel momento e incontrò il mio, che si fece subito un po’ spaventato e anche arrabbiato, oltre allo stupore iniziale. Seguii i due con gli occhi finché non si mescolarono alla folla, così come il bel vampiro bruno fece con me.
Mentre correvo dentro il ristorante, sentii i suoi pensieri: Quegli occhi… sono quelli di Sookie!
Dio! pensai io di rimando.
Arrivai al tavolo ed esclamai: «O ce ne andiamo o ci mettiamo a pregare…». Completai la frase mentalmente: …Perché Bill Compton ed Eric Northman non mi seguano qua dentro!
«Grandioso!» esclamò Luca.
«Chissà che choc è stato per loro vederti!» disse invece Renesmee.
«Beh, non siamo proprio uguali…» precisai.
«Quindi non sanno che…» Nessie si bloccò, guardando alle mie spalle. «La prossima volta pregherò di più!».
Non provai nemmeno a voltarmi, perché i pensieri di Bill ed Eric erano più che chiari.
Io a volte proprio non capisco Bill… Dice di aver visto una ragazza con gli stessi occhi di Sookie e mi tira dentro un ristorante? Deve essere impazzito! Eric si stava guardando intorno nel locale, cercando di immaginare quale fossi tra tutte le ragazze.
Io mi sedetti dando attentamente le spalle all’ingresso e a tutti i tavoli della sala, per evitare di essere vista dai due.
È qui, me lo sento! È molto vicina! pensava invece Bill, con uno sguardo più attento di quello dell’amico. Appena notò la cascata mora dei miei capelli mossi, annunciò a se stesso: Eccola!
Ai due vampiri si avvicinò subito un cameriere, che chiese: «La vostra prenotazione?».
«Ehm… stiamo solo cercando una persona…» rispose Eric, evasivo.
«Certo, scusatemi» li lasciò l’uomo.
«La vedi?» chiese il biondo vampiro a Bill.
«Oh, sì!» rispose lui. «Dritta davanti a noi, la ragazza di spalle».
Ci volle tutta la mia forza di volontà più le riserve extra per restare ferma sulla sedia senza nemmeno un piccolo sobbalzo, mentre i due mi trafiggevano con i loro sguardi centenari come se mi stessero spogliando con gli occhi – cosa che probabilmente stavano facendo, ma non volevo neanche provare a scoprirlo!
«Non le somiglia nemmeno un po’…» commentò Eric.
«Ma i suoi occhi…» gli rispose l’altro, lasciando però la frase a metà.
«E che stai aspettando? Vai da lei e parlale, no?».
«Non credo sia una cosa normale da fare qui!».
Sentendoli, ordinai a Luca: Baciami… fa’ qualcosa di romantico… dimmi che sono bellissima… che mi ami… che anche se sono preoccupata per… per… che ne so… per Lucia… tutto si sistemerà… che quando sono preoccupata sono ancora più bella, ma che sorridendo mostro tutta la mia bellezza più nascosta… Forza, parlami sottovoce!
«Lucia mi sta facendo preoccupare sempre di più… Doveva chiamarmi ieri sera, ma non l’ho sentita. Vorrei tanto sapere come sta sua madre!» improvvisai poi, rompendo il silenzio che era sceso tra noi all’esclamazione di Renesmee.
«Dai Fra, non pensarci! Vedrai che si sistemerà tutto e presto sia Lucia sia sua madre staranno bene e torneranno a casa! Non preoccuparti troppo, amore… anche se quando sei preoccupata sei bellissima, è con il sorriso che risplendi come una stella! Forza, fammi un bel sorriso!».
Imitai un mezzo sorriso, addolorato per l’altra metà.
«Ti amo…» mi sussurrò Luca, prima di avvicinarsi a me e di baciarmi intensamente.
Sentii la rabbia crescere esplosiva in Bill e anche in Eric, solo in modo più controllato; non saprei dire chi dei due soffrì di più per quello spettacolo, ma probabilmente – anche se non lo avrebbe mai ammesso – stava peggio il bel vichingo.
«Come osa quel…» esclamò il vampiro bruno, accennando un passo verso di noi.
«Ehi, Bill! Fermo!» lo bloccò quello biondo, afferrandolo per un braccio e tenendolo stretto.
«Lasciami, Eric! Quel bastardo non deve permettersi di baciarla!».
«Non è Sookie, Bill! Non può essere lei!».
Chiamai un cameriere e gli diedi le nostre ordinazioni, poi, quando fu in cucina, lo feci tornare in sala con un incantesimo e lo mandai direttamente dai due vampiri, cui disse: «Scusate signori, ma dovete lasciare il locale!».
Bill ed Eric non poterono che uscire, ma continuarono a seguire ogni mio movimento per tutto il tempo da una delle finestre, cercando di non essere notati.
Pranzammo il più lentamente possibile, cercando in contemporanea di non far capire che era proprio nostra intenzione, ma intanto io pensavo a tutti i possibili piani per andarcene senza essere seguiti dai due vampiri.
Alla fine scelsi l’idea di far arrivare la mia Ferrari davanti al ristorante appena usciti e di fingere di possedere un autista, che sarebbe stato solo intravisto dall’esterno, mentre in realtà a guidare ero io con un incantesimo. Poi, appena fossimo stati abbastanza lontani, mi sarei spostata davvero al volante, guidando fino a casa.
«Pregate perché questa volta vada tutto bene!» dissi a Luca e Renesmee mentre ci alzavamo per andare a pagare il conto esorbitante. Loro non capirono cosa intendessi finché non spiegai il piano nelle loro menti.
Mentre Luca pagava, io mandai un messaggio a Edward:

Abbiamo incontrato Bill ed Eric. Credo sia meglio che siate pronti ad accoglierci al nostro ritorno. Saremo a casa tra una ventina di minuti… Pigerò un po’ sull’acceleratore.
Di’ ad Alice di preparare tutto per una festa. Non vorrei essere disturbata dai due vampiri che ci seguiranno al novantanove per cento, quindi, se ci danno fastidio, avrò un pretesto per arrabbiarmi!
A dopo.
Francesca.

