Attenzione! Questa storia è di pura fantasia, quindi qualunque riferimento a persone realmente esistite o esistenti o a fatti accaduti che sembrino quelli qui narrati non sono nulla che abbia a che fare con questo. Le persone interessate maggiormente da questa storia sono a conoscenza della sua esistenza e non hanno avuto da ridire al riguardo. Perciò, se vi pare di trovare somiglianze con la realtà, sappiate che non è la realtà, anche perché ancora non abbiamo conosciuto alcun vampiro, lupo mannaro, strega, fata, etc. =D
Questa pagina è dedicata alla quarta parte, il quarto anno, della mia storia Fantasia.
Qui metterò delle parti della mia storia senza un motivo universale.
Buona lettura.
FaFFa
Primo capitolo, o meglio, parte di esso...
Mercoledì 29.06.2011 ore 22.45
Capitolo 1: Conoscenza
Milano, capoluogo della Lombardia.
Shopping a tutto spiano. Giri per negozi. Borse, sacchetti e portafogli che ti riempiono le mani.
E alla fine tutti al ristorante più famoso, lussuoso e costoso della città!
«Ehi, tesoro,
pensi che abbiano preparato anche una torta per festeggiarti?».
«Mi auguro di
no: Alice dà di matto quando si tratta di feste!».
Per il mio
compleanno, Luca ed io avevamo deciso di dedicare una giornata intera allo
shopping in centro a Milano, ignorando le proteste di Alice, che voleva venire
con noi a tutti i costi. Accettammo solo la presenza extra di Renesmee, cui
volevo far visitare da cima a fondo il centro, oltre ai negozi più cool e alla
moda che c’erano nelle vie.
Partimmo da
casa verso le otto del mattino con la mia Ferrari e arrivammo in nemmeno mezz’ora
al grande capoluogo, dove ci lanciammo in una corsa sfrenata di acquisti a
tutto spiano. Infatti, già verso le dieci Luca aveva le braccia stracariche di
borse piene, tanto che alla fine Nessie ed io dovemmo accettare di portarne
qualcuna anche noi.
Avevamo scelto
il ristorante più costoso della città per pranzare con comodo e avevamo prenotato
un tavolo solo un mese prima, perché tanto bastò nominare qualche piccola somma di denaro in più che
quello si era materializzato dal nulla. Verso mezzogiorno ci recammo al ristorante, ma proprio quando ci
stavamo per entrare mi squillò il cellulare, così risposi mentre gli altri due andavano
a sedersi al nostro tavolo.
Era Sofia, che
mi chiedeva spiegazione per l’sms che aveva ricevuto quella mattina, lo stesso
che avevo mandato a tutte le mie amiche e compagne di classe perché mi sentivo
particolarmente in vena di fare regali.
«Ciao Sofy!»
esclamai, appena accettata la chiamata.
«Ciao Fra. Mi
spieghi che vuol dire la tua frase: “Dimmi cosa vorresti che ti regalassi”?
Sbaglio o è il tuo compleanno?» mi
rispose la voce dolce della mia amica dall’altro capo del telefono.
«Beh, quello
che ho scritto: un regalo che desideri ti sia fatto lo avrai pure, no? Non mi
sembra così difficile da capire…».
«Non è quello
il punto! Tu sai benissimo qual è l’unica cosa che mi farebbe davvero felice!».
«So che far
tornare insieme i tuoi sarebbe l’ideale, ma non posso farlo io… devono farcela
da soli!».
«Lo so,
purtroppo! Comunque non voglio un regalo, Fra; sono io che devo farne uno a te,
visto che compi diciannove anni, quindi non me lo chiedere di nuovo!».
Ci pensai su
qualche secondo. «È la tua risposta definitiva? Vorresti che i tuoi tornassero
ad andare d’amore e d’accordo?» le chiesi alla fine.
«Sì!» rispose
lei, decisa come non mai.
«Okay, ci farò
su un pensierino e poi ti farò sapere!» sorrisi.
«Qualsiasi
idea buona è la benvenuta!».
«Naturalmente!
Ci vediamo a scuola, okay? Baci! Ciao!» la salutai.
«Ciao!» mi
rispose, poi riattaccò.
Riposi il
cellulare nella borsetta e feci per entrare nel ristorante, quando vidi due persone
che mi fecero venire la pelle d’oca, in contemporanea con un brivido indefinibile
che mi scese lungo la spina dorsale.
Fissai i due
uomini che mi stavano passando accanto: Non
uomini… pensai subito, vampiri!
Quello dai
capelli castano scuro alzò lo sguardo in quel momento e incontrò il mio, che si
fece subito un po’ spaventato e anche arrabbiato, oltre allo stupore iniziale.
Seguii i due con gli occhi finché non si mescolarono alla folla, così come il
bel vampiro bruno fece con me.
Mentre correvo
dentro il ristorante, sentii i suoi pensieri: Quegli occhi… sono quelli di Sookie!
Dio! pensai io di rimando.
Arrivai al
tavolo ed esclamai: «O ce ne andiamo o ci mettiamo a pregare…». Completai la
frase mentalmente: …Perché Bill Compton
ed Eric Northman non mi seguano qua dentro!
«Grandioso!»
esclamò Luca.
«Chissà che
choc è stato per loro vederti!» disse invece Renesmee.
«Beh, non
siamo proprio uguali…» precisai.
«Quindi non
sanno che…» Nessie si bloccò, guardando alle mie spalle. «La prossima volta pregherò
di più!».
Non provai
nemmeno a voltarmi, perché i pensieri di Bill ed Eric erano più che chiari.
Io a volte proprio non capisco Bill… Dice di
aver visto una ragazza con gli stessi occhi di Sookie e mi tira dentro un
ristorante? Deve essere impazzito! Eric si stava guardando intorno nel locale,
cercando di immaginare quale fossi tra tutte le ragazze.
Io mi sedetti
dando attentamente le spalle all’ingresso e a tutti i tavoli della sala, per
evitare di essere vista dai due.
È qui, me lo sento! È molto vicina! pensava
invece Bill, con uno sguardo più attento di quello dell’amico. Appena notò la
cascata mora dei miei capelli mossi, annunciò a se stesso: Eccola!
Ai due vampiri
si avvicinò subito un cameriere, che chiese: «La vostra prenotazione?».
«Ehm… stiamo
solo cercando una persona…» rispose Eric, evasivo.
«Certo,
scusatemi» li lasciò l’uomo.
«La vedi?»
chiese il biondo vampiro a Bill.
«Oh, sì!»
rispose lui. «Dritta davanti a noi, la ragazza di spalle».
Ci volle tutta
la mia forza di volontà più le riserve extra per restare ferma sulla sedia
senza nemmeno un piccolo sobbalzo, mentre i due mi trafiggevano con i loro
sguardi centenari come se mi stessero spogliando con gli occhi – cosa che
probabilmente stavano facendo, ma non volevo neanche provare a scoprirlo!
«Non le
somiglia nemmeno un po’…» commentò Eric.
«Ma i suoi
occhi…» gli rispose l’altro, lasciando però la frase a metà.
«E che stai
aspettando? Vai da lei e parlale, no?».
«Non credo sia
una cosa normale da fare qui!».
Sentendoli, ordinai
a Luca: Baciami… fa’ qualcosa di
romantico… dimmi che sono bellissima… che mi ami… che anche se sono preoccupata
per… per… che ne so… per Lucia… tutto si sistemerà… che quando sono preoccupata
sono ancora più bella, ma che sorridendo mostro tutta la mia bellezza più nascosta…
Forza, parlami sottovoce!
«Lucia mi sta
facendo preoccupare sempre di più… Doveva chiamarmi ieri sera, ma non l’ho
sentita. Vorrei tanto sapere come sta sua madre!» improvvisai poi, rompendo il
silenzio che era sceso tra noi all’esclamazione di Renesmee.
«Dai Fra, non
pensarci! Vedrai che si sistemerà tutto e presto sia Lucia sia sua madre
staranno bene e torneranno a casa! Non preoccuparti troppo, amore… anche se
quando sei preoccupata sei bellissima, è con il sorriso che risplendi come una
stella! Forza, fammi un bel sorriso!».
Imitai un
mezzo sorriso, addolorato per l’altra metà.
«Ti amo…» mi
sussurrò Luca, prima di avvicinarsi a me e di baciarmi intensamente.
Sentii la
rabbia crescere esplosiva in Bill e anche in Eric, solo in modo più controllato;
non saprei dire chi dei due soffrì di più per quello spettacolo, ma
probabilmente – anche se non lo avrebbe mai ammesso – stava peggio il bel
vichingo.
«Come osa
quel…» esclamò il vampiro bruno, accennando un passo verso di noi.
«Ehi, Bill!
Fermo!» lo bloccò quello biondo, afferrandolo per un braccio e tenendolo
stretto.
«Lasciami,
Eric! Quel bastardo non deve permettersi di baciarla!».
«Non è Sookie,
Bill! Non può essere lei!».
Chiamai un
cameriere e gli diedi le nostre ordinazioni, poi, quando fu in cucina, lo feci
tornare in sala con un incantesimo e lo mandai direttamente dai due vampiri, cui
disse: «Scusate signori, ma dovete lasciare il locale!».
Bill ed Eric
non poterono che uscire, ma continuarono a seguire ogni mio movimento per tutto
il tempo da una delle finestre, cercando di non essere notati.
Pranzammo il
più lentamente possibile, cercando in contemporanea di non far capire che era
proprio nostra intenzione, ma intanto io pensavo a tutti i possibili piani per
andarcene senza essere seguiti dai due vampiri.
Alla fine scelsi
l’idea di far arrivare la mia Ferrari davanti al ristorante appena usciti e di
fingere di possedere un autista, che sarebbe stato solo intravisto dall’esterno,
mentre in realtà a guidare ero io con un incantesimo. Poi, appena fossimo stati
abbastanza lontani, mi sarei spostata davvero al volante, guidando fino a casa.
«Pregate
perché questa volta vada tutto bene!» dissi a Luca e Renesmee mentre ci
alzavamo per andare a pagare il conto esorbitante. Loro non capirono cosa
intendessi finché non spiegai il piano nelle loro menti.
Mentre Luca
pagava, io mandai un messaggio a Edward:
Abbiamo
incontrato Bill ed Eric. Credo sia meglio che siate pronti ad accoglierci al
nostro ritorno. Saremo a casa tra una ventina di minuti… Pigerò un po’ sull’acceleratore.
Di’ ad Alice
di preparare tutto per una festa. Non vorrei essere disturbata dai due vampiri
che ci seguiranno al novantanove per cento, quindi, se ci danno fastidio, avrò
un pretesto per arrabbiarmi!
A dopo.
Francesca.
«Fatto?»
chiesi al mio ragazzo, mentre riponevo il cellulare in borsa e poi schioccavo
le dita per far arrivare l’auto.
«Sì. Hai
avvertito Juan?» Era il nome che mi ero inventata per il nostro autista.
«Certo! Sarà
qui a momenti, non ci ha lasciati molto lontano».
Uscimmo dal
ristorante e in quel momento la mia Ferrari si fermò davanti a noi, continuando
a fare le fusa come un gatto o una tigre pronta a correre. Salimmo tutti e
prima di chiudere la porta posteriore dissi all’inesistente autista: «Portaci a
casa, Juan. Per oggi abbiamo speso abbastanza».