«Fatto?» chiesi al mio ragazzo, mentre riponevo il cellulare in borsa e poi schioccavo le dita per far arrivare l’auto.
«Sì. Hai avvertito Juan?» Era il nome che mi ero inventata per il nostro autista.
«Certo! Sarà qui a momenti, non ci ha lasciati molto lontano».
Uscimmo dal ristorante e in quel momento la mia Ferrari si fermò davanti a noi, continuando a fare le fusa come un gatto o una tigre pronta a correre. Salimmo tutti e prima di chiudere la porta posteriore dissi all’inesistente autista: «Portaci a casa, Juan. Per oggi abbiamo speso abbastanza».
L’auto partì ruggendo felice, ma appena imboccammo l’autostrada mi portai sul sedile anteriore per guidare davvero.
«Spiegaci qualcosa in più su di loro» m’incoraggiò a quel punto Nessie.
«Loro sono Bill Compton ed Eric Northman, due vampiri che ho conosciuto quando ero Sookie Stackhouse e la coesistenza tra umani e vampiri esisteva già da due anni…» iniziai a spiegare.
«Stai dicendo che vengono dal futuro?» mi chiese Luca.
«Sì, ma credo sia una situazione più sfalsata, una specie di universo parallelo, perché i vampiri si sono rivelati solo all’inizio di quest’anno… Mi chiedo come Bill ed Eric ne siano usciti… chissà!» spiegai.
«E loro ti stanno cercando come Sookie…» commentò Renesmee.
«Sì. Avete sentito Bill, prima: stavamo insieme, poi però ci siamo lasciati, perché all’inizio mi stava solo usando, anche se in seguito si era davvero innamorato di me. Poi è successo che me ne sono andata e allora evidentemente lui ed Eric sono partiti per cercarmi».
«Che cosa c’entra Eric?» mi chiese Luca.
«Eric mi amava, ma io avevo scelto Bill prima ancora di conoscerlo… Sì, mi attraeva e ammetto che alla fine l’ho preferito all’altro vampiro, ma inizialmente io amavo solo Bill e non volevo dividermi in due per lui… anche se in parte l’ho fatto, perché bevendo un po’ del suo sangue per salvarlo si è creato un legame tra noi e mi faceva avere visioni di noi due, insieme, per cercare di farmi cambiare idea. Tempo dopo che Bill ed io ci siamo lasciati, Eric è riuscito a ingannarmi per sposarmi con un antico rito dei vampiri e quindi potermi proteggere. Con il tempo da parte di entrambi il nostro rapporto è migliorato e credo che sia diventato davvero amore ciò che c’era tra noi, problemi vampireschi a parte, però non è stato per niente corretto, con tutti i nostri legami di sangue… sono arrivata a non capire più se era vero o no!».
«Hai ragione! È stato un gesto malvagio cercare di strapparti a chi ti amava e che tu ricambiavi, anche se poi vi eravate lasciati!» esclamò Renesmee.
«Ormai è acqua passata! È inutile rimuginarci ancora su, anche se quei due hanno fatto puntualmente la loro comparsa!» le risposi.
«Ti riferisci al fatto che è il tuo compleanno?» mi chiese Luca.
«Esatto. A sedici voi lupi, a diciassette voi Cullen, a diciotto i Salvatore e oggi Bill ed Eric… finiranno mai di assillarmi i miei compleanni?» mi chiesi.
«La risposta potrà darcela solo il tempo!» mi rispose Renesmee, seria.
«Il tempo…» ripetei, sarcastica. «Il prossimo anno ne faccio venti!».
Nell’abitacolo calò un silenzio molto imbarazzante, ma non provai nemmeno a spezzarlo.
Arrivammo a casa in poco più di quindici minuti, ma sembrava che fosse passata qualche ora: il mio giardino era stato addobbato con eleganza e grazia e festoni colorati partivano dall’inizio della strada fino al nostro cancello. Lungo la via diverse auto lussuose erano parcheggiate ordinatamente, ma non capii a chi appartenessero, anche se qualche modello mi sembrò di conoscerlo.
Parcheggiai fuori casa e scendemmo tutti e tre, prendendo anche le borse dello shopping; Alice ci venne incontro, raggiante.
«Finalmente! Ce ne avete messo di tempo a tornare!» esclamò.
«Ci abbiamo messo il meno possibile!» ribattei.
«Beh, io sapevo che sareste tornati prima, anche se non ne conoscevo il motivo, e così mi sono preparata in anticipo!».
«Come mai io non sapevo della visione?».
«E cosa ne so io? Comunque ho organizzato una sorpresa che sono certa ti piacerà!».
«Alice, sai benissimo che odio le sorprese!».
«Sì, ma questa ti farà impazzire!» e così dicendo si portò alle mie spalle e mi coprì gli occhi con le sue mani gelate.
«Alice!» esclamai, non sopportando la cecità momentanea.
«Ti prego, non sbirciare!» mi chiese, supplice.
«Ma Alice, perché?» ribattei.
«Lo scoprirai presto…» Mi condusse dentro la mia casa – la mia villetta costruita dopo quella dei miei genitori –, dove avvertii la presenza di più di quaranta persone, che però cercai di non riconoscere.
Poi, all’improvviso, Alice tolse le mani e tutti i presenti esclamarono: «Buon compleanno!».
Davanti a me, c’era una grande folla di gente che avevo visto l’ultima volta in un film: attori e attrici venuti per la maggior parte da Hollywood e lì per festeggiare con me, ma ognuno di loro aveva alle spalle una storia molto più intricata della trama di un film.
Erano stati scelti per le loro interpretazioni anche riconoscendoli istintivamente come i personaggi reali; c’erano tutti i miei amici mutanti – quelli di X-Men –, i Re e le Regine di Narnia, gli antichi eroi di Troia, gli Dei di Asgard, gli scienziati dello S.H.I.E.L.D., Tony Stark cioè Iron Man, Pepper Pots, James ‘Rodney’ Rodes e Harold ‘Happy’ Hogan, tutti gli amici di Gotham City, i Maghi e le Streghe di Hogwarts, le quattro Sirene australiane Cleo, Rikki, Emma e Bella con i loro rispettivi ragazzi, i fantastici abitanti di Wonderland, i pirati del mar dei Caraibi, i semidei del Campo Mezzosangue, gli Stregoni Balthazar Blake, Veronica Gorloisen e David ‘Dave’ Stutler con la sua ragazza Rebecca ‘Becky’ Barnes e anche i tre Arcangeli in persona – senza le ali, ingombravano troppo! xD
«Io… non ci credo!» esclamai, portandomi una mano a coprire la bocca spalancata per la sorpresa. «Alice, tu sei… la migliore!».
«Grazie, tesoro, ma il merito è anche loro, che sono venuti qui ieri con il poco preavviso di un giorno, ma soprattutto è di Renesmee e Luca, che ti hanno trattenuta tutta la mattina senza svelarti nulla della sorpresa!» mi rispose la piccola vampira.
«Allora grazie a tutti quanti!» ringraziai i presenti, poi mi voltai verso Luca, alle mie spalle, e gli sussurrai: «Grazie a te, amore!», poco prima di baciarlo.
I flash scattarono a decine, ma non me ne preoccupai per niente, perché volevo che quel momento rimanesse per sempre.
Alice ci costrinse a dividerci perché voleva che tagliassi la sacher costruita a cinque piani che aveva fatto preparare, una bomba di cacao con ripieno di marmellata alle albicocche e una cascata di cioccolato che la ricopriva tutta. Fu sufficiente per tutti solo dividendola a fettine, ciascuna di tre centimetri al bordo.
Dopo un’ora di festeggiamenti in giardino, dove ci eravamo spostati per stare più comodi, l’arrivo di due auto che non davano certamente poco nell’occhio – una Corvette rossa e una Cadillac nera – distrussero completamente la mia felicità; parcheggiarono davanti alla prima casa della via, quella dove la mia bisnonna era vissuta per quarant’anni prima di spostarsi nella casa di mia nonna materna, sua figlia.
La siepe ci permise di rimanere nascosti alla loro vista, ma non potevo sperare che non sarebbero venuti a farci visita, presto o tardi che fosse. Non riuscii a divertirmi per il resto della mia festa, anche se a tutti mostravo un sorriso cordiale e sereno, ma in realtà il mio umore era tornato a essere nero e fu solo grazie a Jasper, che mi aiutava a restare tranquilla, che non esternai i miei sentimenti reali.
Molto tardi, quella sera, la festa iniziò a volgere al termine. Ero passata da un amico all’altro, chiacchierando del più e del meno, del nostro passato e di quello che era successo da quando me n’ero andata, oppure di possibili novità…
Tony Stark mi chiese di concedergli una particolare novità per le sue armature, cioè la possibilità di essere schermato dai proiettili e dai colpi delle varie armi («Sì, e poi ti farò diventare invisibile e già che ci siamo ti farò anche prendere fuoco a comando» commentai, ridendo). Bruce Wayne mi chiese di incantare la maschera in modo da permettergli di avere varie funzioni, come vedere a infrarossi o a raggi X. Invece Thor mi domandò cosa avrebbe dovuto fare per rivedermi di nuovo ad Asgard, da cui mancavo ormai da circa tre anni, dopo il mio ultimo “salutino veloce” durato due settimane.
Le sirene mi chiesero se nei paraggi ci fosse un bel posto adatto alla loro seconda vita e Achille mi riferì che Hollywood era uno schianto e lui se lo stava godendo appieno, crogiolandosi nella fama conferitagli dal suo ultimo film. I miei angeli custodi mi fecero una sfilza di domande, come se fosse un terzo grado, accertandosi che rispettassi sempre i miei doveri nei confronti della fede – le mie risposte li lasciarono un po’ allibiti, alle volte, ma era la verità – e tutti i vari Maghi presenti mi vollero riferire le proprie novità personali e quelle più generiche e ripetitive.
Charles Xavier ed Erik Lehnsherr mi costrinsero a raccontare a tutti di una vita da me passata che non aveva rappresentanti presenti in quella stanza. Nonostante la scelta fosse ampissima, optai per narrare del legame esistito tra me e Leonardo Da Vinci, di come ci eravamo innamorati e avevamo poi avuto una dolce bambina con le doti creative del padre e la Magia della madre.
Quindi io e Percy ci sfidammo a duello, ma ammetto che fu uno scontro dispari, perché io muovevo semplicemente le dita della mano e la mia spada si muoveva da sola, anticipando precisamente il semidio di almeno un secondo – non che lui si stesse veramente impegnando, ma ritrovarsi con una spada puntata alla gola non è esattamente favoloso –; quindi fu la volta del Cappellaio Matto fare da portavoce per tutta la comunità del “Paese delle Meraviglie” – o “Sottomondo”, secondo loro – e mi annunciò che la Regina Bianca si era appena sposata con il Principe del “Paese dei Balocchi” e che, essendo in luna di miele, mi mandava i suoi auguri senza poter venire di persona.
Com’era prevedibile, Lucy Pevensie mi saltò al collo per la gioia, nonostante avesse ormai già superato da un pezzo l’età adatta per certe scenate – è nata sei mesi prima di me nella sua reincarnazione –, così che Peter e Caspian dovettero costringerla a staccarsi con la forza; la ringraziai gentilmente, senza farle pesare il profondo gesto d’affetto che mi aveva elargito e che avevo molto apprezzato, ma lei si sentì così in colpa che mi sussurrò in un orecchio che ogni tanto, nel sonno, Caspian mi nominava ancora.
Alla fine Jack Sparrow – o meglio, il Capitan Jack Sparrow, che si incavola se non lo chiami così… – mi portò i saluti generali della famiglia Turner, che non poteva andare sulla terraferma ancora per un paio di anni, e mi presentò con una delle sue strambe frasi enigmatiche la sua donna di turno, una ragazza bassa e con gli occhi azzurri, ma con i capelli neri come la pece, che si chiamava Mirana. Prima che si allontanasse, gli dissi in un orecchio che gli conveniva non scherzare con lei, perché era un’ottima strega che si aspettava parecchio da lui e lo avrebbe trasformato anche in un rospo se fosse rimasta delusa.
Alle nove però suonarono al campanello.
Andai ad aprire di persona alla porta di casa, dopo aver aperto automaticamente il cancelletto, e mi ritrovai davanti Bill ed Eric. Fui tentata di sbattere loro la porta in faccia, ma la cortesia me lo impedì e allora chiesi, sorridendo a malapena: «Cosa posso fare per voi, signori?».
«Siamo i vostri nuovi vicini di casa e volevamo presentarci» mi rispose Bill. «Io sono Bill Compton e lui è Eric Northman; veniamo dallo Stato della Louisiana e ci siamo appena trasferiti nella prima casa della via».
«Oh, è un piacere conoscervi. Io sono Francesca Pilotti» ribattei, stringendo loro la mano. «Però questo è un momento un po’ sbagliato per invitarvi in casa, perché stiamo festeggiando il mio compleanno e quindi non potreste fare granché, soprattutto presentarvi. Domani però mi trovate nell’ultima casa in fondo alla via, quella dei miei genitori, e non avrete alcun problema, okay?» Avevo reso il mio rifiuto a farli entrare solo una questione di serata sbagliata, anche se le mie intenzioni erano completamente diverse.
«Certo, non c’è problema» acconsentì Bill.
«È stato un piacere conoscerti, Francesca. Sei una ragazza davvero stupenda, sai?» aggiunse Eric, guardandomi negli occhi e sperando di riuscire ad ammaliarmi.
«Per me è lo stesso, signor Northman, ma elimini i complimenti dai discorsi con me perché il mio fidanzato non ne sarebbe contento. Ora, se volete scusarmi, ho una torta da tagliare e dei regali da scartare… ancora! Arrivederci» e con quelle parole richiusi la porta alle mie spalle e tirai un sospiro di sollievo, percependo i due vampiri che se ne tornavano a casa propria.
Quando era ormai notte fonda, probabilmente verso mezzanotte, forse addirittura la una, gli ospiti cominciarono a dare la buonanotte e ad andarsene, tornando nei loro alberghi lussuosi per riposarsi un po’; alle due eravamo rimasti in casa solo io, Luca, i miei genitori e le signore Cullen, tutti intenti a pulire almeno un poco prima di andare a dormire e terminare il tutto l’indomani.
Terminata la pulizia principale, tutti quanti tornarono a casa loro, ma io e Luca decidemmo di dormire lì dentro, in modo da avere un po’ di privacy almeno per quella notte. Restammo a lungo sotto le coperte a coccolarci l’un l’altro e a scambiarci dolci parole, ma alla fine la stanchezza ebbe la meglio e sprofondammo nel sonno.
Il mattino dopo ci svegliammo di colpo sentendo la sveglia del mio cellulare suonare insistentemente, avvertendoci che era ora di alzarsi e prepararsi per andare a scuola, che avevamo saltato il giorno precedente. Con un incantesimo materializzai i vestiti per entrambi e cominciai a preparare la colazione; con uno sbadiglio mentre entravo in cucina, misi un pentolino con del latte sul fornello e lo portai a ebollizione, poi vi aggiunsi il cacao e mescolai il tutto con un dito, servendo infine la cioccolata calda in un paio di tazze finemente decorate.
«Com’è il tuo primo giorno da post diciannovesimo compleanno, Fra?» mi chiese Luca.
«Come tutti gli altri, direi. Non mi sento diversa, a parte forse un po’ d’ira verso quei due stronzi vampiri che ci sono al numero 15 e che non sarebbero dovuti arrivare proprio qui…» gli risposi.
«Sono pienamente d’accordo con te, ma per ora non possiamo farci niente. Scusa, ma come possono camminare al sole?».
La mia espressione si fece imbarazzata: «Prima di cambiare vita, quando ero Sookie, ho creato quattro anelli incantati che contenevano, sotto a una pietra che cambia colore in base all’umore, una goccia del mio sangue. L’incantesimo complesso che vi è incatenato rende l’effetto della goccia su tutto il corpo del vampiro, che è protetto quindi dal sole, come succederebbe se bevesse il mio sangue, o quello di fata; però la differenza è che in questo modo non hanno ucciso nessuno e l’effetto si annulla solo togliendosi l’anello».
«Quattro? Loro sono due».
«Ne ho fatto uno per Eric, uno per Bill, uno per Pam, la progenie di Eric e suo braccio destro, e uno per Jessica, giovane progenie di Bill. Erano i quattro vampiri che mi stavano più a cuore quando me ne sono andata e quindi li ho fatti per loro».
«Okay, ho capito. Perché non ne annulli l’effetto?».
Le parole di Luca mi colpirono come un pugno e mi fecero capire quanto odiasse veramente i vampiri in generale. «Io non farei mai una cosa del genere per diversi motivi. Primo tra tutti è il fatto che non voglio ucciderli, secondo, ho migliorato molto le loro esistenze in questo modo e ho favorito, ad esempio, la relazione di Jessica con il suo fidanzato umano Hoyt e terzo, sono profondamente convinta che anche loro meritino un po’ di agio dopo tutto quello che hanno passato».
Con un gesto perentorio della mano, feci capire a Luca che l’argomento per me era chiuso e lui non ribatté minimamente, limitandosi a terminare la sua colazione.