L’auto partì
ruggendo felice, ma appena imboccammo l’autostrada mi portai sul sedile
anteriore per guidare davvero.
«Spiegaci
qualcosa in più su di loro» m’incoraggiò a quel punto Nessie.
«Loro sono
Bill Compton ed Eric Northman, due vampiri che ho conosciuto quando ero Sookie
Stackhouse e la coesistenza tra umani e vampiri esisteva già da due anni…»
iniziai a spiegare.
«Stai dicendo
che vengono dal futuro?» mi chiese Luca.
«Sì, ma credo
sia una situazione più sfalsata, una specie di universo parallelo, perché i
vampiri si sono rivelati solo all’inizio di quest’anno… Mi chiedo come Bill ed
Eric ne siano usciti… chissà!» spiegai.
«E loro ti
stanno cercando come Sookie…» commentò Renesmee.
«Sì. Avete
sentito Bill, prima: stavamo insieme, poi però ci siamo lasciati, perché all’inizio
mi stava solo usando, anche se in seguito si era davvero innamorato di me. Poi
è successo che me ne sono andata e allora evidentemente lui ed Eric sono
partiti per cercarmi».
«Che cosa c’entra
Eric?» mi chiese Luca.
«Eric mi
amava, ma io avevo scelto Bill prima ancora di conoscerlo… Sì, mi attraeva e
ammetto che alla fine l’ho preferito all’altro vampiro, ma inizialmente io
amavo solo Bill e non volevo dividermi
in due per lui… anche se in parte l’ho fatto, perché bevendo un po’ del suo
sangue per salvarlo si è creato un legame tra noi e mi faceva avere visioni di
noi due, insieme, per cercare di farmi cambiare idea. Tempo dopo che Bill ed io
ci siamo lasciati, Eric è riuscito a ingannarmi per sposarmi con un antico rito
dei vampiri e quindi potermi proteggere. Con il tempo da parte di entrambi il
nostro rapporto è migliorato e credo che sia diventato davvero amore ciò che c’era
tra noi, problemi vampireschi a parte, però non è stato per niente corretto, con
tutti i nostri legami di sangue… sono arrivata a non capire più se era vero o
no!».
«Hai ragione!
È stato un gesto malvagio cercare di strapparti a chi ti amava e che tu
ricambiavi, anche se poi vi eravate lasciati!» esclamò Renesmee.
«Ormai è acqua
passata! È inutile rimuginarci ancora su, anche se quei due hanno fatto puntualmente
la loro comparsa!» le risposi.
«Ti riferisci
al fatto che è il tuo compleanno?» mi chiese Luca.
«Esatto. A
sedici voi lupi, a diciassette voi Cullen, a diciotto i Salvatore e oggi Bill
ed Eric… finiranno mai di assillarmi i miei compleanni?» mi chiesi.
«La risposta
potrà darcela solo il tempo!» mi rispose Renesmee, seria.
«Il tempo…» ripetei, sarcastica. «Il
prossimo anno ne faccio venti!».
Nell’abitacolo
calò un silenzio molto imbarazzante, ma non provai nemmeno a spezzarlo.
Arrivammo a
casa in poco più di quindici minuti, ma sembrava che fosse passata qualche ora:
il mio giardino era stato addobbato con eleganza e grazia e festoni colorati
partivano dall’inizio della strada fino al nostro cancello. Lungo la via
diverse auto lussuose erano parcheggiate ordinatamente, ma non capii a chi
appartenessero, anche se qualche modello mi sembrò di conoscerlo.
Parcheggiai
fuori casa e scendemmo tutti e tre, prendendo anche le borse dello shopping;
Alice ci venne incontro, raggiante.
«Finalmente!
Ce ne avete messo di tempo a tornare!» esclamò.
«Ci abbiamo
messo il meno possibile!» ribattei.
«Beh, io
sapevo che sareste tornati prima, anche se non ne conoscevo il motivo, e così
mi sono preparata in anticipo!».
«Come mai io
non sapevo della visione?».
«E cosa ne so
io? Comunque ho organizzato una sorpresa che sono certa ti piacerà!».
«Alice, sai
benissimo che odio le sorprese!».
«Sì, ma questa
ti farà impazzire!» e così dicendo si portò alle mie spalle e mi coprì gli
occhi con le sue mani gelate.
«Alice!»
esclamai, non sopportando la cecità momentanea.
«Ti prego, non
sbirciare!» mi chiese, supplice.
«Ma Alice,
perché?» ribattei.
«Lo scoprirai
presto…» Mi condusse dentro la mia casa – la mia villetta costruita dopo quella
dei miei genitori –, dove avvertii la presenza di più di quaranta persone, che
però cercai di non riconoscere.
Poi,
all’improvviso, Alice tolse le mani e tutti i presenti esclamarono: «Buon compleanno!».
Davanti a me,
c’era una grande folla di gente che avevo visto l’ultima volta in un film:
attori e attrici venuti per la maggior parte da Hollywood e lì per festeggiare
con me, ma ognuno di loro aveva alle spalle una storia molto più intricata
della trama di un film.
Erano stati scelti
per le loro interpretazioni anche riconoscendoli istintivamente come i personaggi
reali; c’erano tutti i miei amici mutanti – quelli di X-Men –, i Re e le Regine di Narnia, gli antichi eroi di Troia, gli
Dei di Asgard, gli scienziati dello S.H.I.E.L.D., Tony Stark cioè Iron Man,
Pepper Pots, James ‘Rodney’ Rodes e Harold ‘Happy’ Hogan, tutti gli amici di
Gotham City, i Maghi e le Streghe di Hogwarts, le quattro Sirene australiane
Cleo, Rikki, Emma e Bella con i loro rispettivi ragazzi, i fantastici abitanti
di Wonderland, i pirati del mar dei Caraibi, i semidei del Campo Mezzosangue, gli
Stregoni Balthazar Blake, Veronica
Gorloisen e David ‘Dave’ Stutler con la sua ragazza Rebecca
‘Becky’ Barnes e anche i tre Arcangeli in persona – senza le ali, ingombravano
troppo! xD
«Io… non ci
credo!» esclamai, portandomi una mano a coprire la bocca spalancata per la sorpresa.
«Alice, tu sei… la migliore!».
«Grazie,
tesoro, ma il merito è anche loro, che sono venuti qui ieri con il poco preavviso
di un giorno, ma soprattutto è di Renesmee e Luca, che ti hanno trattenuta
tutta la mattina senza svelarti nulla della sorpresa!» mi rispose la piccola
vampira.
«Allora grazie
a tutti quanti!» ringraziai i presenti, poi mi voltai verso Luca, alle mie
spalle, e gli sussurrai: «Grazie a te, amore!», poco prima di baciarlo.
I flash
scattarono a decine, ma non me ne preoccupai per niente, perché volevo che quel
momento rimanesse per sempre.
Alice ci
costrinse a dividerci perché voleva che tagliassi la sacher costruita a cinque
piani che aveva fatto preparare, una bomba di cacao con ripieno di marmellata
alle albicocche e una cascata di cioccolato che la ricopriva tutta. Fu
sufficiente per tutti solo dividendola a fettine, ciascuna di tre centimetri al
bordo.
Dopo un’ora di
festeggiamenti in giardino, dove ci eravamo spostati per stare più comodi,
l’arrivo di due auto che non davano certamente poco nell’occhio – una Corvette
rossa e una Cadillac nera – distrussero completamente la mia felicità;
parcheggiarono davanti alla prima casa della via, quella dove la mia bisnonna
era vissuta per quarant’anni prima di spostarsi nella casa di mia nonna materna,
sua figlia.
La siepe ci
permise di rimanere nascosti alla loro vista, ma non potevo sperare che non sarebbero
venuti a farci visita, presto o tardi che fosse. Non riuscii a divertirmi per
il resto della mia festa, anche se a tutti mostravo un sorriso cordiale e
sereno, ma in realtà il mio umore era tornato a essere nero e fu solo grazie a
Jasper, che mi aiutava a restare tranquilla, che non esternai i miei sentimenti
reali.
Molto tardi,
quella sera, la festa iniziò a volgere al termine. Ero passata da un amico
all’altro, chiacchierando del più e del meno, del nostro passato e di quello
che era successo da quando me n’ero andata, oppure di possibili novità…
Tony Stark mi
chiese di concedergli una particolare novità per le sue armature, cioè la
possibilità di essere schermato dai proiettili e dai colpi delle varie armi
(«Sì, e poi ti farò diventare invisibile e già che ci siamo ti farò anche
prendere fuoco a comando» commentai, ridendo). Bruce Wayne mi chiese di
incantare la maschera in modo da permettergli di avere varie funzioni, come
vedere a infrarossi o a raggi X. Invece Thor mi domandò cosa avrebbe dovuto
fare per rivedermi di nuovo ad Asgard, da cui mancavo ormai da circa tre anni,
dopo il mio ultimo “salutino veloce” durato due settimane.
Le sirene mi
chiesero se nei paraggi ci fosse un bel posto adatto alla loro seconda vita e
Achille mi riferì che Hollywood era uno schianto e lui se lo stava godendo
appieno, crogiolandosi nella fama conferitagli dal suo ultimo film. I miei
angeli custodi mi fecero una sfilza di domande, come se fosse un terzo grado,
accertandosi che rispettassi sempre i miei doveri nei confronti della fede – le
mie risposte li lasciarono un po’ allibiti, alle volte, ma era la verità – e
tutti i vari Maghi presenti mi vollero riferire le proprie novità personali e
quelle più generiche e ripetitive.
Charles Xavier
ed Erik Lehnsherr mi costrinsero a raccontare a tutti di una vita da me passata
che non aveva rappresentanti presenti in quella stanza. Nonostante la scelta
fosse ampissima, optai per narrare del legame esistito tra me e Leonardo Da
Vinci, di come ci eravamo innamorati e avevamo poi avuto una dolce bambina con
le doti creative del padre e la
Magia della madre.
Quindi io e
Percy ci sfidammo a duello, ma ammetto che fu uno scontro dispari, perché io muovevo
semplicemente le dita della mano e la mia spada si muoveva da sola, anticipando
precisamente il semidio di almeno un secondo – non che lui si stesse veramente
impegnando, ma ritrovarsi con una spada puntata alla gola non è esattamente
favoloso –; quindi fu la volta del Cappellaio Matto fare da portavoce per tutta
la comunità del “Paese delle Meraviglie” – o “Sottomondo”, secondo loro – e mi
annunciò che la Regina Bianca
si era appena sposata con il Principe del “Paese dei Balocchi” e che, essendo
in luna di miele, mi mandava i suoi auguri senza poter venire di persona.
Com’era
prevedibile, Lucy Pevensie mi saltò al collo per la gioia, nonostante avesse
ormai già superato da un pezzo l’età adatta per certe scenate – è nata sei mesi
prima di me nella sua reincarnazione –, così che Peter e Caspian dovettero
costringerla a staccarsi con la forza; la ringraziai gentilmente, senza farle
pesare il profondo gesto d’affetto che mi aveva elargito e che avevo molto apprezzato,
ma lei si sentì così in colpa che mi sussurrò in un orecchio che ogni tanto,
nel sonno, Caspian mi nominava ancora.