«Ragazzi, abbiamo un nuovo professore!» esclamò Nicole, appena io e Luca scendemmo dalla mia Ferrari nel parcheggio della scuola.
«E chi sarebbe?» le chiesi di rimando.
«È americano e ci insegnerà inglese, perché la Terreni è partita per un lungo soggiorno a Londra con il marito…» spiegò.
«Aspetta, fammi indovinare!» esclamai prima che dicesse il nome dell’insegnante. «Il nostro nuovo prof si chiama… Compton?».
«Come hai fatto ad azzeccarlo? Lo sapevi già?».
«Oh, merda! Merda! Merda!» ripetei, stringendo i pugni e guardando il cielo, sperando che mia cugina Moira non centrasse nulla per il suo bene.
«Che c’è, Fra?» mi chiese subito la ragazza davanti a me. «Lo conosci? Devi assolutamente presentarmelo! L’ho intravisto prima e secondo me è molto, ma molto bello per essere un professore! È giovane, alto, bruno e attraente! Wow!».
La guardai di traverso, cercando di capire come potesse una diciottenne pensarla in quel modo di un vampiro di più di centocinquant’anni, ma poi mi resi conto che Bill ne dimostrava solo trenta e che quindi era definibile “giovane” nella media dei professori del liceo.
«È il mio nuovo vicino di casa…» borbottai, sperando che non mi sentisse, solo che la notizia per lei era troppo importante perché se la lasciasse sfuggire.
«Ma davvero? Caspita, Fra, ma casa tua è il posto migliore del mondo, a quanto pare!» esclamò.
«Io non ne sono per niente contenta, Nicky! Bill è l’ultima persona al Mondo che può venire a insegnarmi l’inglese, okay? Lo so di sicuro meglio io di qualunque madrelingua!» ribattei, incrociando le braccia al petto e avviandomi in classe.
«Ti supplico, Fra, presentamelo! Dai!» Nicole mi seguì come un cagnolino.
«Vuoi davvero incontrarlo di persona?».
«Siiiiì!».
«E allora vieni con me: andiamo a farti conoscere il nostro nuovo professore!».
Prima di farmi tirare dentro l’edificio scolastico dalla ragazza, guardai Luca e pensai: Tranquillo, vai pure in classe. Non mi farà niente con Nicole nei paraggi e le starò appiccicata come una mosca alla carta moschicida!
Lui annuì, non del tutto rasserenato, ma non replicò e girò l’angolo diretto in classe.
Quando arrivammo alla sala professori, Nicole esitò a bussare: «E se non è qui?».
«Tranquilla che è dentro! Forza, bussa!» le risposi, brusca.
Il suo pugno si mosse in direzione della porta, ancora indeciso, ma alla fine le nocche colpirono il legno e si udì distintamente il toc toc che producevano.
Più di un professore rispose: «Avanti» e noi due entrammo.
«Scusate il disturbo. Stiamo cercando il professor Compton; è qui?» chiesi.
«Sì, Francesca» rispose la voce fredda e profonda di Bill dalla nostra destra: era fermo accanto alle varie cassette dei professori e non lo avevamo notato.
«Ci scusi, professore, ma la mia amica Nicole voleva fare la sua conoscenza e magari trovare un momento libero per entrambi in cui la potrebbe intervistare per il giornalino della scuola. Sa… lei è la direttrice» precisai, guardando Nicole.
Alla ragazza brillarono gli occhi per quello che avevo appena detto e ribadì: «Dalle due io sono libera tutti i giorni, professore. Mi dica lei quando è disponibile».
«Beh, oggi ho l’ultima ora con voi, se non sbaglio, perciò se per te va bene, Nicole, ci fermiamo in classe dopo le lezioni e risponderò a tutte le tue domande».
«Oh, professore, sarebbe fantastico! Grazie, grazie mille!».
«Non c’è di che. Ora andate o farete tardi per la prima ora. Arrivederci».
«Arrivederci» lo salutò Nicole e io accennai un saluto con una mano, ma Bill mi fermò: «Fra?».
«Sì, prof?».
«Ho saputo dalla tua insegnante precedente che sei molto brava in inglese. Posso sapere come è possibile che le tue verifiche siano impeccabili, degne di un vero inglese?».
«Direi piuttosto di un americano, prof. Ho avuto l’occasione di passare diverse volte i mesi estivi in America, visitando ora questa, ora quella città, e inoltre ho iniziato a imparare l’inglese da poco dopo aver cominciato con l’italiano e quindi è come se fossi cresciuta in due paesi in contemporanea. Tutto merito di mia madre, che con l’inglese è un asso!».
«Beh, ti ringrazio per la spiegazione. Sei mai stata in Louisiana?».
«Certo che sì! Ho visitato Baton Rouge, New Orleans e altre città importanti, come Shreveport, ad esempio; quel posto mi è rimasto impresso perché aveva un nonsoché di speciale, di… di magico!» gli raccontai, facendo riemergere i suoi dubbi riguardo alla mia identità. Diedi una sbirciata all’orologio e dissi: «Prof, mi scusi, ma devo proprio scappare. Ci vediamo dopo» e così dicendo uscii dalla sala professori e tornai in classe, proprio mentre arrivava la professoressa Macchi di Matematica.

E' l'inizio del quarto libro, come è iniziato il viaggio eterno di Francesca ed Eric. Era solo un momento di passaggio, tutto qui.
Baci baci.
FaFFa


Martedì 05.07.2011 ore 20.28

Capitolo 2: Eric
Direi che il soggetto di questo capitolo è chiaro per tutti... E' un po' lunghino, dopotutto è l'unico che ho completato di Fantasia 4.0, quindi...
Beh, è il mio terzo capitolo preferito, dopo il 3° e il 4°, ovviamente!!! 
Buona lettura!
FaFFa❤



«Eric…».

Stavo entrando nella camera del vampiro, che trovai seduto sul suo letto con le guance rigate di lacrime di sangue, che gli erano cadute in parte anche sul petto nudo.
«Godric è morto, vero?» mi chiese quando gli fui davanti, ma senza alzare lo sguardo, la voce rotta.
«Sì…» sussurrai in risposta. «Mi dispiace davvero tanto!».
Mi chinai e gli alzai delicatamente la testa con una mano. Ci guardammo negli occhi, poi mi avvicinai di più a lui e gli diedi un bacio per guancia. Quindi feci per raddrizzarmi, ma lui mi prese un polso e mi fermò, costringendomi a riabbassarmi.
I nostri sguardi s’incrociarono di nuovo, poi però fummo attratti uno dall’altro e ci baciammo. Senza dividerci, ci sdraiammo sul letto, io sotto e lui sopra, e continuammo a baciarci finché non gli spuntarono i canini.
Non resistendo a un impulso represso da tantissimo tempo, li toccai, poi, consapevole di quello che lui desiderava, girai la testa verso sinistra, lasciando il collo scoperto.
Lui subito si abbassò famelico su di esso e mi morse.



Mi svegliai di soprassalto; spalancai gli occhi e intorno a me vidi solo la mia camera, così compresi che avevo sognato quello che era già stato un sogno di Sookie.
Accanto a me, Luca dormiva beato con un sorriso sulle labbra, ma non volli scoprire a cosa fosse dovuto. Mi alzai dal letto facendo meno rumore possibile e mi diressi in bagno, dove, dopo essermi guardata allo specchio, presi una decisione.
Mi vestii, con passo felpato e leggero raggiunsi la porta d’ingresso, che aprii con un incantesimo senza che facesse il minimo cigolio. Una volta uscita in giardino mi resi conto che alle quattro del mattino, anche se in pieno maggio, faceva davvero freddo; però non ci pensai che per un secondo, perché ero troppo impegnata a fingere di chiudere a chiave e in contemporanea a farlo davvero con un altro incantesimo.
Quindi uscii dal cancelletto di ferro in strada e mi diressi velocemente verso casa Compton. Una volta davanti alla porta, notai che mancava ancora il campanello e bisbigliai: «Merda! Mi tocca bussare!».
Alzai la mano a pugno e la mossi verso la porta di legno massiccio, sperando che mi sentissero da dentro, anche se erano due vampiri. Prima di toccarne la superficie, però, la porta si spalancò e Bill mi bloccò il braccio per evitare che lo colpissi con un pugno.
«Oddio! Scusami!» esclamai.
«No, non fa niente. Stavi bussando ed io ho aperto. È colpa mia» mi rassicurò lui.
«Ma… come sapevi che ero qui fuori?».
«Ti ho sentita che ti lamentavi della mancanza del campanello. Hai ragione, ma abbiamo avuto un sacco di problemi e la casa da sistemare e non ne abbiamo ancora avuto il tempo. Mi dispiace».
«Oh, va be’! Senti, sorvolando sulla domanda “come mai siamo tutti svegli?”, sono qui solo per un motivo molto urgente: devo parlare subito con Eric» esordii.
«Certo. Sei fortunata: oggi il locale l’ha chiuso prima ed è già tornato».
«Lo so, altrimenti non sarei qui».
«Ah. Beh, entra pure. Vieni» Mi guidò fino alla porta di una camera da letto e aggiunse, prima di andarsene: «Vi lascio soli, allora».
Lo guardai sparire nella sua stanza e quindi bussai alla porta. Non ottenni risposta, così la socchiusi ed entrai. C’era tutto quello che ci si aspetta di vedere in una comunissima camera, letto compreso. Del vampiro però non c’era traccia. Sentii l’acqua scorrere oltre la porta alla mia sinistra e mi avvicinai, notando che era semi-aperta.
Entrai nel bagno mentre Eric usciva dalla doccia, nudo e bagnato fradicio. Non potei evitare di ricordare i momenti intimi e dolci che aveva passato con Sookie, pensando istintivamente che mi stavo perdendo un bell’esemplare maschile.
«Scusami, Eric!» esclamai un secondo dopo, voltandomi verso la stanza da cui arrivavo.
«Non fa niente, Fra. Per me non è un problema, non è la prima volta che una donna mi vede nudo, cosa credi?» mi rispose lui, tranquillo.
«Lo immagino…» Tornai nell’altra stanza e mi sedetti sul letto, aspettando pazientemente che uscisse dal bagno vestito, ma lui non si fece molti problemi e mi seguii senza nemmeno prendere un asciugamano, lasciando dietro di sé una scia di goccioline d’acqua.
Cercai di non guardarlo, osservando la stanza nei minimi dettagli, ma me lo trovavo davanti ovunque guardassi: era una visione da mozzare il fiato, a partire dal suo sedere, perché aveva i glutei più belli che avessi mai visto. Anche Sookie aveva pensato lo stesso: in una gara mondiale di glutei, Eric avrebbe vinto a mani basse.
«Senti, Eric, potresti metterti qualcosa? Mi fai venire la pelle d’oca e sinceramente io non ho intenzione di vederti nudo tutto il tempo!» esclamai a un certo punto.
«Perché, non ti piaccio?» m’istigò, indicando il proprio petto scolpito e scendendo per indicare le parti migliori.
«Oh, beh… Eric, io sono fidanzata e certe cose proprio non posso farle, okay? Quindi adesso sii gentile e va’ a metterti almeno un paio di pantaloni!» gli ordinai.
«Va bene, va bene!» mi rispose, prendendo dei jeans da una sedia lì vicino e indossandoli senza prima preoccuparsi di mettere della biancheria intima di sorta. «Ora va bene?» mi chiese poi.
«Sì, adesso sei accettabile!».
«Cosa desideri?».
«Ti ho sognato» ammisi, sentendo il sangue inondarmi le guance per l’imbarazzo.
«E non è una cosa positiva?».
«Dipende… Non era esattamente il genere di sogno che chi ha il ragazzo dovrebbe fare su altri. Non mi è mai successo prima d’ora, ma spero proprio che un giorno non si avveri, anche se credo sia impossibile».
«E perché?».
Prima di parlare, riflettei su come rispondergli senza rivelargli nulla. «Non saprei…» mentii alla fine. «L’istinto dice che non potrà diventare realtà e basta».
«Okay. E allora perché sei qui? Se dovevi dirmi solo questo non potevi aspettare che fosse giorno?».
«Tanto non sarei riuscita a riaddormentarmi in ogni caso. Però pensavo che così sarei riuscita ad ammonirti prima che tu compia una qualche cazzata: io amo Luca e non voglio che nessuno si metta tra noi finché staremo insieme, cosa che probabilmente non avrà una fine se tutto continuerà così. Perciò, per favore, non fare niente per dividerci, perché l’unico che potrebbe mandare all’aria tutto è proprio Luca!».
Eric non ribatté e restammo in silenzio a fissarci negli occhi per diversi minuti, dopo i quali guardai l’orologio e annunciai: «Beh, se non hai nulla da dirmi io torno a casa, prima che qualcuno si svegli e si chieda che fine ho fatto. Ciao».
Lui non si mosse né disse nulla, così mi alzai e me ne andai da sola, salutando Bill prima di uscire: ero più che convinta che io e Luca saremmo stati felicemente insieme per tanto tempo ancora.

«Dobbiamo partire» esordii invece un pomeriggio Luca, mentre passeggiavamo nel bosco.
«E dove andiamo?» gli chiesi.
«Torniamo a La Push. Stanno avvenendo degli strani omicidi e i più giovani non riescono a cavare un ragno dal buco» mi spiegò.
«Quindi, quando dici “dobbiamo” intendi…».
«I due branchi e gli altri che sono qui. Possono tornarci tutti utili, non si sa mai…».
«Voglio venire con voi! Potrei aiutarvi anch’io!».
«No, Fra. Lo abbiamo deciso all’unanimità: tu qui hai casa, famiglia, amici e scuola. Qui hai una vita e non vogliamo fartela perdere. Non sarebbe giusto!».
«Mi stai lasciando?» chiesi con voce strozzata.
«Devo…» rispose lui, debolmente.
Nessuno dei due disse più nulla finché arrivammo in vista di casa mia. Allora gli dissi: «Quando partirete?».
«Al massimo tra una settimana, ma dubito che mi vedrai ancora in giro: devo dare una mano a fare i bagagli, a inscatolare tutto e a caricare i camion dei traslochi. Mi dispiace, ma probabilmente questa sarà l’ultima volta che ci vedremo, almeno finché non torneremo qua con le cose sistemate… se torneremo».
«Se…» ripetei, distante.
Vedendo che non aggiungevo altro, Luca concluse: «Allora arrivederci e speriamo che verrà il momento in cui potremo finalmente riabbracciarci».
Non gli risposi e lui se ne tornò alla riserva.
Quattro giorni dopo guardai gli ultimi camion lasciare il parco e sussurrai nel vento: «Addio, Luca…».

«Francesca, sapresti rispondere tu?».
Mi risvegliai lentamente da uno stato di “semi-incoscienza” che durava da più di mezzo mese, sentendo pronunciare il mio nome da Bill.
«No…» risposi, senza nemmeno sapere quale fosse la domanda.
«Hai svolto gli esercizi per oggi?».
«Sì, ma non lo so» risposi, svogliata.
Bill non sapeva più cosa chiedermi. Il mio comportamento era unito a un incantesimo che faceva in modo che i professori non mi chiedessero mai nulla, ma lui era riuscito a evitarlo.
In quel momento suonò la campana dell’intervallo e la classe si svuotò.
«Ti va di fare un giro, Fra?» mi chiese Giada, avvicinandosi con Lorenzo, Irene ed Emanuele al mio banco.
«No…» Era l’unica risposta che davo loro tutte le volte che me lo chiedevano e avevano ormai imparato a non insistere, perché altrimenti diventavo una furia, quindi se ne andarono, mentre io mi dirigevo al davanzale della finestra per guardare fuori.
«È successo anche a me, tempo fa…».
Bill mi si era affiancato senza che me ne rendessi conto.
«Sookie?» chiesi, con un filo di voce e un tono a metà tra la domanda e l’affermazione.
«Sì… All’inizio non riuscivo più a fare niente. Il mio passato, il mio presente e il mio futuro non c’erano più; restava solo il vuoto. Poi Eric mi ha convinto a cambiare tutto: vita, casa, lavoro. Ed eccomi qua, ad insegnare la mia lingua madre a dei ragazzi molto intelligenti che passano momenti simili a quelli che ho vissuto anch’io!».
«Mi dispiace…».
«Io ti comprendo, Fra. Per me Sookie era praticamente come l’aria o meglio, come l’essenza stessa della vita… era tutto! Quando poi è svanita, mi è sembrato di svanire anch’io, anche se non era così. La vita è strana: non si può prevedere cosa accadrà domani o dopo e a volte ci capitano imprevisti che ci stravolgono. Ma noi siamo più forti e possiamo superare le crisi… dobbiamo superarle!».
Le sue mani fredde avvolsero le mie. Lo guardai negli occhi.
«Dobbiamo solo ricordare che non siamo da soli, perché intorno a noi c’è tanta gente che può aiutarci; basta saperla cercare. E ti assicuro che puoi contare sul mio sostegno, sempre!».
«Grazie!» sussurrai soltanto, un po’ rincuorata, e lui mi abbracciò.
«Di niente, ma non farti più trovare impreparata, perché sarò costretto a metterti un votaccio!» scherzò.
«Certo, certo, professor Compton!» risi.
Quando i miei amici tornarono in classe, andai loro incontro e li stupii con la mia proposta: «Sentite, vi andrebbe di farci un giro in centro o a Varese o magari di andare in un posto nuovo dove ci si diverte alla grande?».
«Sì, certo…» rispose titubante Irene. «Ma dove?».
«Io ho sentito di un locale nuovo qui a Gallarate che ha aperto circa tre mesi fa… Chiederò a mio cugino se ne sa qualcosa e poi vi faccio sapere» rispose Emanuele.
«Perfetto!» terminai con un sorriso. Per la prima volta da quando Luca se n’era andato, era un sorriso vero.