Alla fine Jack
Sparrow – o meglio, il Capitan Jack
Sparrow, che si incavola se non lo chiami così… – mi portò i saluti generali
della famiglia Turner, che non poteva andare sulla terraferma ancora per un
paio di anni, e mi presentò con una delle sue strambe frasi enigmatiche la sua
donna di turno, una ragazza bassa e con gli occhi azzurri, ma con i capelli
neri come la pece, che si chiamava Mirana. Prima che si allontanasse, gli dissi
in un orecchio che gli conveniva non scherzare con lei, perché era un’ottima
strega che si aspettava parecchio da lui e lo avrebbe trasformato anche in un
rospo se fosse rimasta delusa.
Alle nove però
suonarono al campanello.
Andai ad
aprire di persona alla porta di casa, dopo aver aperto automaticamente il
cancelletto, e mi ritrovai davanti Bill ed Eric. Fui tentata di sbattere loro
la porta in faccia, ma la cortesia me lo impedì e allora chiesi, sorridendo a
malapena: «Cosa posso fare per voi, signori?».
«Siamo i
vostri nuovi vicini di casa e volevamo presentarci» mi rispose Bill. «Io sono
Bill Compton e lui è Eric Northman; veniamo dallo Stato della Louisiana e ci
siamo appena trasferiti nella prima casa della via».
«Oh, è un
piacere conoscervi. Io sono Francesca Pilotti» ribattei, stringendo loro la
mano. «Però questo è un momento un po’ sbagliato per invitarvi in casa, perché
stiamo festeggiando il mio compleanno e quindi non potreste fare granché,
soprattutto presentarvi. Domani però mi trovate nell’ultima casa in fondo alla
via, quella dei miei genitori, e non avrete alcun problema, okay?» Avevo reso
il mio rifiuto a farli entrare solo una questione di serata sbagliata, anche se
le mie intenzioni erano completamente diverse.
«Certo, non
c’è problema» acconsentì Bill.
«È stato un
piacere conoscerti, Francesca. Sei una ragazza davvero stupenda, sai?» aggiunse
Eric, guardandomi negli occhi e sperando di riuscire ad ammaliarmi.
«Per me è lo
stesso, signor Northman, ma elimini i complimenti dai discorsi con me perché il
mio fidanzato non ne sarebbe contento. Ora, se volete scusarmi, ho una torta da
tagliare e dei regali da scartare… ancora!
Arrivederci» e con quelle parole richiusi la porta alle mie spalle e tirai un sospiro
di sollievo, percependo i due vampiri che se ne tornavano a casa propria.
Quando era
ormai notte fonda, probabilmente verso mezzanotte,
forse addirittura la una, gli ospiti cominciarono a dare la buonanotte e ad
andarsene, tornando nei loro alberghi lussuosi per riposarsi un po’; alle due
eravamo rimasti in casa solo io, Luca, i miei genitori e le signore Cullen,
tutti intenti a pulire almeno un poco prima di andare a dormire e terminare il
tutto l’indomani.
Terminata la
pulizia principale, tutti quanti tornarono a casa loro, ma io e Luca decidemmo
di dormire lì dentro, in modo da avere un po’ di privacy almeno per quella
notte. Restammo a lungo sotto le coperte a coccolarci l’un l’altro e a
scambiarci dolci parole, ma alla fine la stanchezza ebbe la meglio e
sprofondammo nel sonno.
Il mattino
dopo ci svegliammo di colpo sentendo la sveglia del mio cellulare suonare
insistentemente, avvertendoci che era ora di alzarsi e prepararsi per andare a
scuola, che avevamo saltato il giorno precedente. Con un incantesimo
materializzai i vestiti per entrambi e cominciai a preparare la colazione; con
uno sbadiglio mentre entravo in cucina, misi un pentolino con del latte sul
fornello e lo portai a ebollizione, poi vi aggiunsi il cacao e mescolai il
tutto con un dito, servendo infine la cioccolata calda in un paio di tazze
finemente decorate.
«Com’è il tuo
primo giorno da post diciannovesimo compleanno, Fra?» mi chiese Luca.
«Come tutti
gli altri, direi. Non mi sento diversa, a parte forse un po’ d’ira verso quei
due stronzi vampiri che ci sono al numero 15 e che non sarebbero dovuti
arrivare proprio qui…» gli risposi.
«Sono
pienamente d’accordo con te, ma per ora non possiamo farci niente. Scusa, ma
come possono camminare al sole?».
La mia
espressione si fece imbarazzata: «Prima di cambiare vita, quando ero Sookie, ho
creato quattro anelli incantati che contenevano, sotto a una pietra che cambia
colore in base all’umore, una goccia del mio sangue. L’incantesimo complesso
che vi è incatenato rende l’effetto della goccia su tutto il corpo del vampiro,
che è protetto quindi dal sole, come succederebbe se bevesse il mio sangue, o
quello di fata; però la differenza è che in questo modo non hanno ucciso
nessuno e l’effetto si annulla solo togliendosi l’anello».
«Quattro? Loro
sono due».
«Ne ho fatto
uno per Eric, uno per Bill, uno per Pam, la progenie di Eric e suo braccio
destro, e uno per Jessica, giovane progenie di Bill. Erano i quattro vampiri
che mi stavano più a cuore quando me ne sono andata e quindi li ho fatti per
loro».
«Okay, ho
capito. Perché non ne annulli l’effetto?».
Le parole di
Luca mi colpirono come un pugno e mi fecero capire quanto odiasse veramente i vampiri
in generale. «Io non farei mai una cosa del genere per diversi motivi. Primo
tra tutti è il fatto che non voglio ucciderli, secondo, ho migliorato molto le
loro esistenze in questo modo e ho favorito, ad esempio, la relazione di
Jessica con il suo fidanzato umano Hoyt e terzo, sono profondamente convinta
che anche loro meritino un po’ di agio dopo tutto quello che hanno passato».
Con un gesto
perentorio della mano, feci capire a Luca che l’argomento per me era chiuso e
lui non ribatté minimamente, limitandosi a terminare la sua colazione.
«Ragazzi,
abbiamo un nuovo professore!» esclamò Nicole, appena io e Luca scendemmo dalla
mia Ferrari nel parcheggio della scuola.
«E chi
sarebbe?» le chiesi di rimando.
«È americano e
ci insegnerà inglese, perché la
Terreni è partita per un lungo soggiorno a Londra con il
marito…» spiegò.
«Aspetta, fammi
indovinare!» esclamai prima che dicesse il nome dell’insegnante. «Il nostro
nuovo prof si chiama… Compton?».
«Come hai
fatto ad azzeccarlo? Lo sapevi già?».
«Oh, merda!
Merda! Merda!» ripetei, stringendo i pugni e guardando il cielo, sperando che
mia cugina Moira non centrasse nulla per il suo bene.
«Che c’è, Fra?»
mi chiese subito la ragazza davanti a me. «Lo conosci? Devi assolutamente presentarmelo!
L’ho intravisto prima e secondo me è molto, ma molto bello per essere un
professore! È giovane, alto, bruno e attraente! Wow!».
La guardai di
traverso, cercando di capire come potesse una diciottenne pensarla in quel modo
di un vampiro di più di centocinquant’anni, ma poi mi resi conto che Bill ne
dimostrava solo trenta e che quindi era definibile “giovane” nella media dei
professori del liceo.
«È il mio
nuovo vicino di casa…» borbottai, sperando che non mi sentisse, solo che la
notizia per lei era troppo importante perché se la lasciasse sfuggire.
«Ma davvero? Caspita, Fra, ma casa tua è
il posto migliore del mondo, a quanto pare!» esclamò.
«Io non ne
sono per niente contenta, Nicky! Bill è l’ultima persona al Mondo che può
venire a insegnarmi l’inglese, okay? Lo so di sicuro meglio io di qualunque
madrelingua!» ribattei, incrociando le braccia al petto e avviandomi in classe.
«Ti supplico,
Fra, presentamelo! Dai!» Nicole mi seguì come un cagnolino.
«Vuoi davvero
incontrarlo di persona?».
«Siiiiì!».
«E allora
vieni con me: andiamo a farti conoscere il nostro nuovo professore!».
Prima di farmi
tirare dentro l’edificio scolastico dalla ragazza, guardai Luca e pensai: Tranquillo, vai pure in classe. Non mi farà
niente con Nicole nei paraggi e le starò appiccicata come una mosca alla carta
moschicida!
Lui annuì, non
del tutto rasserenato, ma non replicò e girò l’angolo diretto in classe.
Quando
arrivammo alla sala professori, Nicole esitò a bussare: «E se non è qui?».
«Tranquilla
che è dentro! Forza, bussa!» le risposi, brusca.
Il suo pugno
si mosse in direzione della porta, ancora indeciso, ma alla fine le nocche
colpirono il legno e si udì distintamente il toc toc che producevano.
Più di un
professore rispose: «Avanti» e noi due entrammo.
«Scusate il
disturbo. Stiamo cercando il professor Compton; è qui?» chiesi.
«Sì,
Francesca» rispose la voce fredda e profonda di Bill dalla nostra destra: era
fermo accanto alle varie cassette dei professori e non lo avevamo notato.
«Ci scusi,
professore, ma la mia amica Nicole voleva fare la sua conoscenza e magari
trovare un momento libero per entrambi in cui la potrebbe intervistare per il
giornalino della scuola. Sa… lei è la direttrice» precisai, guardando Nicole.
Alla ragazza
brillarono gli occhi per quello che avevo appena detto e ribadì: «Dalle due io
sono libera tutti i giorni, professore. Mi dica lei quando è disponibile».
«Beh, oggi ho
l’ultima ora con voi, se non sbaglio, perciò se per te va bene, Nicole, ci
fermiamo in classe dopo le lezioni e risponderò a tutte le tue domande».
«Oh,
professore, sarebbe fantastico! Grazie, grazie mille!».
«Non c’è di
che. Ora andate o farete tardi per la prima ora. Arrivederci».
«Arrivederci»
lo salutò Nicole e io accennai un saluto con una mano, ma Bill mi fermò:
«Fra?».
«Sì, prof?».
«Ho saputo
dalla tua insegnante precedente che sei molto brava in inglese. Posso sapere
come è possibile che le tue verifiche siano impeccabili, degne di un vero
inglese?».
«Direi
piuttosto di un americano, prof. Ho avuto l’occasione di passare diverse volte
i mesi estivi in America, visitando ora questa, ora quella città, e inoltre ho
iniziato a imparare l’inglese da poco dopo aver cominciato con l’italiano e
quindi è come se fossi cresciuta in due paesi in contemporanea. Tutto merito di
mia madre, che con l’inglese è un asso!».
«Beh, ti
ringrazio per la spiegazione. Sei mai stata in Louisiana?».
«Certo che sì!
Ho visitato Baton Rouge, New
Orleans e altre città importanti, come Shreveport, ad esempio; quel posto mi è
rimasto impresso perché aveva un nonsoché di speciale, di… di magico!» gli
raccontai, facendo riemergere i suoi dubbi riguardo alla mia identità. Diedi
una sbirciata all’orologio e dissi: «Prof, mi scusi, ma devo proprio scappare.
Ci vediamo dopo» e così dicendo uscii dalla sala professori e tornai in classe,
proprio mentre arrivava la professoressa Macchi di Matematica.
E' l'inizio del quarto libro, come è iniziato il viaggio eterno di Francesca ed Eric. Era solo un momento di passaggio, tutto qui.
Baci baci.
FaFFa
Martedì 05.07.2011 ore 20.28
Capitolo 2: Eric❤
Direi che il soggetto di questo capitolo è chiaro per tutti... E' un po' lunghino, dopotutto è l'unico che ho completato di Fantasia 4.0, quindi...
Beh, è il mio terzo capitolo preferito, dopo il 3° e il 4°, ovviamente!!! ❤❤❤
Buona lettura!
FaFFa❤
«Eric…».
Stavo entrando nella camera del vampiro, che
trovai seduto sul suo letto con le guance rigate di lacrime di sangue, che gli
erano cadute in parte anche sul petto nudo.
«Godric è morto, vero?» mi chiese quando gli
fui davanti, ma senza alzare lo sguardo, la voce rotta.
«Sì…» sussurrai in risposta. «Mi dispiace
davvero tanto!».
Mi chinai e gli alzai delicatamente la testa
con una mano. Ci guardammo negli occhi, poi mi avvicinai di più a lui e gli
diedi un bacio per guancia. Quindi feci per raddrizzarmi, ma lui mi prese un
polso e mi fermò, costringendomi a riabbassarmi.
I nostri sguardi s’incrociarono di nuovo, poi
però fummo attratti uno dall’altro e ci baciammo. Senza dividerci, ci sdraiammo
sul letto, io sotto e lui sopra, e continuammo a baciarci finché non gli
spuntarono i canini.
Non resistendo a un impulso represso da
tantissimo tempo, li toccai, poi, consapevole di quello che lui desiderava, girai
la testa verso sinistra, lasciando il collo scoperto.
Lui subito si abbassò famelico su di esso e
mi morse.
Mi svegliai di
soprassalto; spalancai gli occhi e intorno a me vidi solo la mia camera, così
compresi che avevo sognato quello che era già stato un sogno di Sookie.
Accanto a me,
Luca dormiva beato con un sorriso sulle labbra, ma non volli scoprire a cosa fosse
dovuto. Mi alzai dal letto facendo meno rumore possibile e mi diressi in bagno,
dove, dopo essermi guardata allo specchio, presi una decisione.
Mi vestii, con
passo felpato e leggero raggiunsi la porta d’ingresso, che aprii con un
incantesimo senza che facesse il minimo cigolio. Una volta uscita in giardino mi
resi conto che alle quattro del mattino, anche se in pieno maggio, faceva
davvero freddo; però non ci pensai che per un secondo, perché ero troppo
impegnata a fingere di chiudere a chiave e in contemporanea a farlo davvero con
un altro incantesimo.
Quindi uscii
dal cancelletto di ferro in strada e mi diressi velocemente verso casa Compton.
Una volta davanti alla porta, notai che mancava ancora il campanello e
bisbigliai: «Merda! Mi tocca bussare!».
Alzai la mano
a pugno e la mossi verso la porta di legno massiccio, sperando che mi
sentissero da dentro, anche se erano due vampiri. Prima di toccarne la superficie,
però, la porta si spalancò e Bill mi bloccò il braccio per evitare che lo
colpissi con un pugno.
«Oddio! Scusami!»
esclamai.
«No, non fa
niente. Stavi bussando ed io ho aperto. È colpa mia» mi rassicurò lui.
«Ma… come
sapevi che ero qui fuori?».
«Ti ho sentita
che ti lamentavi della mancanza del campanello. Hai ragione, ma abbiamo avuto
un sacco di problemi e la casa da sistemare e non ne abbiamo ancora avuto il
tempo. Mi dispiace».
«Oh, va be’!
Senti, sorvolando sulla domanda “come mai siamo tutti svegli?”, sono qui solo
per un motivo molto urgente: devo parlare subito con Eric» esordii.
«Certo. Sei
fortunata: oggi il locale l’ha chiuso prima ed è già tornato».
«Lo so,
altrimenti non sarei qui».
«Ah. Beh,
entra pure. Vieni» Mi guidò fino alla porta di una camera da letto e aggiunse,
prima di andarsene: «Vi lascio soli, allora».
Lo guardai
sparire nella sua stanza e quindi bussai alla porta. Non ottenni risposta, così
la socchiusi ed entrai. C’era tutto quello che ci si aspetta di vedere in una
comunissima camera, letto compreso. Del vampiro però non c’era traccia. Sentii
l’acqua scorrere oltre la porta alla mia sinistra e mi avvicinai, notando che
era semi-aperta.
Entrai nel
bagno mentre Eric usciva dalla doccia, nudo e bagnato fradicio. Non potei
evitare di ricordare i momenti intimi e dolci che aveva passato con Sookie,
pensando istintivamente che mi stavo perdendo un bell’esemplare maschile.
«Scusami,
Eric!» esclamai un secondo dopo, voltandomi verso la stanza da cui arrivavo.
«Non fa niente,
Fra. Per me non è un problema, non è la prima volta che una donna mi vede nudo,
cosa credi?» mi rispose lui, tranquillo.
«Lo immagino…»
Tornai nell’altra stanza e mi sedetti sul letto, aspettando pazientemente che uscisse
dal bagno vestito, ma lui non si fece molti problemi e mi seguii senza nemmeno
prendere un asciugamano, lasciando dietro di sé una scia di goccioline d’acqua.
Cercai di non
guardarlo, osservando la stanza nei minimi dettagli, ma me lo trovavo davanti ovunque
guardassi: era una visione da mozzare il fiato, a partire dal suo sedere,
perché aveva i glutei più belli che avessi mai visto. Anche Sookie aveva
pensato lo stesso: in una gara mondiale di glutei, Eric avrebbe vinto a mani
basse.
«Senti, Eric,
potresti metterti qualcosa? Mi fai venire la pelle d’oca e sinceramente io non
ho intenzione di vederti nudo tutto il tempo!» esclamai a un certo punto.
«Perché, non
ti piaccio?» m’istigò, indicando il proprio petto scolpito e scendendo per
indicare le parti migliori.
«Oh, beh…
Eric, io sono fidanzata e certe cose proprio non posso farle, okay? Quindi
adesso sii gentile e va’ a metterti almeno un paio di pantaloni!» gli ordinai.
«Va bene, va
bene!» mi rispose, prendendo dei jeans da una sedia lì vicino e indossandoli
senza prima preoccuparsi di mettere della biancheria intima di sorta. «Ora va
bene?» mi chiese poi.
«Sì, adesso
sei accettabile!».
«Cosa
desideri?».
«Ti ho
sognato» ammisi, sentendo il sangue inondarmi le guance per l’imbarazzo.
«E non è una
cosa positiva?».
«Dipende… Non
era esattamente il genere di sogno che chi ha il ragazzo dovrebbe fare su
altri. Non mi è mai successo prima d’ora, ma spero proprio che un giorno non si
avveri, anche se credo sia impossibile».
«E perché?».
Prima di
parlare, riflettei su come rispondergli senza rivelargli nulla. «Non saprei…»
mentii alla fine. «L’istinto dice che non potrà diventare realtà e basta».
«Okay. E
allora perché sei qui? Se dovevi dirmi solo questo non potevi aspettare che
fosse giorno?».
«Tanto non
sarei riuscita a riaddormentarmi in ogni caso. Però pensavo che così sarei
riuscita ad ammonirti prima che tu compia una qualche cazzata: io amo Luca e
non voglio che nessuno si metta tra noi finché staremo insieme, cosa che
probabilmente non avrà una fine se tutto continuerà così. Perciò, per favore,
non fare niente per dividerci, perché l’unico che potrebbe mandare all’aria
tutto è proprio Luca!».
Eric non
ribatté e restammo in silenzio a fissarci negli occhi per diversi minuti, dopo
i quali guardai l’orologio e annunciai: «Beh, se non hai nulla da dirmi io
torno a casa, prima che qualcuno si svegli e si chieda che fine ho fatto.
Ciao».
Lui non si
mosse né disse nulla, così mi alzai e me ne andai da sola, salutando Bill prima
di uscire: ero più che convinta che io e Luca saremmo stati felicemente insieme
per tanto tempo ancora.
«Dobbiamo
partire» esordii invece un pomeriggio Luca, mentre passeggiavamo nel bosco.
«E dove
andiamo?» gli chiesi.
«Torniamo a La Push. Stanno avvenendo degli
strani omicidi e i più giovani non riescono a cavare un ragno dal buco» mi
spiegò.
«Quindi,
quando dici “dobbiamo” intendi…».
«I due branchi
e gli altri che sono qui. Possono tornarci tutti utili, non si sa mai…».
«Voglio venire
con voi! Potrei aiutarvi anch’io!».
«No, Fra. Lo
abbiamo deciso all’unanimità: tu qui hai casa, famiglia, amici e scuola. Qui
hai una vita e non vogliamo fartela perdere. Non sarebbe giusto!».
«Mi stai
lasciando?» chiesi con voce strozzata.
«Devo…»
rispose lui, debolmente.
Nessuno dei
due disse più nulla finché arrivammo in vista di casa mia. Allora gli dissi:
«Quando partirete?».
«Al massimo
tra una settimana, ma dubito che mi vedrai ancora in giro: devo dare una mano a
fare i bagagli, a inscatolare tutto e a caricare i camion dei traslochi. Mi
dispiace, ma probabilmente questa sarà l’ultima volta che ci vedremo, almeno
finché non torneremo qua con le cose sistemate… se torneremo».
«Se…» ripetei, distante.
Vedendo che
non aggiungevo altro, Luca concluse: «Allora arrivederci e speriamo che verrà
il momento in cui potremo finalmente riabbracciarci».
Non gli
risposi e lui se ne tornò alla riserva.
Quattro giorni
dopo guardai gli ultimi camion lasciare il parco e sussurrai nel vento: «Addio,
Luca…».
«Francesca,
sapresti rispondere tu?».
Mi risvegliai
lentamente da uno stato di “semi-incoscienza” che durava da più di mezzo mese,
sentendo pronunciare il mio nome da Bill.
«No…» risposi,
senza nemmeno sapere quale fosse la domanda.
«Hai svolto
gli esercizi per oggi?».
«Sì, ma non lo
so» risposi, svogliata.
Bill non
sapeva più cosa chiedermi. Il mio comportamento era unito a un incantesimo che
faceva in modo che i professori non mi chiedessero mai nulla, ma lui era
riuscito a evitarlo.
In quel
momento suonò la campana dell’intervallo e la classe si svuotò.
«Ti va di fare
un giro, Fra?» mi chiese Giada, avvicinandosi con Lorenzo, Irene ed Emanuele al
mio banco.
«No…» Era l’unica
risposta che davo loro tutte le volte che me lo chiedevano e avevano ormai
imparato a non insistere, perché altrimenti diventavo una furia, quindi se ne
andarono, mentre io mi dirigevo al davanzale della finestra per guardare fuori.
«È successo
anche a me, tempo fa…».
Bill mi si era
affiancato senza che me ne rendessi conto.
«Sookie?»
chiesi, con un filo di voce e un tono a metà tra la domanda e l’affermazione.
«Sì… All’inizio
non riuscivo più a fare niente. Il mio passato, il mio presente e il mio futuro
non c’erano più; restava solo il vuoto. Poi Eric mi ha convinto a cambiare
tutto: vita, casa, lavoro. Ed eccomi qua, ad insegnare la mia lingua madre a
dei ragazzi molto intelligenti che passano momenti simili a quelli che ho
vissuto anch’io!».
«Mi dispiace…».