«Ma dove si trova ‘sto locale in cui stiamo andando?» chiesi a Emanuele, accanto a me sul sedile del passeggero, mentre per l’ennesima volta mi fermavo a un incrocio con la mia Ferrari, non sapendo dove andare.
Erano passati due giorni dal mio ritorno alla vitalità e già eravamo diretti alla nostra domenica sera da sballo in un posto sconosciuto.
«Mio cugino ha detto che non era molto lontano dal centro e se non ricordo male adesso si deve girare a destra, quindi di qua…» rispose lui, indicando la via accanto a noi.
La studiai per qualche secondo, poi decretai che potevo accettare quella nuova direzione, così svoltai e la percorsi fino alla fine. «E adesso?».
«Adesso trova un posteggio. Siamo arrivati» mi sorrise lui.
Non cercai la scritta con il nome del locale e sinceramente non m’interessava saperlo, ma avevo solo intenzione di passarvi massimo un quarto d’ora e poi di portare me e i culi dei miei amici già troppo ubriachi a casa.
In realtà avrei fatto molto meglio a leggere l’insegna al neon grande come una casa sopra al locale, così da rendermi subito conto del casino in cui ci stavamo cacciando.
«Mi raccomando, ragazzi: non bevete troppo e soprattutto restate svegli, perché tra qualche ora al massimo vengo a cercarvi e se non vi trovo me ne torno a casa da sola!» ammonii Irene, Emanuele, Giada e Lorenzo mentre entravamo.
«Tranquilla Fra! Il mio livello di tolleranza degli alcolici arriva molto in alto!» mi disse Irene, con un luccichio negli occhi che diceva: Tanto lo so che non ci lasci qui, quindi bevo quanto voglio! Il che era la verità, purtroppo.
«Farò il possibile per evitare che esageri!» mi rassicurò invece Emanuele e sapevo che di lui mi sarei potuta fidare molto di più.
«Anche noi cercheremo di non strafare…» aggiunse Lorenzo, poi lui e Giada si allontanarono tra la gente, subito imitati dagli altri due.
Sconsolata perché ero rimasta sola e pensando a Luca che in quel momento era chissà dove in qualche strano posto dall’altra parte della Terra, mi sedetti su uno degli sgabelli davanti al bancone.
«Che cosa ti do, bellezza?» mi chiese il barista, ma non mi offesi.
«Per ora solo una bottiglia di birra, grazie. Non voglio esagerare, devo riaccompagnare a casa quattro amici e arrivare alla mia, quindi devo essere molto più che sobria» ordinai.
«Vedrai che non avrai problemi…» L’uomo frugò nei frigoriferi sotto il bancone, ma dopo un po’ ne riemerse a mani vuote. «Ehm… vado a prenderti una birra sul retro; qui sono finite».
«Certo, fai pure con comodo».
Mentre lui se ne andava, io mi voltai e osservai il locale, gremito di gente. Più però mi guardavo in giro, più i pensieri si facevano insistenti nella mia testa; così chiusi gli occhi e rilassai i muscoli, cercando di scaricare un po’ di tensione.
Tra i pensieri degli altri clienti del locale, però, cominciava a nascere qualcosa di comune, che non riuscivo a collocare né a comprendere. A un certo punto un’immagine leggermente sfocata di un posto identico a quello in cui mi trovavo mi balzò in mente e spalancai gli occhi. Osservai molto attentamente le pareti e la disposizione dei tavoli, finché non ebbi l’idea di vedere l’insegna.
Chiusi gli occhi e mi concentrai sul tetto dell’edificio, poi li riaprii e alzai piano lo sguardo: una brillante insegna al neon rossa recitava la scritta al contrario Fangtasia.
Un brivido mi percorse da capo a piedi e mi fece sgranare gli occhi, che però non vedevano più il locale, quanto diverse scene avvenute proprio nel sosia di quel posto: Sookie e Bill seduti a uno dei tavolini, Eric con i capelli lunghi, Longshadow ucciso da Bill, Sookie distesa su un tavolo a pancia in giù mentre la dottoressa Ludwig le curava i graffi infetti sulla schiena, Lafayette torturato da Eric, Pam e Chow e tante altre ancora.
L’ultima scena che mi riempì la testa, invece, non apparteneva a quel posto, ma a un sogno da cui era nato un altro sogno: Sookie ed Eric che si baciavano nella stanza di lui dell’Hotel Carmilla di Dallas dopo la morte di Godric, il creatore del vampiro. Mi portai le dita alle tempie per far smettere quelle immagini, ma non ci riuscii. L’ultima, esilarante sequenza si concluse con Eric, a cui spuntavano i denti.
«Ecco la tua birra» disse qualcuno dietro di me.
Spalancai gli occhi nell’istante stesso in cui il vampiro si abbassava sul mio collo libero.
Feci un profondo sospiro e mi voltai, cercando di sembrare tranquilla e serena. «Grazie mille!». Quando guardai l’uomo davanti a me, capii che non era il barista. «Eric?».
«Francesca» Il vampiro mi sorrise. «Tutto okay?».
«Sì…» non mentii bene e lui se ne accorse.
«C’è un’ombra che incombe su di te, te lo leggo negli occhi. Vuoi dirmi di cosa si tratta? Sono bravo a far passare il terrore» insistette.
«Mi prendi in giro?».
«No, perché?».
«Perché tu non sei una persona che porta a pensare che possa farti passare la paura o farti tranquillizzare! Tu metti sulla difensiva chiunque e le persone diventano ansiose! Non sperare di poter ascoltare quello che mi spaventa, perché anche se involontariamente lo useresti contro di me, in un modo o nell’altro!» Ero stata dura, ma non avrei voluto.
Lo avevo ferito: «Scusa, non volevo essere invadente…».
«No, scusami tu! Non so cosa mi è preso, non lo pensavo davvero!».
«E invece era proprio quello che stavi pensando… perché è la verità!».
Rimasi senza parole per un lungo minuto che durò un’eternità. «Mi dispiace» dissi infine.
«Lo so. E dispiace anche a me per tutte le volte che non ti ho trattata bene come avrei dovuto».
Di nuovo restammo in silenzio per un po’, mentre ogni tanto sorseggiavo la birra, bevendone poca alla volta.
«Esattamente, tu cosa ci fai qui?» gli chiesi all’improvviso, fingendo di non sapere niente del bar dei vampiri.
«Questo posto è mio. Si chiama Fangtasia, un nome bizzarro come la maggior parte dei presenti, ma è azzeccato. Tu, piuttosto… perché sei qua? Non sarai in cerca di compagnia, vero? Perché non ti ci vedo con un vampiro o con qualche altro frequentatore del bar…».
Pensai a quante volte quella frase era stata detta inutilmente e sorrisi. «Il cugino del ragazzo della mia migliore amica ha saputo della novità e ha provveduto a informarci» spiegai. Il caro cuginetto se la vedrà con me, domani! E lo stesso vale per Emanuele! pensai subito dopo.
«Ah… posso fare qualcosa per te?».
«Devo trovare Irene; non le ho detto a che ora torniamo a casa!» mentii.
«Posso aiutarti?» mi propose.
«No, sono perfettamente in grado di sbrigarmela da sola, anche qui dentro!» ribattei allontanandomi, ma lui mi seguì ugualmente in giro per il locale.
Iniziai a muovermi nella stanza sempre più velocemente e ogni tanto creavo dei blocchi che disorientarono momentaneamente il vampiro. Poi, all’improvviso, svanii nel nulla ed Eric non riuscì più a trovarmi.
In realtà mi ero solo teletrasportata dall’altra parte del locale, dove sapevo che avrei trovato Irene ed Emanuele. Unitami a loro due, cercammo Giada e Lorenzo, che intercettammo prima che raggiungessero il bancone per ordinare da bere.
Mentre ci dirigevamo verso l’uscita più vicina, diedi a Lorenzo le chiavi della Ferrari e gli dissi che li avrei raggiunti di lì a poco. Mi fermai e cercai con lo sguardo Eric, ma invano.
Improvvisamente, una mano fredda e forte mi bloccò il polso sinistro e mi fece voltare di scatto. Era un vampiro che dimostrava una trentina d’anni, ma che in realtà doveva averne qualche centinaio, se non addirittura qualche migliaio.
«Che cosa vuole?» gli chiesi, irritata e per niente spaventata.
«Ti offriresti per me e i miei amici?» mi rispose, indicando i vampiri seduti alle sue spalle.
«Cosa? Mi dispiace, ma non sono disponibile!» obiettai.
«Non fare la stupida…» insistette. «Il tuo abbigliamento parla chiaro…».
Desiderai ardentemente non essermi messa quel vestitino rosso scuro, praticamente nero nella penombra della stanza, ma reagii comunque alla provocazione: «Vaffanculo!» Sottrassi la mano alla sua morsa e lui ne restò stupito, però si alzò subito in piedi e mi si avvicinò. «Sta’ lontano da me!» esclamai, indietreggiando e andando a sbattere contro un altro vampiro.
«Le mie dipendenti non si toccano!» tuonò quello alle mie spalle e il vampiro davanti a me indietreggiò.
Un paio di braccia fredde e muscolose si strinsero intorno al mio petto, protettive. Mi sentii sciogliere a quel contatto, nonostante avrei dovuto preoccuparmi delle conseguenze dell’intervento di Eric.
«E ora vattene e non farti mai più vedere! La prossima volta non sarò così magnanimo!» continuò lui e lo sconosciuto ubbidì, dileguandosi tra la folla, subito imitato dai suoi compagni.
Avevamo ormai attirato l’attenzione di tutti i presenti, così Eric mi trascinò fin dentro il suo ufficio. «Come hai fatto a sparire? E perché?» mi chiese allora.
«Odio le persone che mi ronzano intorno e violano i miei spazi!» gli risposi, ignorando la prima domanda, quindi mi voltai e mi diressi alla porta, ma lui ci arrivò prima.
«Stavamo parlando!» mi disse.
«Io ho finito e vorrei tornare a casa! Un pazzo che chissà cosa voleva da me unito all’alcool di una birra e a te non mi vanno per niente bene! Se poi mi sento pure definire una tua dipendente io mi incazzo molto seriamente, Eric!».
«Non puoi uscire, Francesca! Quelli là fuori non aspettano altro! Io sono uno solo, loro decine!».
«Non ho bisogno di una guardia del corpo, grazie!».
Lo spinsi da parte con tutta me stessa e alla fine riuscii a farlo spostare, ma lui fermò la mia mano prima che abbassasse la maniglia. «Metti questa!» mi ordinò, porgendomi una divisa nera da cameriera che mi sembrava un po’ troppo succinta e che non sapevo dove aveva preso.
«Stai scherzando, vero? Io non metto quest’obbrobrio nemmeno se mi minacciassi di morte!».
«E se lo facessi davvero?».
«Provaci!» lo sfidai.
«Devi mettertela se vuoi salvarti la vita!» ribatté.
«Io la vita me la salvo in un modo molto più semplice!» e così dicendo cercai di nuovo di spalancare la porta, ma lui mi alzò di peso e mi portò via.
«Eric! Eric, mettimi giù! È un ordine! Mettimi subito a terra! No! Eric!» mi dibattei inutilmente.
Si sedette sulla sua sedia, dietro la scrivania, e mi costrinse a sedermi cavalcioni sulle sue gambe. «Sei davvero testarda!» esclamò dopo il mio ennesimo tentativo di alzarmi.
«Lasciami andare, Eric! Si può sapere cosa ho fatto di male? Perché mi tocca stare chiusa qui dentro con te?» gli chiesi, voltandomi a guardarlo da poco più di cinque centimetri di distanza.
Lui si alzò, facendomi sedere sul tavolo, e chiuse a chiave la porta. Quando si girò, mi rispose: «Non posso dirti quello che vogliono, solo devi evitarli il più possibile!».
«Eric…» Gli andai incontro, abbandonando la scomodità del legno. «Io…» Stavo per dirgli tutto, ma mi resi conto che sarebbe stato uno sbaglio lì dentro. «Io posso sopportare una realtà particolare quale è questa! Qualsiasi cosa stava per succedere io credo di…».
«Sono io che non voglio appiopparti questo peso» m’interruppe. «Nessuno ti costringe a farti carico di una cosa del genere!».
«Se devo mantenere un segreto, sappi che ne sono capace…».
«Non è questo il punto…».
Un paio di colpi alla porta gli impedirono di continuare. Il nostro sguardo si spostò dal volto dell’altro alla porta.
«Chi è?» chiese Eric.
«Bill Compton. Posso entrare?» rispose una voce da fuori.
«Sì» Eric gli aprì la porta e l’altro vampiro entrò nella stanza.
«Francesca?» esclamò, sbalordito, quando mi vide.
«Ciao Bill» gli risposi.
Eric richiuse la porta e tornò dietro la scrivania. «Rischiava grosso! Com’è la situazione là fuori? Sono in attesa che usciamo?».
«A dir la verità, credo proprio di sì…» ammise Bill. «Ma cosa è successo? Sembra che aspettino solo di vedere una rissa fino al sangue! Diamine, Eric, siamo solo all’inizio, ai primi mesi…»
Il rimprovero era diretto al vampiro dietro il tavolo, ma io li ignorai ed esclamai: «Eric non vuole spiegarmi cosa sta succedendo. Ma dato che la colpa di quel casino è mia, direi che merito di sapere cosa ho scatenato, no?».
I due si guardarono mentre io spostavo lo sguardo dall’uno all’altro. «Non possiamo spiegarle tutto, gli ordini sono stati chiari…» precisò Eric, come se non fossi lì con loro.
«E allora io me ne vado!» mi avvicinai alla porta, ma Eric e Bill mi si pararono davanti prima che fossi a cinque metri di distanza. Per la preoccupazione si erano scordati di ogni possibile copertura e si erano fiondati lì troppo velocemente per dei normali esseri umani quali fingevano di essere.
«No!» esclamarono in sincrono.
Finsi di essere spaventata: «Ma come avete fatto?» chiesi, spostando lo sguardo dal tavolo alla porta.
«Non è importante, adesso!» mi rispose Eric, mettendomi le mani sulle spalle. «Devi capire che non puoi uscire da qui. Non puoi! Quelli là fuori ti vogliono morta, visto cosa è successo prima. Hanno capito che evidentemente tu sei speciale, anche per me, e quindi sono attratti ancora di più. Fra, io non posso perderti!» Era una specie di confessione che non avrei mai creduto di sentire.
«Ma… e i miei amici? Ci sono anche loro là fuori!» esclamai a quel punto.
«Li ho visti salire sulla tua Ferrari prima di entrare e partire subito con Lorenzo alla guida» mi rassicurò Bill.
Evidentemente il messaggio telepatico che avevo inviato ai quattro nel momento in cui lo sconosciuto mi aveva bloccata era arrivato a destinazione. Avevo “urlato” loro: Andatevene subito da qui! Io torno da sola! Andatevene!
«Quindi io sono confinata qui con voi due per il resto della serata?» chiesi, incrociando le braccia sul petto.
«No. Bill se ne deve andare, ha un impegno: deve essere riposato perché domani è lunedì e deve andare a scuola, quindi dovrebbe essere a casa a fare la nanna sotto le coperte» Eric liquidò il compagno, non volendolo tra i piedi con me. «Qua dentro restiamo solo tu ed io. Domattina, appena il locale si sarà svuotato, ti accompagnerò a casa, oppure a scuola, se preferisci; però dovrai essere riposata anche tu, perciò ti conviene accomodarti sul divano e farti una bella dormita, se ci riesci: baderò io che nessuno ti faccia del male» Eric stava impartendo ordini severi sia a me, sia a Bill.
«Okay. Allora io vado. Buonanotte a entrambi e non cacciatevi nei guai!» disse, infatti, l’altro vampiro, uscendo subito dall’ufficio. Eric si affrettò a chiudere saldamente a chiave la porta, che immaginai fosse rinforzata quanto basta per reggere l’assalto di parecchi vampiri.
«E secondo te io riuscirò a chiudere occhio, sapendo che tu sei nella stessa stanza con me?» gli chiesi quando spostò lo sguardo sulla mia persona.
«Beh, se non ti addormenterai di tua spontanea volontà, ti darò dei sedativi parecchio pesanti che ti chiuderanno quei begli occhietti in men che non si dica!» ribatté lui, tornando a sedersi dietro la scrivania.
«Questo è rapimento di persona, Eric! Potrei denunciarti alla polizia!» lo minacciai.
«Sappiamo entrambi che non lo farai: ci tieni troppo a me, anche se di sicuro detesti ammetterlo…» insinuò perspicacemente lui.
«Tutte balle! Sei un lurido verme viscido e io dovrei tenere a te? Allora sei anche un illuso!».
«Ma davvero?» Eric si alzò e mi si avvicinò, girando attorno al tavolo. «Sai una cosa, Fra? Non ti ho ancora dato un bacio, ma questa volta posso farlo: non sei fidanzata, il tuo ragazzo ti ha mollata, è partito per chissà dove e tu sei qui, chiusa in questo piccolo buco di ufficio sola soletta con il sottoscritto! Pensi che non mi concederò la libertà di sedurti? O di baciarti? Chi sarebbe a quel punto l’illuso: tu o io?».
Lo fissai dritto negli occhi, senza rispondere. Dentro di me, speravo in contemporanea che non mi baciasse e che invece lo facesse; nella mia mente, il ricordo del primo bacio tra lui e Sookie era in conflitto con quello tra Luca e me. Non mi resi conto, però, che avevo cominciato a piangere: un pianto silenzioso, in parte liberatorio, in parte di rabbia e odio per Eric, che aveva fatto affiorare il ricordo più doloroso che avevo in testa, per Luca, che mi aveva abbandonata nel momento del bisogno, per la mia esistenza, composta da vite che si incastravano come tessere di un puzzle…
Eric avvicinò una mano al mio viso ed io mi ritrassi, temendo quasi che mi picchiasse, ma lui mi ritirò a sé e raccolse una lacrima. Lo vidi portare il dito alla bocca e assaggiarla, così mi chiesi cosa avesse in mente di fare; dopo qualche secondo sussurrò: «Le tue lacrime sono dolci, lo sai? Però non riescono a nascondere la tristezza che provi. Ti chiedo scusa: le mie parole ti hanno ferita, ma sappi che non volevo farti stare male».
Annuii piano, asciugandomi le guance con il dorso della mano. Cercai di non guardarlo negli occhi, ma inevitabilmente mi ritrovavo a perdermi nell’abisso di quegli stupendi diamanti azzurri. Così, quasi mi stesse ammaliando – in realtà era solo un riflesso istintivo del mio corpo –, mi avvicinai a lui e mi alzai in punta di piedi, fino ad arrivare all’altezza delle sue labbra marmoree.
A lui ci volle meno di un secondo per coprire i pochi centimetri che ancora ci separavano. Sentii il sangue ribollirmi nelle vene, quasi stesse prendendo fuoco, e mi sentii invadere da una forza incredibile, che mi lasciò senza fiato. Le nostre lingue s’incrociarono, mentre le mani di entrambi cercavano di avvicinare ancora di più l’altro, per poterlo apprezzare maggiormente. Ormai la libido e l’eccitazione di entrambi era alle stelle ed io non capivo più nulla.
La cosa successiva di cui mi resi conto fu che Eric mi aveva fatta sdraiare sul largo divano in pelle nera e che incombeva sopra di me, baciandomi il collo con una foga tale che era troppo veloce per mantenere la sua copertura. Non vi badai minimamente e continuai a bearmi di quelle attenzioni che mi mancavano parecchio.
Iniziai a preoccuparmi quando capii che Eric stava cercando di sfilarmi il vestito senza smettere di baciarmi. Aprii gli occhi, rovinando quel momento intimo, e cercai di impedire alle sue mani di continuare ad alzarmelo, ma non ebbi molto successo. Alla fine liberai la bocca dalla sua ed esclamai: «Eric! Basta!».
Lui mi guardò negli occhi e capì che era fuori rotta. Certo, il mio corpo lo desiderava e la mia mente voleva dimenticare Luca, sostituendolo con qualcun altro, ma la razionalità ancora non mi mancava e aveva dato l’ordine di fermarsi.
Si alzò e mi aiutò a sedermi, poi cercò di scusarsi, ma glielo impedii, mettendogli un dito sulle labbra: «Non dire “a”! È stato il bacio più travolgente che abbia mai ricevuto e non ho alcun rimpianto per quello che ho fatto, ma ricordati che non puoi permetterti di agire d’istinto, spogliandomi la prima volta che ti lascio campo libero!».
«Okay… ehm… mi fa piacere che non ti sia dispiaciuto…» balbettò, colto alla sprovvista.
«Dispiaciuto? Stai scherzando, vero? È stata la cosa più… più… indimenticabile di tutta la mia vita e tu dici solo che non mi è dispiaciuto. Sei impazzito, signor Northman?».
«Non esattamente… Ora cosa vorresti fare per passare il tempo?».
Ci pensai qualche secondo: «Voglio provare una cosa…» sussurrai, alzandomi in piedi per avvicinarmi di più a lui e guardarlo direttamente negli occhi. Questa volta fu tutto opera mia: premetti le labbra sulle sue, allacciando le mani dietro il suo collo e abbandonandomi all’idea che fosse ciò che volevo davvero. E lo era.
Lo sentii poggiare le mani sul mio bacino, avvicinandomi maggiormente al suo corpo, e potei percepire chiaramente che lo stavo notevolmente eccitando. Intrecciai le dita tra i suoi capelli biondi, facendo poi pressione sulla sua nuca quasi a incitarlo a non smettere di prolungare in eterno quel bacio passionale.
E, in effetti, quella volta andò sicuramente meglio della precedente: Eric si concesse solo di sollevarmi da terra, facendo incrociare le mie caviglie dietro la sua schiena e sorreggendo il mio sedere con le sue grandi mani, ma per il resto il bacio si prolungò per quello che mi sembrò il tempo di un anno intero. Almeno all’inizio.
Sentii subito che con la lingua cercava di far socchiudere le mie labbra, che furono ben liete di accontentarlo, e, mentre lui si dedicava alla mia bocca, io mi preoccupai della parte di Eric che più voleva essere notata, cosa impossibile da non fare. La mia fortuna fu che eravamo vestiti, perché in caso contrario lui mi avrebbe presa seduta stante, anche in piedi se lo conoscevo bene.
Ovviamente lui ritentò di sfilarmi l’abito, che ormai era già sollevato ben oltre la vita, ma anche le mie mani presero l’iniziativa, sbottonandogli la camicia e toccando quegli addominali perfettamente scolpiti dalle battaglie tra i vichinghi. Una delle sue mani a un certo punto strinse la mia e la portò fino alla cerniera dei suoi jeans, inducendomi ad aprirla, ma così l’unico risultato che ottenne fu di distruggere anche la seconda possibilità che gli avevo concesso.
«Avevo detto di non esagerare. Se ci sarà un momento in cui faremo l’amore, sappi che non avverrà di sicuro qui dentro!» gli dissi, risentita.
«Come preferisci. Se vuoi posso prenotare la suite del miglior albergo della città solo per quel momento speciale che mi stai sottraendo sul più bello. Se mi avessi lasciato ancora qualche minuto ti assicuro che…» mi rispose, ma lo bloccai per non sapere i dettagli dei suoi progetti.
«No, Eric! So che ti farei immensamente felice, ma così deluderesti me. In una coppia deve esserci armonia, equilibrio, non montagne immense da scalare per passare dal livello dell’uno a quello dell’altro, capisci?».
«Capisco perfettamente e sono d’accordo. Ora cosa ne dici di ricominciare da dove eravamo rimasti, dolcezza?» mi rispose, baciandomi sul collo e tenendomi sempre sollevata.
La mia testa andò all’indietro quando iniziò a giocare con il lobo del mio orecchio sinistro, il mio punto debole, sfiorandolo con la lingua. «Oh… beh…» balbettai, il respiro affannato. «Credo… credo che si possa… si possa fare…».
Per tutta risposta, Eric tornò a farmi sdraiare sul divano, poi mi sfilò il vestito e mi sparse baci su tutto il corpo; io cercai di partecipare il più possibile, togliendogli la camicia già sbottonata e buttandola sul pavimento. Nessuno dei due provò a far calare i suoi pantaloni, nonostante ormai gli stessero parecchio stretti, ma in compenso lui riuscì a far saltare i gancini del mio reggiseno così che mi ritrovai quasi totalmente nuda; però non ci provò anche con gli slip e gliene fui grata. I suoi baci erano ogni minuto più insistenti, ma mi stupii quando mi resi conto che si era tolto i jeans e che il suo bacino si faceva sempre più vicino al mio.
Come gli avevo già detto, il suo ufficio non era il posto più adatto per la prima volta e quella consapevolezza mi portava a impedirgli qualsiasi altro azzardo, fermando in tempo la sua mano che cercava di abbassarmi l’elastico delle mutandine di pizzo che indossavo, dentro le quali aveva già infilato un dito che mi stava leggermente penetrando.
«Dai, non farlo. So che mi vuoi!» cercò di persuadermi Eric, abbassandomi ancora di qualche centimetro gli slip.
Può sembrare incredibile quanto io, con tutti i miei poteri e i miei scudi, sia vulnerabile alle avances di Eric. È l’unico che mi fa questo effetto e non sono ancora riuscita a capire come ci possa riuscire.
«Eric, ti prego…» provai a obiettare, ma mi ritrovai improvvisamente la bocca impegnata.
Dopo meno di un secondo, le mie mutandine erano sparite e i boxer di Eric erano in fondo al divano. A lui ci sarebbe voluto solo un altro secondo per finire l’opera, ma non avevo intenzione di dargliela vinta, né di farlo felice.
«Adesso basta!» esclamai, furiosa.
Lui non mi ascoltò nemmeno, così passai al piano b, che prevedeva di buttarlo giù da divano senza troppa gentilezza. Ignorando il rischio di rivelare una parte del mio segreto, spinsi con tutte le mie forze contro Eric, riuscendo alla fine a farlo finire per terra.
Poi mi misi a raccogliere i miei vestiti e li rindossai – peccato che gli slip erano a pezzi e inutilizzabili… –, ma da quanto ero arrabbiata sarei volentieri corsa fuori dalla stanza all’istante. Peccato che lui mi precedette e si parò davanti alla porta prima che potessi aprirla.
Furono momenti carichi di rabbia e tensione, senza che nessuno dei due facesse qualcosa, ma alla fine Eric si arrese: «Okay, hai ragione. Sono stato un idiota a credere che tu volessi davvero farlo, quando mi avevi appena detto che non era così, ma per favore, Fra, perdonami!».
«Eric, dovresti sapere che ci sono limiti a tutto, anche al perdono, e, non essendo io Gesù Cristo che sulla croce perdonò i suoi crocifissori, non ho alcuna intenzione di accettare le tue scuse!».
«Okay, però devi ammettere che ti è piaciuto. Ho sentito la voglia che hai di me; devo solo trovare il modo per fartela liberare e poi ti farò felice».
«Ti prego, Eric. Non riprovarci più, okay? Almeno non stanotte!» ribattei.
«Per stanotte te lo giuro».
Mantenne la promessa per tutte le due ore seguenti.