«Io ti
comprendo, Fra. Per me Sookie era praticamente come l’aria o meglio, come
l’essenza stessa della vita… era tutto! Quando poi è svanita, mi è sembrato di
svanire anch’io, anche se non era così. La vita è strana: non si può prevedere
cosa accadrà domani o dopo e a volte ci capitano imprevisti che ci stravolgono.
Ma noi siamo più forti e possiamo superare le crisi… dobbiamo superarle!».
Le sue mani
fredde avvolsero le mie. Lo guardai negli occhi.
«Dobbiamo solo
ricordare che non siamo da soli, perché intorno a noi c’è tanta gente che può
aiutarci; basta saperla cercare. E ti assicuro che puoi contare sul mio
sostegno, sempre!».
«Grazie!» sussurrai
soltanto, un po’ rincuorata, e lui mi abbracciò.
«Di niente, ma
non farti più trovare impreparata, perché sarò costretto a metterti un
votaccio!» scherzò.
«Certo, certo,
professor Compton!» risi.
Quando i miei
amici tornarono in classe, andai loro incontro e li stupii con la mia proposta:
«Sentite, vi andrebbe di farci un giro in centro o a Varese o magari di andare
in un posto nuovo dove ci si diverte alla grande?».
«Sì, certo…»
rispose titubante Irene. «Ma dove?».
«Io ho sentito
di un locale nuovo qui a Gallarate che ha aperto circa tre mesi fa… Chiederò a
mio cugino se ne sa qualcosa e poi vi faccio sapere» rispose Emanuele.
«Perfetto!» terminai
con un sorriso. Per la prima volta da quando Luca se n’era andato, era un
sorriso vero.
«Ma dove si
trova ‘sto locale in cui stiamo andando?» chiesi a Emanuele, accanto a me sul
sedile del passeggero, mentre per l’ennesima volta mi fermavo a un incrocio con
la mia Ferrari ,
non sapendo dove andare.
Erano passati
due giorni dal mio ritorno alla vitalità e già eravamo diretti alla nostra domenica
sera da sballo in un posto sconosciuto.
«Mio cugino ha
detto che non era molto lontano dal centro e se non ricordo male adesso si deve
girare a destra, quindi di qua…» rispose lui, indicando la via accanto a noi.
La studiai per
qualche secondo, poi decretai che potevo accettare quella nuova direzione, così
svoltai e la percorsi fino alla fine. «E adesso?».
«Adesso trova
un posteggio. Siamo arrivati» mi sorrise lui.
Non cercai la
scritta con il nome del locale e sinceramente non m’interessava saperlo, ma
avevo solo intenzione di passarvi massimo un quarto d’ora e poi di portare me e
i culi dei miei amici già troppo ubriachi a casa.
In realtà
avrei fatto molto meglio a leggere l’insegna al neon grande come una casa sopra
al locale, così da rendermi subito conto del casino in cui ci stavamo
cacciando.
«Mi
raccomando, ragazzi: non bevete troppo e soprattutto restate svegli, perché tra
qualche ora al massimo vengo a cercarvi e se non vi trovo me ne torno a casa da
sola!» ammonii Irene, Emanuele, Giada e Lorenzo mentre entravamo.
«Tranquilla
Fra! Il mio livello di tolleranza degli alcolici arriva molto in alto!» mi
disse Irene, con un luccichio negli occhi che diceva: Tanto lo so che non ci lasci qui, quindi bevo quanto voglio! Il che
era la verità, purtroppo.
«Farò il
possibile per evitare che esageri!» mi rassicurò invece Emanuele e sapevo che
di lui mi sarei potuta fidare molto di più.
«Anche noi
cercheremo di non strafare…» aggiunse Lorenzo, poi lui e Giada si allontanarono
tra la gente, subito imitati dagli altri due.
Sconsolata
perché ero rimasta sola e pensando a Luca che in quel momento era chissà dove in
qualche strano posto dall’altra parte della Terra, mi sedetti su uno degli
sgabelli davanti al bancone.
«Che cosa ti
do, bellezza?» mi chiese il barista, ma non mi offesi.
«Per ora solo
una bottiglia di birra, grazie. Non voglio esagerare, devo riaccompagnare a
casa quattro amici e arrivare alla mia, quindi devo essere molto più che
sobria» ordinai.
«Vedrai che
non avrai problemi…» L’uomo frugò nei frigoriferi sotto il bancone, ma dopo un
po’ ne riemerse a mani vuote. «Ehm… vado a prenderti una birra sul retro; qui
sono finite».
«Certo, fai
pure con comodo».
Mentre lui se
ne andava, io mi voltai e osservai il locale, gremito di gente. Più però mi
guardavo in giro, più i pensieri si facevano insistenti nella mia testa; così
chiusi gli occhi e rilassai i muscoli, cercando di scaricare un po’ di
tensione.
Tra i pensieri
degli altri clienti del locale, però, cominciava a nascere qualcosa di comune,
che non riuscivo a collocare né a comprendere. A un certo punto un’immagine
leggermente sfocata di un posto identico a quello in cui mi trovavo mi balzò in
mente e spalancai gli occhi. Osservai molto attentamente le pareti e la
disposizione dei tavoli, finché non ebbi l’idea di vedere l’insegna.
Chiusi gli
occhi e mi concentrai sul tetto dell’edificio, poi li riaprii e alzai piano lo
sguardo: una brillante insegna al neon rossa recitava la scritta al contrario Fangtasia.
Un brivido mi
percorse da capo a piedi e mi fece sgranare gli occhi, che però non vedevano
più il locale, quanto diverse scene avvenute proprio nel sosia di quel posto:
Sookie e Bill seduti a uno dei tavolini, Eric con i capelli lunghi, Longshadow
ucciso da Bill, Sookie distesa su un tavolo a pancia in giù mentre la
dottoressa Ludwig le curava i graffi infetti sulla schiena, Lafayette torturato
da Eric, Pam e Chow e tante altre ancora.
L’ultima scena
che mi riempì la testa, invece, non apparteneva a quel posto, ma a un sogno da
cui era nato un altro sogno: Sookie ed Eric che si baciavano nella stanza di
lui dell’Hotel Carmilla di Dallas dopo la morte di Godric, il creatore del
vampiro. Mi portai le dita alle tempie per far smettere quelle immagini, ma non
ci riuscii. L’ultima, esilarante sequenza si concluse con Eric, a cui
spuntavano i denti.
«Ecco la tua
birra» disse qualcuno dietro di me.
Spalancai gli
occhi nell’istante stesso in cui il vampiro si abbassava sul mio collo libero.
Feci un
profondo sospiro e mi voltai, cercando di sembrare tranquilla e serena. «Grazie
mille!». Quando guardai l’uomo davanti a me, capii che non era il barista.
«Eric?».
«Francesca» Il
vampiro mi sorrise. «Tutto okay?».
«Sì…» non
mentii bene e lui se ne accorse.
«C’è un’ombra
che incombe su di te, te lo leggo negli occhi. Vuoi dirmi di cosa si tratta?
Sono bravo a far passare il terrore» insistette.
«Mi prendi in
giro?».
«No, perché?».
«Perché tu non
sei una persona che porta a pensare che possa farti passare la paura o farti tranquillizzare!
Tu metti sulla difensiva chiunque e le persone diventano ansiose! Non sperare
di poter ascoltare quello che mi spaventa, perché anche se involontariamente lo
useresti contro di me, in un modo o nell’altro!» Ero stata dura, ma non avrei
voluto.
Lo avevo
ferito: «Scusa, non volevo essere invadente…».
«No, scusami
tu! Non so cosa mi è preso, non lo pensavo davvero!».
«E invece era
proprio quello che stavi pensando… perché è la verità!».
Rimasi senza
parole per un lungo minuto che durò un’eternità. «Mi dispiace» dissi infine.
«Lo so. E
dispiace anche a me per tutte le volte che non ti ho trattata bene come avrei
dovuto».
Di nuovo
restammo in silenzio per un po’, mentre ogni tanto sorseggiavo la birra,
bevendone poca alla volta.
«Esattamente,
tu cosa ci fai qui?» gli chiesi all’improvviso, fingendo di non sapere niente
del bar dei vampiri.
«Questo posto
è mio. Si chiama Fangtasia, un nome bizzarro come la maggior parte dei presenti,
ma è azzeccato. Tu, piuttosto… perché sei qua? Non sarai in cerca di compagnia,
vero? Perché non ti ci vedo con un vampiro o con qualche altro frequentatore
del bar…».
Pensai a
quante volte quella frase era stata detta inutilmente e sorrisi. «Il cugino del
ragazzo della mia migliore amica ha saputo della novità e ha provveduto a
informarci» spiegai. Il caro cuginetto se
la vedrà con me, domani! E lo stesso vale per Emanuele! pensai subito dopo.
«Ah… posso
fare qualcosa per te?».
«Devo trovare
Irene; non le ho detto a che ora torniamo a casa!» mentii.
«Posso
aiutarti?» mi propose.
«No, sono
perfettamente in grado di sbrigarmela da sola, anche qui dentro!» ribattei
allontanandomi, ma lui mi seguì ugualmente in giro per il locale.
Iniziai a muovermi
nella stanza sempre più velocemente e ogni tanto creavo dei blocchi che disorientarono
momentaneamente il vampiro. Poi, all’improvviso, svanii nel nulla ed Eric non
riuscì più a trovarmi.
In realtà mi
ero solo teletrasportata dall’altra parte del locale, dove sapevo che avrei
trovato Irene ed Emanuele. Unitami a loro due, cercammo Giada e Lorenzo, che
intercettammo prima che raggiungessero il bancone per ordinare da bere.
Mentre ci
dirigevamo verso l’uscita più vicina, diedi a Lorenzo le chiavi della Ferrari e
gli dissi che li avrei raggiunti di lì a poco. Mi fermai e cercai con lo
sguardo Eric, ma invano.
Improvvisamente,
una mano fredda e forte mi bloccò il polso sinistro e mi fece voltare di
scatto. Era un vampiro che dimostrava una trentina d’anni, ma che in realtà
doveva averne qualche centinaio, se non addirittura qualche migliaio.
«Che cosa
vuole?» gli chiesi, irritata e per niente spaventata.
«Ti offriresti
per me e i miei amici?» mi rispose, indicando i vampiri seduti alle sue spalle.
«Cosa? Mi
dispiace, ma non sono disponibile!» obiettai.
«Non fare la
stupida…» insistette. «Il tuo abbigliamento parla chiaro…».
Desiderai
ardentemente non essermi messa quel vestitino rosso scuro, praticamente nero
nella penombra della stanza, ma reagii comunque alla provocazione: «Vaffanculo!»
Sottrassi la mano alla sua morsa e lui ne restò stupito, però si alzò subito in
piedi e mi si avvicinò. «Sta’ lontano da me!» esclamai, indietreggiando e
andando a sbattere contro un altro vampiro.
«Le mie
dipendenti non si toccano!» tuonò quello alle mie spalle e il vampiro davanti a
me indietreggiò.
Un paio di
braccia fredde e muscolose si strinsero intorno al mio petto, protettive. Mi
sentii sciogliere a quel contatto, nonostante avrei dovuto preoccuparmi delle
conseguenze dell’intervento di Eric.
«E ora vattene
e non farti mai più vedere! La prossima volta non sarò così magnanimo!» continuò
lui e lo sconosciuto ubbidì, dileguandosi tra la folla, subito imitato dai suoi
compagni.