Sentivo le palpebre farsi più pesanti per ogni minuto che passava, ma, nonostante la promessa di Eric di non farmi nulla, non volevo addormentarmi.
«Eric, non è che qui dentro hai anche una birra, o qualcosa di frizzante?» chiesi al vampiro, che mi guardò, stupito, dalla sua postazione dietro la scrivania.
«Dovrei avere qualcosa giù in cantina, se vuoi vado a vedere» mi rispose, alzandosi e dirigendosi verso una porta nera su un lato dell’ufficio.
«Oh, sì! Grazie!».
«Una birra?».
«Non sono una che beve, ma al momento credo sia ciò che accetterei più volentieri».
«Okay. Arrivo subito» e con quelle parole sparì oltre la soglia buia, lasciando però la porta spalancata.
Lo sentii cercare tra varie bottiglie, anche se il tutto mi arrivava con suoni smorzati perché stava cercando di far meno chiasso possibile e anche perché la stanchezza non mi faceva captare i rumori in modo preciso.
Sentii distintamente una cassa di bottiglie sbattere mentre venivano appoggiate su un tavolo, poi non riuscii a riconoscere i suoni che mi arrivavano, ma mi parve di carpire il leggero schiocco dei canini di Eric che spuntavano.
La stanchezza stava, però, avendo la meglio e attribuii il rumore sospetto solo alla mia fantasia, giusto qualche secondo prima di chiudere gli occhi e sprofondare nel sonno.