Avevamo ormai
attirato l’attenzione di tutti i presenti, così Eric mi trascinò fin dentro il
suo ufficio. «Come hai fatto a sparire? E perché?» mi chiese allora.
«Odio le
persone che mi ronzano intorno e violano i miei spazi!» gli risposi, ignorando
la prima domanda, quindi mi voltai e mi diressi alla porta, ma lui ci arrivò
prima.
«Stavamo
parlando!» mi disse.
«Io ho finito
e vorrei tornare a casa! Un pazzo che chissà cosa voleva da me unito all’alcool
di una birra e a te non mi vanno per niente bene! Se poi mi sento pure definire
una tua dipendente io mi incazzo
molto seriamente, Eric!».
«Non puoi
uscire, Francesca! Quelli là fuori non aspettano altro! Io sono uno solo, loro decine!».
«Non ho
bisogno di una guardia del corpo, grazie!».
Lo spinsi da
parte con tutta me stessa e alla fine riuscii a farlo spostare, ma lui fermò la
mia mano prima che abbassasse la maniglia. «Metti questa!» mi ordinò,
porgendomi una divisa nera da cameriera che mi sembrava un po’ troppo succinta
e che non sapevo dove aveva preso.
«Stai
scherzando, vero? Io non metto quest’obbrobrio nemmeno se mi minacciassi di
morte!».
«E se lo
facessi davvero?».
«Provaci!» lo
sfidai.
«Devi
mettertela se vuoi salvarti la vita!» ribatté.
«Io la vita me
la salvo in un modo molto più semplice!» e così dicendo cercai di nuovo di spalancare
la porta, ma lui mi alzò di peso e mi portò via.
«Eric! Eric,
mettimi giù! È un ordine! Mettimi subito a terra! No! Eric!» mi dibattei
inutilmente.
Si sedette
sulla sua sedia, dietro la scrivania, e mi costrinse a sedermi cavalcioni sulle
sue gambe. «Sei davvero testarda!» esclamò dopo il mio ennesimo tentativo di
alzarmi.
«Lasciami
andare, Eric! Si può sapere cosa ho fatto di male? Perché mi tocca stare chiusa
qui dentro con te?» gli chiesi, voltandomi a guardarlo da poco più di cinque
centimetri di distanza.
Lui si alzò, facendomi
sedere sul tavolo, e chiuse a chiave la porta. Quando si girò, mi rispose: «Non
posso dirti quello che vogliono, solo devi evitarli il più possibile!».
«Eric…» Gli
andai incontro, abbandonando la scomodità del legno. «Io…» Stavo per dirgli tutto,
ma mi resi conto che sarebbe stato uno sbaglio lì dentro. «Io posso sopportare una
realtà particolare quale è questa! Qualsiasi cosa stava per succedere io credo
di…».
«Sono io che non voglio appiopparti questo
peso» m’interruppe. «Nessuno ti costringe a farti carico di una cosa del genere!».
«Se devo
mantenere un segreto, sappi che ne sono capace…».
«Non è questo
il punto…».
Un paio di
colpi alla porta gli impedirono di continuare. Il nostro sguardo si spostò dal volto
dell’altro alla porta.
«Chi è?»
chiese Eric.
«Bill Compton.
Posso entrare?» rispose una voce da fuori.
«Sì» Eric gli
aprì la porta e l’altro vampiro entrò nella stanza.
«Francesca?»
esclamò, sbalordito, quando mi vide.
«Ciao Bill»
gli risposi.
Eric richiuse
la porta e tornò dietro la scrivania. «Rischiava grosso! Com’è la situazione là
fuori? Sono in attesa che usciamo?».
«A dir la
verità, credo proprio di sì…» ammise Bill. «Ma cosa è successo? Sembra che
aspettino solo di vedere una rissa fino al sangue! Diamine, Eric, siamo solo
all’inizio, ai primi mesi…»
Il rimprovero era
diretto al vampiro dietro il tavolo, ma io li ignorai ed esclamai: «Eric non vuole
spiegarmi cosa sta succedendo. Ma dato che la colpa di quel casino è mia, direi
che merito di sapere cosa ho scatenato, no?».
I due si
guardarono mentre io spostavo lo sguardo dall’uno all’altro. «Non possiamo
spiegarle tutto, gli ordini sono stati chiari…» precisò Eric, come se non fossi
lì con loro.
«E allora io
me ne vado!» mi avvicinai alla porta, ma Eric e Bill mi si pararono davanti
prima che fossi a cinque metri di distanza. Per la preoccupazione si erano
scordati di ogni possibile copertura e si erano fiondati lì troppo velocemente
per dei normali esseri umani quali fingevano di essere.
«No!» esclamarono in sincrono.
Finsi di
essere spaventata: «Ma come avete fatto?» chiesi, spostando lo sguardo dal
tavolo alla porta.
«Non è
importante, adesso!» mi rispose Eric, mettendomi le mani sulle spalle. «Devi
capire che non puoi uscire da qui. Non puoi! Quelli là fuori ti vogliono morta,
visto cosa è successo prima. Hanno capito che evidentemente tu sei speciale,
anche per me, e quindi sono attratti ancora di più. Fra, io non posso perderti!»
Era una specie di confessione che non avrei mai creduto di sentire.
«Ma… e i miei
amici? Ci sono anche loro là fuori!» esclamai a quel punto.
«Li ho visti
salire sulla tua Ferrari prima di entrare e partire subito con Lorenzo alla guida»
mi rassicurò Bill.
Evidentemente
il messaggio telepatico che avevo inviato ai quattro nel momento in cui lo sconosciuto
mi aveva bloccata era arrivato a destinazione. Avevo “urlato” loro: Andatevene subito da qui! Io torno da sola!
Andatevene!
«Quindi io
sono confinata qui con voi due per il resto della serata?» chiesi, incrociando
le braccia sul petto.
«No. Bill se
ne deve andare, ha un impegno: deve essere riposato perché domani è lunedì e
deve andare a scuola, quindi dovrebbe essere a casa a fare la nanna sotto le
coperte» Eric liquidò il compagno, non volendolo tra i piedi con me. «Qua
dentro restiamo solo tu ed io. Domattina, appena il locale si sarà svuotato, ti
accompagnerò a casa, oppure a scuola, se preferisci; però dovrai essere riposata
anche tu, perciò ti conviene accomodarti sul divano e farti una bella dormita,
se ci riesci: baderò io che nessuno ti faccia del male» Eric stava impartendo
ordini severi sia a me, sia a Bill.
«Okay. Allora
io vado. Buonanotte a entrambi e non cacciatevi nei guai!» disse, infatti,
l’altro vampiro, uscendo subito dall’ufficio. Eric si affrettò a chiudere
saldamente a chiave la porta, che immaginai fosse rinforzata quanto basta per
reggere l’assalto di parecchi vampiri.
«E secondo te
io riuscirò a chiudere occhio, sapendo che tu sei nella stessa stanza con me?»
gli chiesi quando spostò lo sguardo sulla mia persona.
«Beh, se non
ti addormenterai di tua spontanea volontà, ti darò dei sedativi parecchio
pesanti che ti chiuderanno quei begli occhietti in men che non si dica!»
ribatté lui, tornando a sedersi dietro la scrivania.
«Questo è
rapimento di persona, Eric! Potrei denunciarti alla polizia!» lo minacciai.
«Sappiamo
entrambi che non lo farai: ci tieni troppo a me, anche se di sicuro detesti
ammetterlo…» insinuò perspicacemente lui.
«Tutte balle!
Sei un lurido verme viscido e io dovrei tenere a te? Allora sei anche un
illuso!».
«Ma davvero?»
Eric si alzò e mi si avvicinò, girando attorno al tavolo. «Sai una cosa, Fra?
Non ti ho ancora dato un bacio, ma questa volta posso farlo: non sei fidanzata,
il tuo ragazzo ti ha mollata, è partito per chissà dove e tu sei qui, chiusa in
questo piccolo buco di ufficio sola soletta con il sottoscritto! Pensi che non
mi concederò la libertà di sedurti? O di baciarti? Chi sarebbe a quel punto
l’illuso: tu o io?».
Lo fissai
dritto negli occhi, senza rispondere. Dentro di me, speravo in contemporanea
che non mi baciasse e che invece lo facesse; nella mia mente, il ricordo del
primo bacio tra lui e Sookie era in conflitto con quello tra Luca e me. Non mi
resi conto, però, che avevo cominciato a piangere: un pianto silenzioso, in
parte liberatorio, in parte di rabbia e odio per Eric, che aveva fatto affiorare
il ricordo più doloroso che avevo in testa, per Luca, che mi aveva abbandonata
nel momento del bisogno, per la mia esistenza, composta da vite che si
incastravano come tessere di un puzzle…
Eric avvicinò
una mano al mio viso ed io mi ritrassi, temendo quasi che mi picchiasse, ma lui
mi ritirò a sé e raccolse una lacrima. Lo vidi portare il dito alla bocca e
assaggiarla, così mi chiesi cosa avesse in mente di fare; dopo qualche secondo
sussurrò: «Le tue lacrime sono dolci, lo sai? Però non riescono a nascondere la
tristezza che provi. Ti chiedo scusa: le mie parole ti hanno ferita, ma sappi
che non volevo farti stare male».
Annuii piano,
asciugandomi le guance con il dorso della mano. Cercai di non guardarlo negli
occhi, ma inevitabilmente mi ritrovavo a perdermi nell’abisso di quegli
stupendi diamanti azzurri. Così, quasi mi stesse ammaliando – in realtà era
solo un riflesso istintivo del mio corpo –, mi avvicinai a lui e mi alzai in
punta di piedi, fino ad arrivare all’altezza delle sue labbra marmoree.
A lui ci volle
meno di un secondo per coprire i pochi centimetri che ancora ci separavano.
Sentii il sangue ribollirmi nelle vene, quasi stesse prendendo fuoco, e mi
sentii invadere da una forza incredibile, che mi lasciò senza fiato. Le nostre
lingue s’incrociarono, mentre le mani di entrambi cercavano di avvicinare
ancora di più l’altro, per poterlo apprezzare maggiormente. Ormai la libido e l’eccitazione
di entrambi era alle stelle ed io non capivo più nulla.
La cosa
successiva di cui mi resi conto fu che Eric mi aveva fatta sdraiare sul largo
divano in pelle nera e che incombeva sopra di me, baciandomi il collo con una
foga tale che era troppo veloce per mantenere la sua copertura. Non vi badai
minimamente e continuai a bearmi di quelle attenzioni che mi mancavano
parecchio.
Iniziai a
preoccuparmi quando capii che Eric stava cercando di sfilarmi il vestito senza
smettere di baciarmi. Aprii gli occhi, rovinando quel momento intimo, e cercai
di impedire alle sue mani di continuare ad alzarmelo, ma non ebbi molto
successo. Alla fine liberai la bocca dalla sua ed esclamai: «Eric! Basta!».
Lui mi guardò
negli occhi e capì che era fuori rotta. Certo, il mio corpo lo desiderava e la
mia mente voleva dimenticare Luca, sostituendolo con qualcun altro, ma la
razionalità ancora non mi mancava e aveva dato l’ordine di fermarsi.
Si alzò e mi
aiutò a sedermi, poi cercò di scusarsi, ma glielo impedii, mettendogli un dito
sulle labbra: «Non dire “a”! È stato il bacio più travolgente che abbia mai
ricevuto e non ho alcun rimpianto per quello che ho fatto, ma ricordati che non
puoi permetterti di agire d’istinto, spogliandomi la prima volta che ti lascio
campo libero!».