«Francesca! Ti prego, svegliati!» Eric era chino sopra di me e mi stava scuotendo per le spalle con non troppa delicatezza.
«Mmm… che succede?» biascicai, la voce impastata dal sonno quanto gli occhi annebbiati.
«Per fortuna stai bene! Sono risalito ed eri in una posa scomposta quasi fossi morta, così mi sono preoccupato! Non riuscivo a trovare la birra e mi è toccato cercare al buio, perché non c’è corrente là sotto, ma alla fine ce l’ho fatta» Il vampiro mi porse una bottiglia di vetro, fredda per via della temperatura della cantina.
«Oh, grazie. È proprio quello che mi serviva» Iniziai a berla a piccoli sorsi, sentendone il sapore che mi pareva dolciastro sulla lingua, anche se di solito sapeva solo di amaro per il mio palato.
«Di niente» Eric tornò a sedersi dietro la sua scrivania. «Tra poco le cameriere chiuderanno e potremo andarcene anche noi» aggiunse, indicando un orologio appeso al muro, che segnava le sette e quarantacinque del mattino.
Annuii, continuando a bere la birra.
Tra noi tornò il silenzio.
Quando ebbi scolato tutta la bottiglia, la posai a terra e mi sistemai il vestito stropicciato alla bell’e meglio. Poi trovai la voce per dire: «Senti, Eric, mi porteresti a casa? Non so nemmeno se riuscirò a reggermi in piedi, figurarsi ad andare a scuola… dove arriverei in ogni caso in ritardo».
«Sì, come vuoi» Eric si alzò e aprì non cautela la porta che dava al locale, poi la spalancò, rendendosi conto che era vuoto.
Provai ad alzarmi in piedi, ma rischiai di finire sul pavimento e fu solo grazie alla velocità del vampiro che mi salvai, ritrovandomi tra le sue braccia possenti.
«Direi che ti porto io, cosa ne pensi?» mi fece notare, sorridendo.
«Già… forse è meglio di sì…» borbottai, sorvolando sulla sua velocità.
Uscimmo dal locale e salimmo sulla sua elegante Corvette rossa, poi ci allontanammo dal centro a una velocità ben oltre il limite massimo.
«Ti avevo detto di dormire, ma non mi hai ascoltato…» esordii Eric all’improvviso.
«Tu mi hai svegliata, mentre stavo facendo un bel sogno con tante fate e farfalle!» ribattei, scherzando un po’.
«Non hai sognato me?» mi provocò.
Mi feci seria: «Perché dovrei? Una volta basta e avanza!».
«Se è così che la pensi in merito…» notai che la sua voce si era fatta più bassa per contenere e nascondere la rabbia.
«Senti, non ti devi offendere. Io non voglio essere assillata dai ragazzi anche mentre dormo, specialmente se mi ricordo cosa ho sognato, quindi spero di non doverlo sopportare di nuovo, okay? Tutto qui, nient’altro» cercai di spiegargli le mie motivazioni.
«Beh, tu invece sei sempre al centro dei miei pensieri. Spero continuamente di poterti sognare, anche ad occhi aperti…» Quella rivelazione era stata davvero inaspettata, ma non si limitò a sorprendermi una volta: «Ad esempio… qualche giorno fa, me ne stavo seduto nel mio ufficio e pensavo a come dovresti essere senza vestiti. Poco dopo ho creduto di vederti entrare con indosso solo una vestaglia e baciarmi, per poi spogliarti e concederti totalmente a me. È stato un peccato che fosse tutto nella mia testa…».
Strabuzzai gli occhi, pensando che era un’idea da folli quel suo desiderio reso sogno. In quel momento ci fermammo davanti a casa mia; fui felice che fossero già passate le otto del mattino, così ero sicura che in casa non ci fosse più nessuno.
«Grazie, Eric. Non so cosa avrei fatto senza di te» lo ringraziai.
«Vuoi che ti accompagni dentro?» mi rispose, speranzoso.
«No, ce la faccio anche da sola» Nel mettere giù il piede dall’auto, però, la mia caviglia cedette e crollai al suolo.
«Stai bene?» Eric era comparso accanto a me, ignorando ogni precauzione. «Fammi vedere la gamba».
«Tranquillo, mi è già successo altre volte. Mamma ha una crema alle erbe che in due giorni ti fa passare tutto il male e dopo cinque non sai più nemmeno cosa ti eri fatto. Starò bene» Cercai di alzarmi, ma questa volta il piede lanciò una fitta che si propagò per tutta la gamba e iniziai a preoccuparmi seriamente.
«Direi che conviene se ti do una mano, eh?» Eric, senza sforzo alcuno, mi alzò di peso e mi portò fin davanti alla porta, rubandomi le chiavi per aprirla.
«Okay, puoi entrare, ma appena mi avrai messa a letto, te ne vai, okay?» gli concessi, così che potesse entrare in casa senza problemi.
«Non vuoi cambiarti?» mi rispose.
«Sono capace di farlo anche senza il tuo supporto, grazie!» ribattei.
«Volevo rendermi utile in qualche modo, no?».
«Così non mi aiuti per niente!».
Eric mi fece accomodare nel mio letto, ma poi iniziò a sfilarmi scarpe e calze, passando infine al vestito. Non so come successe, ma mi ritrovai sdraiata sul letto mentre Eric mi baciava ovunque e la cosa si stava facendo sempre più intensa, quando mi resi conto che si stava togliendo anche i suoi pantaloni e che la sua camicia era abbandonata in fondo al letto.
Non volevo che si ripetesse la stessa situazione del bar – a un passo dalla linea di non ritorno –, ma a lui non importava, perché mi desiderava a tal punto da non pensare minimamente a cosa potessi volere io. Una cosa accomunava entrambi in quel momento: volevamo ognuno il corpo dell’altro. La mia mente stava andando in tilt, perché non capivo se potevo permettermi una cosa del genere o se mi conveniva fermarlo prima che passasse all’attacco.
«Vattene!» esclamai all’improvviso, non appena le nostre bocche si divisero e mi permisero di parlare. «Esci subito da questa camera, Eric, e anche da casa mia! Nessuno ti ha dato il permesso di fare ciò che ti pare di me, quindi vattene!».
«Ma cosa ti prende?» Eric stava facendo fatica a restare fermo al suo posto, senza indietreggiare di un passo, anche se era stato quasi scaraventato a terra. «Pensavo che ti avrebbe fatto piacere…».
«Piacere? Eric, io non sono la prima puttana che ti è capitata davanti e non ho intenzione di diventarlo! Io non voglio farlo con te!» scandii l’ultima frase parola per parola, prima di ripetere: «Vattene!».
Il vampiro questa volta non poté opporre ancora resistenza, così si voltò e si diresse fuori dalla camera; poco dopo sentii chiudersi la porta principale con uno schianto. Iniziai a piangere, affogando le lacrime il più possibile nei cuscini, ma la tristezza che mi aveva assalita quando Eric se n’era andato era stata sopraffacente.