«Okay… ehm… mi
fa piacere che non ti sia dispiaciuto…» balbettò, colto alla sprovvista.
«Dispiaciuto? Stai scherzando, vero? È
stata la cosa più… più… indimenticabile
di tutta la mia vita e tu dici solo che non mi è dispiaciuto. Sei impazzito,
signor Northman?».
«Non
esattamente… Ora cosa vorresti fare per passare il tempo?».
Ci pensai
qualche secondo: «Voglio provare una cosa…» sussurrai, alzandomi in piedi per avvicinarmi
di più a lui e guardarlo direttamente negli occhi. Questa volta fu tutto opera
mia: premetti le labbra sulle sue, allacciando le mani dietro il suo collo e
abbandonandomi all’idea che fosse ciò che volevo davvero. E lo era.
Lo sentii
poggiare le mani sul mio bacino, avvicinandomi maggiormente al suo corpo, e
potei percepire chiaramente che lo stavo notevolmente eccitando. Intrecciai le
dita tra i suoi capelli biondi, facendo poi pressione sulla sua nuca quasi a
incitarlo a non smettere di prolungare in eterno quel bacio passionale.
E, in effetti,
quella volta andò sicuramente meglio della precedente: Eric si concesse solo di
sollevarmi da terra, facendo incrociare le mie caviglie dietro la sua schiena e
sorreggendo il mio sedere con le sue grandi mani, ma per il resto il bacio si
prolungò per quello che mi sembrò il tempo di un anno intero. Almeno
all’inizio.
Sentii subito
che con la lingua cercava di far socchiudere le mie labbra, che furono ben
liete di accontentarlo, e, mentre lui si dedicava alla mia bocca, io mi preoccupai
della parte di Eric che più voleva essere notata, cosa impossibile da non fare.
La mia fortuna fu che eravamo vestiti, perché in caso contrario lui mi avrebbe presa
seduta stante, anche in piedi se lo conoscevo bene.
Ovviamente lui
ritentò di sfilarmi l’abito, che ormai era già sollevato ben oltre la vita, ma
anche le mie mani presero l’iniziativa, sbottonandogli la camicia e toccando
quegli addominali perfettamente scolpiti dalle battaglie tra i vichinghi. Una
delle sue mani a un certo punto strinse la mia e la portò fino alla cerniera
dei suoi jeans, inducendomi ad aprirla, ma così l’unico risultato che ottenne
fu di distruggere anche la seconda possibilità che gli avevo concesso.
«Avevo detto
di non esagerare. Se ci sarà un momento in cui faremo l’amore, sappi che non avverrà
di sicuro qui dentro!» gli dissi, risentita.
«Come
preferisci. Se vuoi posso prenotare la suite del miglior albergo della città
solo per quel momento speciale che mi stai sottraendo sul più bello. Se mi
avessi lasciato ancora qualche minuto ti assicuro che…» mi rispose, ma lo
bloccai per non sapere i dettagli dei suoi progetti.
«No, Eric! So
che ti farei immensamente felice, ma così deluderesti me. In una coppia deve esserci
armonia, equilibrio, non montagne immense da scalare per passare dal livello
dell’uno a quello dell’altro, capisci?».
«Capisco
perfettamente e sono d’accordo. Ora cosa ne dici di ricominciare da dove
eravamo rimasti, dolcezza?» mi rispose, baciandomi sul collo e tenendomi sempre
sollevata.
La mia testa
andò all’indietro quando iniziò a giocare con il lobo del mio orecchio
sinistro, il mio punto debole, sfiorandolo con la lingua. «Oh… beh…» balbettai,
il respiro affannato. «Credo… credo che si possa… si possa fare…».
Per tutta
risposta, Eric tornò a farmi sdraiare sul divano, poi mi sfilò il vestito e mi
sparse baci su tutto il corpo; io cercai di partecipare il più possibile,
togliendogli la camicia già sbottonata e buttandola sul pavimento. Nessuno dei
due provò a far calare i suoi pantaloni, nonostante ormai gli stessero
parecchio stretti, ma in compenso lui riuscì a far saltare i gancini del mio
reggiseno così che mi ritrovai quasi totalmente nuda; però non ci provò anche
con gli slip e gliene fui grata. I suoi baci erano ogni minuto più insistenti,
ma mi stupii quando mi resi conto che si era tolto i jeans e che il suo bacino
si faceva sempre più vicino al mio.
Come gli avevo
già detto, il suo ufficio non era il posto più adatto per la prima volta e quella
consapevolezza mi portava a impedirgli qualsiasi altro azzardo, fermando in
tempo la sua mano che cercava di abbassarmi l’elastico delle mutandine di pizzo
che indossavo, dentro le quali aveva già infilato un dito che mi stava
leggermente penetrando.
«Dai, non
farlo. So che mi vuoi!» cercò di persuadermi Eric, abbassandomi ancora di
qualche centimetro gli slip.
Può sembrare
incredibile quanto io, con tutti i miei poteri e i miei scudi, sia vulnerabile
alle avances di Eric. È l’unico che mi fa questo effetto e non sono ancora
riuscita a capire come ci possa riuscire.
«Eric, ti
prego…» provai a obiettare, ma mi ritrovai improvvisamente la bocca impegnata.
Dopo meno di
un secondo, le mie mutandine erano sparite e i boxer di Eric erano in fondo al
divano. A lui ci sarebbe voluto solo un altro secondo per finire l’opera, ma
non avevo intenzione di dargliela vinta, né di farlo felice.
«Adesso basta!» esclamai, furiosa.
Lui non mi
ascoltò nemmeno, così passai al piano b,
che prevedeva di buttarlo giù da divano senza troppa gentilezza. Ignorando il
rischio di rivelare una parte del mio segreto, spinsi con tutte le mie forze
contro Eric, riuscendo alla fine a farlo finire per terra.
Poi mi misi a
raccogliere i miei vestiti e li rindossai – peccato che gli slip erano a pezzi
e inutilizzabili… –, ma da quanto ero arrabbiata sarei volentieri corsa fuori
dalla stanza all’istante. Peccato che lui mi precedette e si parò davanti alla
porta prima che potessi aprirla.
Furono momenti
carichi di rabbia e tensione, senza che nessuno dei due facesse qualcosa, ma alla
fine Eric si arrese: «Okay, hai ragione. Sono stato un idiota a credere che tu
volessi davvero farlo, quando mi avevi appena detto che non era così, ma per
favore, Fra, perdonami!».
«Eric,
dovresti sapere che ci sono limiti a tutto, anche al perdono, e, non essendo io
Gesù Cristo che sulla croce perdonò i suoi crocifissori, non ho alcuna
intenzione di accettare le tue scuse!».
«Okay, però
devi ammettere che ti è piaciuto. Ho sentito la voglia che hai di me; devo solo
trovare il modo per fartela liberare e poi ti farò felice».
«Ti prego,
Eric. Non riprovarci più, okay? Almeno non stanotte!» ribattei.
«Per stanotte
te lo giuro».
Mantenne la
promessa per tutte le due ore seguenti.
Sentivo le
palpebre farsi più pesanti per ogni minuto che passava, ma, nonostante la
promessa di Eric di non farmi nulla, non volevo addormentarmi.
«Eric, non è
che qui dentro hai anche una birra, o qualcosa di frizzante?» chiesi al
vampiro, che mi guardò, stupito, dalla sua postazione dietro la scrivania.
«Dovrei avere
qualcosa giù in cantina, se vuoi vado a vedere» mi rispose, alzandosi e
dirigendosi verso una porta nera su un lato dell’ufficio.
«Oh, sì!
Grazie!».
«Una birra?».
«Non sono una
che beve, ma al momento credo sia ciò che accetterei più volentieri».
«Okay. Arrivo
subito» e con quelle parole sparì oltre la soglia buia, lasciando però la porta
spalancata.
Lo sentii
cercare tra varie bottiglie, anche se il tutto mi arrivava con suoni smorzati
perché stava cercando di far meno chiasso possibile e anche perché la
stanchezza non mi faceva captare i rumori in modo preciso.
Sentii
distintamente una cassa di bottiglie sbattere mentre venivano appoggiate su un
tavolo, poi non riuscii a riconoscere i suoni che mi arrivavano, ma mi parve di
carpire il leggero schiocco dei canini di Eric che spuntavano.
La stanchezza stava,
però, avendo la meglio e attribuii il rumore sospetto solo alla mia fantasia,
giusto qualche secondo prima di chiudere gli occhi e sprofondare nel sonno.
«Francesca! Ti
prego, svegliati!» Eric era chino sopra di me e mi stava scuotendo per le
spalle con non troppa delicatezza.
«Mmm… che
succede?» biascicai, la voce impastata dal sonno quanto gli occhi annebbiati.
«Per fortuna
stai bene! Sono risalito ed eri in una posa scomposta quasi fossi morta, così
mi sono preoccupato! Non riuscivo a trovare la birra e mi è toccato cercare al
buio, perché non c’è corrente là sotto, ma alla fine ce l’ho fatta» Il vampiro
mi porse una bottiglia di vetro, fredda per via della temperatura della
cantina.
«Oh, grazie. È
proprio quello che mi serviva» Iniziai a berla a piccoli sorsi, sentendone il
sapore che mi pareva dolciastro sulla lingua, anche se di solito sapeva solo di
amaro per il mio palato.
«Di niente»
Eric tornò a sedersi dietro la sua scrivania. «Tra poco le cameriere
chiuderanno e potremo andarcene anche noi» aggiunse, indicando un orologio
appeso al muro, che segnava le sette e quarantacinque del mattino.
Annuii,
continuando a bere la birra.
Tra noi tornò
il silenzio.
Quando ebbi
scolato tutta la bottiglia, la posai a terra e mi sistemai il vestito stropicciato
alla bell’e meglio. Poi trovai la voce per dire: «Senti, Eric, mi porteresti a
casa? Non so nemmeno se riuscirò a reggermi in piedi, figurarsi ad andare a
scuola… dove arriverei in ogni caso in ritardo».
«Sì, come
vuoi» Eric si alzò e aprì non cautela la porta che dava al locale, poi la
spalancò, rendendosi conto che era vuoto.
Provai ad
alzarmi in piedi, ma rischiai di finire sul pavimento e fu solo grazie alla
velocità del vampiro che mi salvai, ritrovandomi tra le sue braccia possenti.
«Direi che ti
porto io, cosa ne pensi?» mi fece notare, sorridendo.
«Già… forse è
meglio di sì…» borbottai, sorvolando sulla sua velocità.
Uscimmo dal
locale e salimmo sulla sua elegante Corvette rossa, poi ci allontanammo dal
centro a una velocità ben oltre il limite massimo.
«Ti avevo
detto di dormire, ma non mi hai ascoltato…» esordii Eric all’improvviso.
«Tu mi hai
svegliata, mentre stavo facendo un bel sogno con tante fate e farfalle!»
ribattei, scherzando un po’.
«Non hai
sognato me?» mi provocò.
Mi feci seria:
«Perché dovrei? Una volta basta e avanza!».
«Se è così che
la pensi in merito…» notai che la sua voce si era fatta più bassa per contenere
e nascondere la rabbia.
«Senti, non ti
devi offendere. Io non voglio essere assillata dai ragazzi anche mentre dormo,
specialmente se mi ricordo cosa ho sognato, quindi spero di non doverlo
sopportare di nuovo, okay? Tutto qui, nient’altro» cercai di spiegargli le mie
motivazioni.
«Beh, tu
invece sei sempre al centro dei miei pensieri. Spero continuamente di poterti
sognare, anche ad occhi aperti…» Quella rivelazione era stata davvero
inaspettata, ma non si limitò a sorprendermi una volta: «Ad esempio… qualche
giorno fa, me ne stavo seduto nel mio ufficio e pensavo a come dovresti essere
senza vestiti. Poco dopo ho creduto di vederti entrare con indosso solo una
vestaglia e baciarmi, per poi spogliarti e concederti totalmente a me. È stato
un peccato che fosse tutto nella mia testa…».
Strabuzzai gli
occhi, pensando che era un’idea da folli quel suo desiderio reso sogno. In quel
momento ci fermammo davanti a casa mia; fui felice che fossero già passate le
otto del mattino, così ero sicura che in casa non ci fosse più nessuno.
«Grazie, Eric.
Non so cosa avrei fatto senza di te» lo ringraziai.
«Vuoi che ti
accompagni dentro?» mi rispose, speranzoso.
«No, ce la
faccio anche da sola» Nel mettere giù il piede dall’auto, però, la mia caviglia
cedette e crollai al suolo.
«Stai bene?»
Eric era comparso accanto a me, ignorando ogni precauzione. «Fammi vedere la gamba».
«Tranquillo,
mi è già successo altre volte. Mamma ha una crema alle erbe che in due giorni
ti fa passare tutto il male e dopo cinque non sai più nemmeno cosa ti eri
fatto. Starò bene» Cercai di alzarmi, ma questa volta il piede lanciò una fitta
che si propagò per tutta la gamba e iniziai a preoccuparmi seriamente.
«Direi che
conviene se ti do una mano, eh?» Eric, senza sforzo alcuno, mi alzò di peso e
mi portò fin davanti alla porta, rubandomi le chiavi per aprirla.
«Okay, puoi
entrare, ma appena mi avrai messa a letto, te ne vai, okay?» gli concessi, così
che potesse entrare in casa senza problemi.
«Non vuoi
cambiarti?» mi rispose.
«Sono capace
di farlo anche senza il tuo supporto, grazie!» ribattei.
«Volevo
rendermi utile in qualche modo, no?».
«Così non mi
aiuti per niente!».
Eric mi fece
accomodare nel mio letto, ma poi iniziò a sfilarmi scarpe e calze, passando infine
al vestito. Non so come successe, ma mi ritrovai sdraiata sul letto mentre Eric
mi baciava ovunque e la cosa si stava facendo sempre più intensa, quando mi
resi conto che si stava togliendo anche i suoi pantaloni e che la sua camicia
era abbandonata in fondo al letto.
Non volevo che
si ripetesse la stessa situazione del bar – a un passo dalla linea di non
ritorno –, ma a lui non importava, perché mi desiderava a tal punto da non
pensare minimamente a cosa potessi volere io. Una cosa accomunava entrambi in
quel momento: volevamo ognuno il corpo dell’altro. La mia mente stava andando
in tilt, perché non capivo se potevo permettermi una cosa del genere o se mi
conveniva fermarlo prima che passasse all’attacco.
«Vattene!»
esclamai all’improvviso, non appena le nostre bocche si divisero e mi permisero
di parlare. «Esci subito da questa camera, Eric, e anche da casa mia! Nessuno
ti ha dato il permesso di fare ciò che ti pare di me, quindi vattene!».
«Ma cosa ti
prende?» Eric stava facendo fatica a restare fermo al suo posto, senza
indietreggiare di un passo, anche se era stato quasi scaraventato a terra.
«Pensavo che ti avrebbe fatto piacere…».
«Piacere? Eric,
io non sono la prima puttana che ti è capitata davanti e non ho intenzione di diventarlo!
Io non voglio farlo con te!» scandii l’ultima frase parola per parola, prima di
ripetere: «Vattene!».
Il vampiro
questa volta non poté opporre ancora resistenza, così si voltò e si diresse
fuori dalla camera; poco dopo sentii chiudersi la porta principale con uno
schianto. Iniziai a piangere, affogando le lacrime il più possibile nei
cuscini, ma la tristezza che mi aveva assalita quando Eric se n’era andato era
stata sopraffacente.
La sveglia indicava mezzogiorno e ventisette minuti.
Mi girai su un fianco e strinsi gli occhi,
nella speranza di riaddormentarmi subito dopo e di poter stare tranquilla sotto
le coperte ancora per qualche ora.
Sentii una mano delicata scendere dalla mia
spalla fino alla vita, da dietro di me. Mi voltai e mi trovai davanti Eric;
sembrava splendesse di una strana luce attraente e le sue parole si fecero strada
dentro di me come mai era successo prima: «Allora, dolcezza, cosa vuoi fare? Ho
una sorpresa speciale solo per te e sono certo che ti piacerà da morire!».
«Mi hai incuriosita. Dai, dimmi di cosa si
tratta!».
«Beh, prima bisogna sciogliere la tensione…
ti vedo molto tesa» e così dicendo fece scendere nuovamente la mano fino alla
vita e poi sotto le coperte che mi nascondevano a metà, insinuandosi tra le mie
cosce senza trovare ostacoli.
«E poi…» aggiunse, appoggiandosi su un
gomito e guardandomi dall’alto. «Credo che bisognerebbe iniziare con un
classico, prima di giungere alla sorpresa».
Si avvicinò al mio volto e mi baciò
intensamente; ricambiai quel bacio con tutta la passione di cui ero capace,
finché lui si scostò e concluse: «Ora
viene il bello!».
Estrasse i canini e si avventò sul mio collo.
Mi svegliai di
soprassalto, sentendo il cellulare suonare insistente dal comodino, dove avevo
posato la borsetta, e nel tirarlo fuori notai che la sveglia indicava le due
del pomeriggio. Accettai la chiamata di Irene e inserii il microfono, così che
mentre parlavo con lei potevo anche fare ordine nella stanza.
«Fra, stai
bene?» mi chiese subito.
«Sì,
tranquilla. Ieri sera Eric mi ha sorvegliata tutta la notte, poi stamattina mi
ha accompagnata a casa, ma erano le otto e non avevo chiuso occhio, così non me
la sono sentita di venire a scuola. Stavo recuperando le ore perdute, ma tu mi
hai svegliata… cattiva, Nene!» la rimproverai, scherzando.
Intanto notai
che era rimasta la camicia di Eric in fondo al letto, ma che almeno era
riuscito a infilarsi i pantaloni prima che lo scacciassi brutalmente. La
raccolsi e il suo profumo mi avvolse: era l’odore dell’oceano in inverno,
probabilmente il Mare del Nord vicino a cui viveva da umano; quella fragranza
era particolare e feci in modo, con un incantesimo, che tutti i miei abiti
avessero quella profumazione buonissima che rievocata tanti ricordi del mio
passato.
«Beh, ma cosa
avete fatto tutto il tempo? Ti sei forse data alla pazza gioia con lui, Fra?»
insinuò intanto Irene, perspicacemente.
«Beh, ammetto
che ci siamo baciati. La prima volta è stato lui a farlo partire, ma la
seconda… Dovresti provare come bacia! È un vero maestro di quell’arte!» lodai
il vampiro, poi mi resi conto che avrei dovuto essere arrabbiata con lui.
«Davvero?»
Irene era stupefatta.
«Oddio! Non ci
credo!» esclamai invece io.
«Cosa succede,
Fra?» la voce di Irene si era fatta preoccupata.
«Dopo avermi
riaccompagnata a casa, mi ha portata dentro col mio permesso perché non mi reggevo
in piedi, ma poi ci ha provato di nuovo e io l’ho cacciato. Sono arrabbiata per
il suo comportamento, ma non capisco come mai sono così… così… così gentile con
lui! A meno che…» un sospetto agghiacciante mi passò per la testa.
«“A meno che”
cosa?» ripeté Irene.
«A meno che
lui non mi abbia dato il suo sangue! Ma certo, tutto quadra! L’ho sognato, lo
elogio, sono attratta da lui, mi sento bene con lui… deve di sicuro avermi dato
un po’ del suo sangue! Però non so quando…».
«Quando sono
cominciati i sogni?» Irene aveva assunto un atteggiamento da esperta.
«Beh, da prima
che Luca se ne andasse; saranno circa tre settimane, se non un mese buono, ma
non credo che quel sogno fosse dovuto
al sangue: era già stato un sogno di Sookie e quindi è possibile che fosse solo
un mio ricordo. Invece questa notte gli ho chiesto una birra, però prima che
lui me la portasse mi sono addormentata. Mentre stavo per abbandonarmi al sonno
ho sentito un suono che mi pareva quello dei suoi canini che spuntavano;
potrebbe aver messo qualche goccia di sangue nella birra, che mi sono scolata
tutta e quindi l’ho ingerito completamente. Che stupida!» esclamai in
conclusione e mi tirai uno schiaffo.
«Dai, Fra, non
potevi prevederlo!» cercò di discolparmi la mia migliore amica.
«E invece
avrei dovuto! Eric ha fatto di tutto per entrare nelle mie grazie, così il
compito è molto più semplice di prima, perché ha già fatto breccia e non deve
far altro che spingere ancora un pochino e il muro andrà in pezzi! Stronzo
figlio di puttana!».
«Okay, Fra,
calmati!».
«No, Nene, non
mi calmo! Ora vado là e mi incazzo di brutto! Vedrai che scenata gli faccio!».
«Ma non
rischierai troppo?».
«No! Gli farò
credere che è per come si è comportato stamattina! Scusami, ti richiamo io!»
chiusi la comunicazione.
Mi cambiai con
uno schiocco delle dita e uscii di casa sbattendo la porta, poi mi precipitai da
Eric e Bill e bombardai di pugni la porta finché il secondo venne ad aprirmi.
«Francesca! A
cosa dobbiamo la visita?» mi accolse con un sorriso.
«Dov’è quel
bastardo?» domandai in risposta.
«Oh! Cosa
sentono le mie orecchie? Non starai per caso parlando male di me, vero?»
rispose Eric, comparendo dietro a Bill.
«Tu!»
esclamai, spostando da un lato il vampiro bruno e scagliandomi su quello
biondo, che indietreggiò vedendo la rabbia nei miei occhi, fattisi neri come la
pece. «Tu… lurido bastardo! Brutto coglione! Figlio di puttana che non sei
altro! Come… come hai osato trattarmi in quel modo, eh? Come ti sei permesso di
decidere di agire come meglio di andava senza pensare a me, senza che ti
importasse di me?».
«Ehi! Calmati,
eh? Da dove è uscita questa Francesca arrogante e molto maleducata?» cercò di
scherzare lui.
«Vaffanculo,
Eric! Non riuscirai a convincermi un’altra volta né mai ci sarà un’altra volta
come quella di ieri al tuo fottutissimo bar! Con stamattina hai perso ogni
speranza che avevi e ti assicuro che non sarai mai in grado di scalfire il muro
che in questo momento si è formato tra te e me! Mai!».
Uscii
sbattendo la porta e senza voltarmi me ne tornai a casa mia.
Adoro il momento nell'ufficio... Perché, mi chiedo, PERCHE' l'ho fatto fermare???
A presto!!! KiSsEs ❤
Nessun commento:
Posta un commento