La sveglia indicava mezzogiorno e ventisette minuti.
Mi girai su un fianco e strinsi gli occhi, nella speranza di riaddormentarmi subito dopo e di poter stare tranquilla sotto le coperte ancora per qualche ora.
Sentii una mano delicata scendere dalla mia spalla fino alla vita, da dietro di me. Mi voltai e mi trovai davanti Eric; sembrava splendesse di una strana luce attraente e le sue parole si fecero strada dentro di me come mai era successo prima: «Allora, dolcezza, cosa vuoi fare? Ho una sorpresa speciale solo per te e sono certo che ti piacerà da morire!».
«Mi hai incuriosita. Dai, dimmi di cosa si tratta!».
«Beh, prima bisogna sciogliere la tensione… ti vedo molto tesa» e così dicendo fece scendere nuovamente la mano fino alla vita e poi sotto le coperte che mi nascondevano a metà, insinuandosi tra le mie cosce senza trovare ostacoli.
«E poi…» aggiunse, appoggiandosi su un gomito e guardandomi dall’alto. «Credo che bisognerebbe iniziare con un classico, prima di giungere alla sorpresa».
Si avvicinò al mio volto e mi baciò intensamente; ricambiai quel bacio con tutta la passione di cui ero capace, finché lui si scostò e concluse: «Ora viene il bello!».
Estrasse i canini e si avventò sul mio collo.

Mi svegliai di soprassalto, sentendo il cellulare suonare insistente dal comodino, dove avevo posato la borsetta, e nel tirarlo fuori notai che la sveglia indicava le due del pomeriggio. Accettai la chiamata di Irene e inserii il microfono, così che mentre parlavo con lei potevo anche fare ordine nella stanza.
«Fra, stai bene?» mi chiese subito.
«Sì, tranquilla. Ieri sera Eric mi ha sorvegliata tutta la notte, poi stamattina mi ha accompagnata a casa, ma erano le otto e non avevo chiuso occhio, così non me la sono sentita di venire a scuola. Stavo recuperando le ore perdute, ma tu mi hai svegliata… cattiva, Nene!» la rimproverai, scherzando.
Intanto notai che era rimasta la camicia di Eric in fondo al letto, ma che almeno era riuscito a infilarsi i pantaloni prima che lo scacciassi brutalmente. La raccolsi e il suo profumo mi avvolse: era l’odore dell’oceano in inverno, probabilmente il Mare del Nord vicino a cui viveva da umano; quella fragranza era particolare e feci in modo, con un incantesimo, che tutti i miei abiti avessero quella profumazione buonissima che rievocata tanti ricordi del mio passato.
«Beh, ma cosa avete fatto tutto il tempo? Ti sei forse data alla pazza gioia con lui, Fra?» insinuò intanto Irene, perspicacemente.
«Beh, ammetto che ci siamo baciati. La prima volta è stato lui a farlo partire, ma la seconda… Dovresti provare come bacia! È un vero maestro di quell’arte!» lodai il vampiro, poi mi resi conto che avrei dovuto essere arrabbiata con lui.
«Davvero?» Irene era stupefatta.
«Oddio! Non ci credo!» esclamai invece io.
«Cosa succede, Fra?» la voce di Irene si era fatta preoccupata.
«Dopo avermi riaccompagnata a casa, mi ha portata dentro col mio permesso perché non mi reggevo in piedi, ma poi ci ha provato di nuovo e io l’ho cacciato. Sono arrabbiata per il suo comportamento, ma non capisco come mai sono così… così… così gentile con lui! A meno che…» un sospetto agghiacciante mi passò per la testa.
«“A meno che” cosa?» ripeté Irene.
«A meno che lui non mi abbia dato il suo sangue! Ma certo, tutto quadra! L’ho sognato, lo elogio, sono attratta da lui, mi sento bene con lui… deve di sicuro avermi dato un po’ del suo sangue! Però non so quando…».
«Quando sono cominciati i sogni?» Irene aveva assunto un atteggiamento da esperta.
«Beh, da prima che Luca se ne andasse; saranno circa tre settimane, se non un mese buono, ma non credo che quel sogno fosse dovuto al sangue: era già stato un sogno di Sookie e quindi è possibile che fosse solo un mio ricordo. Invece questa notte gli ho chiesto una birra, però prima che lui me la portasse mi sono addormentata. Mentre stavo per abbandonarmi al sonno ho sentito un suono che mi pareva quello dei suoi canini che spuntavano; potrebbe aver messo qualche goccia di sangue nella birra, che mi sono scolata tutta e quindi l’ho ingerito completamente. Che stupida!» esclamai in conclusione e mi tirai uno schiaffo.
«Dai, Fra, non potevi prevederlo!» cercò di discolparmi la mia migliore amica.
«E invece avrei dovuto! Eric ha fatto di tutto per entrare nelle mie grazie, così il compito è molto più semplice di prima, perché ha già fatto breccia e non deve far altro che spingere ancora un pochino e il muro andrà in pezzi! Stronzo figlio di puttana!».
«Okay, Fra, calmati!».
«No, Nene, non mi calmo! Ora vado là e mi incazzo di brutto! Vedrai che scenata gli faccio!».
«Ma non rischierai troppo?».
«No! Gli farò credere che è per come si è comportato stamattina! Scusami, ti richiamo io!» chiusi la comunicazione.
Mi cambiai con uno schiocco delle dita e uscii di casa sbattendo la porta, poi mi precipitai da Eric e Bill e bombardai di pugni la porta finché il secondo venne ad aprirmi.
«Francesca! A cosa dobbiamo la visita?» mi accolse con un sorriso.
«Dov’è quel bastardo?» domandai in risposta.
«Oh! Cosa sentono le mie orecchie? Non starai per caso parlando male di me, vero?» rispose Eric, comparendo dietro a Bill.
«Tu!» esclamai, spostando da un lato il vampiro bruno e scagliandomi su quello biondo, che indietreggiò vedendo la rabbia nei miei occhi, fattisi neri come la pece. «Tu… lurido bastardo! Brutto coglione! Figlio di puttana che non sei altro! Come… come hai osato trattarmi in quel modo, eh? Come ti sei permesso di decidere di agire come meglio di andava senza pensare a me, senza che ti importasse di me?».
«Ehi! Calmati, eh? Da dove è uscita questa Francesca arrogante e molto maleducata?» cercò di scherzare lui.
«Vaffanculo, Eric! Non riuscirai a convincermi un’altra volta né mai ci sarà un’altra volta come quella di ieri al tuo fottutissimo bar! Con stamattina hai perso ogni speranza che avevi e ti assicuro che non sarai mai in grado di scalfire il muro che in questo momento si è formato tra te e me! Mai!».
Uscii sbattendo la porta e senza voltarmi me ne tornai a casa mia.



Adoro il momento nell'ufficio... Perché, mi chiedo, PERCHE' l'ho fatto fermare???
A presto!!! KiSsEs 

Nessun commento:

Posta un commento